Le sette meraviglie che non esistevano

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Archeologia di un canone costruito nel 1572 e retrodatato di diciassette secoli

La lista canonica delle sette meraviglie del mondo antico — Piramide, Giardini Pensili, Zeus di Olimpia, Tempio di Artemide, Mausoleo, Colosso, Faro — è stata fissata nella forma che tutti ricordiamo nel 1572, a Anversa, in una serie di incisioni fiamminghe. Diciassette secoli dopo l’epoca a cui sembra appartenere. E il canone originale, nel 1572, ne conteneva otto, non sette: Maarten van Heemskerck ci aveva aggiunto il Colosseo.

Questo dettaglio andrebbe stampato in fondo a ogni sussidiario. Non perché distrugga il fascino della lista — anzi, lo moltiplica — ma perché rivela che quello che chiamiamo sette meraviglie del mondo antico è un costrutto ellenistico-rinascimentale a doppio strato, con criteri di selezione raramente esplicitati e quasi mai tutti coerenti tra loro.

Partiamo dalla parola. I Greci non parlavano, all’inizio, di thaumata (prodigi), ma di theamata: letteralmente, cose degne di essere viste. Il passaggio semantico non è cosmetico. Theama implica un osservatore, un itinerario, una geografia percorribile. Thauma sposta l’accento sull’oggetto e sulla sua eccezionalità astratta. La lista nasce come guida turistica ragionata — la Lonely Planet del viaggiatore greco colto post-Alessandro — e solo dopo viene mitizzata in catalogo di prodigi. Sta tutto lì, nella differenza tra vedere e stupirsi.

Questo spiega l’assenza più rumorosa: niente Grande Muraglia, niente Stonehenge, niente Borobudur, niente Teotihuacán. Non è eurocentrismo programmatico — è l’oikouméne ellenistica, l’ecumene effettivamente raggiungibile da un greco in età tolemaica. Viaggiavi e verificavi. Quello che non potevi verificare, semplicemente, non esisteva nel catalogo.

C’è poi il problema del numero. Il sette non è stato trovato, è stato imposto. Gli orientalisti tedeschi hanno coniato un termine bellissimo per questa mania antica di organizzare il mondo in elenchi: Listenwissenschaft, scienza delle liste. I Greci la ereditano dal Vicino Oriente e la applicano a ogni cosa — sette sapienti, sette contro Tebe, sette pianeti, sette poeti epici canonici. Il sette funziona perché è cognitivamente gestibile (puoi memorizzarlo) e culturalmente sacro (pianeti visibili più Sole e Luna, ma anche tradizione biblica, candelabro, sigilli). Non si è cercato il sette dopo aver trovato le meraviglie. Si è filtrata la realtà attraverso la griglia del sette.

Ogni canone fa questo. Il canone letterario occidentale di Harold Bloom, i tre tragici attici, i cinque sensi, le tre unità aristoteliche. Scegli il numero, poi cerchi cosa farci entrare. Scomodo da ammettere, ma è così.

Guardando dall’interno la lista canonica, i parametri di selezione — mai scritti da nessuno, ricostruibili solo per via induttiva — sembrano essere quattro. Primo: monumentalità fisica. La piccola meraviglia non esiste. Il Colosso superava i trenta metri, il Faro probabilmente i cento, la Piramide centoquaranta, lo Zeus di Fidia dodici. Secondo: virtuosismo tecnico risolto in modo spettacolare. Non a caso Filone di Bisanzio, una delle fonti principali, era un ingegnere — si interessa ai come: l’idraulica dei Giardini, la riflessione della luce del Faro, la statica del Mausoleo. Terzo: unicità tipologica. Il Mausoleo non è una tomba monumentale: è la tomba monumentale, tanto che la parola diventa nome comune. Il Colosso è l’archetipo della statua colossale in bronzo. Il Faro di Alessandria dà il nome a tutti i fari del mondo. Entrano non come esempi, ma come matrici. Quarto: materiali preziosi o esotici — oro, avorio, bronzo, marmo con rivestimenti aurei. La meraviglia è anche, senza pudore, dispendio ostentativo.

Fin qui le fonti sono quasi didascaliche. Ma c’è un criterio ulteriore che emerge solo se guardi la mappa: le sette meraviglie canoniche si distribuiscono tra Grecia (due), Turchia (due), Egitto (due), Iraq (una). Non è un caso. È esattamente la geografia dell’ecumene greca dopo le conquiste di Alessandro. Le élite greche sparse da Alessandria a Battriana hanno bisogno di un canone identitario flessibile: devono essere greci (conoscere Olimpia ed Efeso) ma anche appropriarsi culturalmente dei territori conquistati. Così entrano la Piramide e i Giardini. Non subito — le prime liste, ora perdute, erano probabilmente tutte greche. Ma nel III secolo a.C. il canone si apre ai barbaroi: un gesto politicamente sofisticato, sorprendentemente moderno. L’idea che anche i non-greci possano produrre opere degne è propria di Eratostene di Cirene ed è tutt’altro che banale per il tempo.

E qui arriviamo al punto che trovo più filologicamente interessante. Il canone che conosciamo non è il canone antico. Nel 1906 il filologo tedesco Wilhelm Heinrich Roscher catalogò diciotto liste antiche di meraviglie. Solo due coincidono — e la seconda è probabilmente copia della prima. Le diciotto liste contengono ottantadue nomi, ventidue edifici distinti. Nessuna corrisponde esattamente alla settina che recitiamo a memoria.

Antipatro di Sidone, che è la nostra fonte più citata (II secolo a.C.), metteva le mura di Babilonia al posto del Faro di Alessandria. Erodoto considerava il Labirinto egizio di Hawara più impressionante delle Piramidi stesse e lo dice con una franchezza che i manuali tacciono: se metti insieme tutti i monumenti greci, spendono meno fatica e denaro di questo labirinto. Altre liste includono l’Altare di Pergamo, il Palazzo di Ciro a Ecbatana, un obelisco babilonese, il Tempio di Salomone. Il Colosseo entra nelle liste medievali cristiane. C’è una fluidità che si perde completamente nella vulgata scolastica.

La cristallizzazione definitiva arriva, come dicevo in apertura, con l’Octo Mundi Miracula del 1572. Il pittore olandese Maarten van Heemskerck aveva disegnato le sette meraviglie basandosi su Pedro Mexía — che nel 1540 ammetteva candidamente: su sei c’è accordo, sulla settima ognuno ne mette una diversa. L’incisore Philips Galle le pubblica ad Anversa, con versi in distici elegiaci dell’umanista Hadrianus Junius, e aggiunge in coda il Colosseo come ottava. È il Rinascimento fiammingo che, cercando di ricostruire l’antichità, la inventa — nel senso latino di invenire, trovare ordinando. La lista ha successo, le incisioni circolano, e il canone si fissa per sempre nella forma che noi crediamo antica.

Un altro schema che raramente si fa notare: sei meraviglie su sette celebrano un potere centralizzato e personale. Cheope, Nabucodonosor (o chiunque abbia davvero costruito i Giardini — Stephanie Dalley sostiene da anni che fossero a Ninive, opera di Sennacherib), Artemisia per il Mausoleo, i Tolomei per il Faro. Il Tempio di Artemide fu finanziato in parte da Creso di Lidia. L’unica eccezione è il Colosso di Rodi, voto di una polis. Gli acquedotti romani, i ponti, le strade — opere di ingegneria spesso superiori — non entreranno mai nel canone. Sono infrastrutturali, funzionali, repubblicane. Al catalogo serve magnificenza committente, non utilità pubblica. È un criterio ideologico molto chiaro, anche se implicito.

Vabbè. Detto tutto questo — la costruzione culturale, il retrodatare di diciassette secoli un elenco rinascimentale, la geopolitica sommersa, la griglia del sette — resta il fatto che le sette meraviglie continuano a funzionare. Come mito, come inventario, come esercizio mnemonico per bambini di dieci anni. Il che pone una domanda interessante: cosa esattamente sappiamo quando crediamo di sapere qualcosa sulle sette meraviglie? Sappiamo la lista. Raramente sappiamo che è una lista costruita nel 1572 sulla base di fonti greche che non concordavano tra loro. Quasi mai sappiamo che una delle sette potrebbe non essere dove crediamo (i Giardini), e che solo una è ancora in piedi (la Piramide). Non è un sapere, è un residuo di sapere. Un guscio.

C’è una lezione metodologica che vale oltre il caso specifico. Ogni volta che una tradizione culturale sembra troppo pulita, troppo enumerabile, troppo memorizzabile, probabilmente qualcuno l’ha ripulita. La filologia classica chiama questo processo normalizzazione — il copista che, trovandosi davanti un passaggio difficile, lo rende più liscio. Il canone delle sette meraviglie è una normalizzazione durata secoli, compiuta da greci ellenistici, romani, umanisti fiamminghi, editori rinascimentali, e infine da noi che lo ripetiamo. La lectio difficilior — le diciotto liste divergenti di Roscher, il Labirinto di Erodoto, il Colosseo di Heemskerck — è sempre più interessante della lectio facilior che arriva in fondo. Vale per i manoscritti. Vale per le enciclopedie. Vale, probabilmente, per gran parte di quello che crediamo di aver imparato a scuola.

Riferimenti

[1] Wikipedia, Seven Wonders of the Ancient World. Sintesi della lista di Roscher (1906), geografia e cronologia. en.wikipedia.org/wiki/Seven_Wonders_of_the_Ancient_World

[2] Wikipedia, Octo Mundi Miracula. Storia dell’edizione 1572 di Galle/Heemskerck/Junius e della fissazione del canone moderno. en.wikipedia.org/wiki/Octo_Mundi_Miracula

[3] Livius.org, Seven Wonders of the Ancient World. Contestualizzazione ellenistica e citazione integrale di Antipatro di Sidone (Anthologia Palatina 9.58). livius.org/articles/concept/seven-wonders-of-the-ancient-world/

[4] World History Encyclopedia, Joshua J. Mark, The Seven Wonders. Citazione di Erodoto sul Labirinto di Hawara. worldhistory.org/The_Seven_Wonders

[5] Stephanie Dalley, The Mystery of the Hanging Garden of Babylon, Oxford University Press, 2013. Tesi della dislocazione a Ninive (Sennacherib).

[6] Wilhelm H. Roscher, Die Sieben Weltwunder, 1906. Catalogazione originaria delle diciotto liste classiche. Testo disponibile in riproduzione su archive.org.

[7] Kai Brodersen, Die Sieben Weltwunder, C.H. Beck, München 1996. Riferimento accademico tedesco, con aggiornamento archeologico.

[8] Peter A. Clayton, Martin J. Price (eds.), The Seven Wonders of the Ancient World, Routledge, 1988. Volume canonico in inglese, capitolo per meraviglia.

[9] Britannica, Seven Wonders of the World. Versione istituzionale della lista con varianti storiche. britannica.com/topic/Seven-Wonders-of-the-World

[10] Pedro Mexía, Silva de varia lección, Siviglia 1540. Fonte primaria per Heemskerck; prima ammissione esplicita della non-coincidenza delle liste antiche.

Salahzar Stenvaag — salahzar.com

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