Il processore sbagliato e copyleft

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Nel 1980 il chip migliore per un personal computer era il Motorola 68000. Non è quello che trovate dentro il vostro laptop.

Quello che trovate è l’evoluzione di una scelta fatta in tredici mesi — ma la storia comincia cinque anni prima, e non riguarda solo i chip.

Nel 1975, mentre MOS Technology metteva in vendita il 6502 a 25 dollari (Motorola vendeva il concorrente 6800 a 175: Chuck Peddle aveva capito che il prezzo era l’argomento), negli stessi mesi Dennis Allison pubblicava le specifiche di Tiny BASIC sulla newsletter della People’s Computer Company. Tiny BASIC doveva girare in 4 kilobyte di RAM — meno di questa pagina di testo — e funzionare su qualsiasi microprocessore disponibile. Era un vincolo progettuale che era anche una dichiarazione politica: se lo puoi far girare ovunque, non puoi venderlo in modo esclusivo. Il codice sorgente era allegato. Non c’era ancora una parola per quella cosa.

Ci avrebbe pensato Li-Chen Wang un anno dopo. Il suo Palo Alto Tiny BASIC, pubblicato nel maggio 1976 su Dr. Dobb’s Journal of Computer Calisthenics & Orthodontia — Running Light Without Overbyte — il titolo era già un programma — aveva nell’intestazione del listato la riga: “@COPYLEFT ALL WRONGS RESERVED”. Prima occorrenza documentata della parola. Un rovesciamento ironico di copyright/all rights reserved che era già una posizione teorica completa, scritta non in un manifesto ma dentro il codice stesso.

Il contesto non era pacifico. Nel febbraio dello stesso anno Bill Gates aveva pubblicato la sua lettera aperta agli hobbyist: chi si scambiava copie dell’Altair BASIC senza pagare stava rubando il lavoro suo e dei suoi programmatori. Aveva vent’anni e ragione sul piano legale. La risposta di Jim Warren su Dr. Dobb’s fu altrettanto netta: se il software costasse quanto una rivista, nessuno si prenderebbe la briga di copiarlo — il furto non nasce dalla malvagità degli hobbyist, nasce dal prezzo che li esclude. Erano due visioni incompatibili del futuro, non due posizioni negoziali. E si giocavano sugli stessi chip di cui si discuteva in ogni altra rivista dell’epoca.

Perché la guerra dei processori e quella del copyleft non erano battaglie separate. Erano due fronti della stessa domanda: chi controlla cosa può girare su una macchina, e a quali condizioni.

In quel campo i contendenti erano almeno tre. Da un lato la famiglia dell’8080 e del suo figlio più capace, lo Z80 di Zilog — progettato da Federico Faggin dopo che aveva lasciato Intel nel 1974. Il Z80 aveva un set di istruzioni ricco, quasi barocco: mnemonici come LDIR, DJNZ, EX AF,AF’ che gli assembleristi veterani scrivevano con la stessa naturalezza con cui un musicista jazz cita uno standard. Verboso, dicevano i puristi del 6502. Ma su quella verbosità girava CP/M, il sistema operativo dominante dell’era pre-IBM, e su CP/M girava tutto il software serio di quegli anni.

Dall’altro lato c’era il 6502: sintetico fino all’ossessione, pochissime istruzioni eseguite in pochissimi cicli. La zero page — i primi 256 byte di RAM indirizzabili con un byte invece di due — non era un trucco: era un principio. Ogni ciclo di clock risparmiato si moltiplicava per milioni di istruzioni al secondo, e su macchine a 1 MHz contava ogni ciclo. Wozniak lo scelse per l’Apple II perché premiava chi sapeva usarlo, non chi aveva più risorse. Il Commodore PET 2001 — 795 dollari nel 1977, schermo CRT da 9 pollici integrato verde su nero, niente stampante nel modello base, tastiera a tasti piatti che gli utenti hanno maledetto per anni — usava lo stesso cuore. Su quelle macchine giravano versioni di Tiny BASIC che circolavano sulle riviste come listati da digitare pagina per pagina. Il codice viaggiava su carta, senza internet. Era software libero nella sua forma più concreta: carta, inchiostro, dita sulla tastiera.

Sopra entrambi stava il 68000 di Motorola: architettura interna a 32 bit, registri generali intercambiabili, spazio di indirizzamento che lasciava respiro dove gli altri soffocavano. Lo usarono per il primo Macintosh, per l’Amiga, per l’Atari ST. Era la scelta degli ingegneri che avevano tempo per scegliere bene.

IBM non ce l’aveva.

Nel 1980 un gruppo di ingegneri doveva consegnare un personal computer in tredici mesi. Il 68000 era tecnicamente superiore e introvabile nelle quantità richieste. Intel aveva l’8086 disponibile — e aveva già firmato con una piccola software house di Seattle. La scelta fu logistica. L’eredità è durata quarant’anni.

Ma quella scelta non chiuse solo un fronte architetturale. Microsoft, arrivata dentro IBM PC, non era più la software house che distribuiva BASIC agli hobbyist: era diventata un attore con interessi industriali precisi nel controllo del software. La stessa transizione che Gates aveva annunciato nella lettera del 1976 si completava nel 1980 su scala incomparabilmente più grande. Il copyleft come pratica diffusa — listati sulle riviste, codice che passava di mano, “@ALL WRONGS RESERVED” come dichiarazione etica conficcata dentro un listato — perdeva il suo ecosistema naturale. Richard Stallman formalizzerà la risposta qualche anno dopo con la GPL: non aveva inventato il copyleft, aveva trasformato un’etica in uno strumento legale perché nel frattempo la chiusura era diventata abbastanza solida da richiederlo. Wang l’aveva scritto per ironia nel 1976; Stallman lo rese vincolante per necessità nel 1989.

Qui si inceppa la narrativa del mercato come arbitro meritocratico. Il darwinismo tecnologico non seleziona “il più adatto” in senso assoluto — seleziona il più adatto all’ambiente contingente di quel preciso momento. In biologia lo chiamano deriva genetica: nelle popolazioni piccole, in finestre temporali strette, i tratti si fissano per caso, non per vantaggio adattativo. Il 68000 era migliore. Il copyleft come pratica era già funzionante. Nessuno dei due era disponibile il giorno giusto, con gli accordi giusti.

Vabbè — ma questo è ovvio, direte. Il problema è quello che viene dopo.

Ogni generazione di chip Intel — dal 286 al 386, al Pentium — doveva essere retrocompatibile con decisioni prese in fretta nel 1978. Gli ingegneri Intel hanno a lungo parlato di “bad ideas frozen in silicon”: idee sbagliate congelate nel silicio, impossibili da cambiare perché troppo codice dipendeva da esse. Non era debolezza — era il prezzo della vittoria. Questo è path dependency nella sua forma più pura: ogni passo successivo è condizionato dai passi precedenti, indipendentemente da dove converrebbe andare.

Oggi lo schema si ripete in un campo dove le decisioni dei prossimi tre anni avranno conseguenze paragonabili.

CUDA di NVIDIA è l’8086 del calcolo accelerato. Non è la soluzione tecnicamente più elegante — ROCm di AMD è comparabile, i TPU di Google più puliti per certi carichi. CUDA ha vinto perché era disponibile nel momento in cui la comunità scientifica aveva bisogno di qualcosa su cui costruire, e perché NVIDIA ha investito vent’anni in librerie, strumenti, documentazione. Cambiare costa più di quanto vale. Le API di OpenAI sono il CP/M di questa generazione: lo standard de facto attorno a cui si è costruito un ecosistema prima che nessuno si chiedesse seriamente se fosse il migliore. E la guerra sul copyleft si ripete con nomi nuovi: le licenze “open weight” di Llama e Mistral che vietano certi usi commerciali sono gli eredi diretti della tensione del 1976 — aperte ma con condizioni, libere ma fino a un certo punto. Wang aveva scritto “@ALL WRONGS RESERVED” per ironia; Meta scrive “open” nelle note stampa e poi aggiunge dodici pagine di termini di utilizzo.

L’unica discontinuità vera nell’intera storia x86 è arrivata da Apple con i chip M1 nel 2020: quarant’anni di path dependency spezzati in una generazione. Ma Apple poteva farlo perché controlla hardware, sistema operativo e gran parte del software critico simultaneamente — una verticalizzazione che nessun altro attore del mercato AI possiede.

Il 68000 non ha perso perché era peggiore. Il copyleft di Wang non ha perso perché era sbagliato. Entrambi hanno perso perché non erano disponibili il giorno in cui IBM aveva bisogno di ordinare. La domanda che quella storia lascia sospesa riguarda chi sta scegliendo le infrastrutture AI di oggi con la stessa fretta del 1980 — e quali pratiche di condivisione, quali architetture, quali “@ALL WRONGS RESERVED” si stanno congelando in questo preciso momento, pronti a trascinarsi per i prossimi quarant’anni.


Riferimenti

[1] MOS Technology, 6502 Microprocessor, 1975. URL: https://en.wikipedia.org/wiki/MOS_Technology_6502

[2] Zilog, Z80 CPU. Progetto Faggin, 1974–1976. URL: https://en.wikipedia.org/wiki/Zilog_Z80

[3] Motorola, MC68000 16/32-Bit Microprocessor, 1979. URL: https://en.wikipedia.org/wiki/Motorola_68000

[4] Li-Chen Wang, Palo Alto Tiny BASIC, Dr. Dobb’s Journal, maggio 1976. Prima occorrenza documentata di “copyleft”. URL: https://en.wikipedia.org/wiki/Tiny_BASIC

[5] Gates, Bill, An Open Letter to Hobbyists, febbraio 1976. URL: https://en.wikipedia.org/wiki/An_Open_Letter_to_Hobbyists

[6] Ceruzzi, Paul, A History of Modern Computing, MIT Press, 2003.

[7] NVIDIA, CUDA Toolkit Documentation. URL: https://docs.nvidia.com/cuda/

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