Quando l’AI supera gli autori umani nel giudizio estetico
[a partire da un esperimento di Francesco d’Isa, elaborando testi e risultati con Sonnet 3.7 + MCP]
In un’epoca in cui l’intelligenza artificiale sta trasformando rapidamente il panorama creativo, emerge un interrogativo fondamentale: la qualità letteraria è un attributo esclusivamente umano? Un recente esperimento condotto su un campione di 174 lettori ha prodotto risultati sorprendenti che meritano un’analisi approfondita.
L’esperimento: tre testi a confronto
L’esperimento ha messo a confronto tre testi anonimi: un brano poco noto di Marcel Proust (con nomi di luoghi sostituiti), un testo composto con l’assistenza dell’intelligenza artificiale, e un estratto di Dave Eggers. I partecipanti, ignari dell’origine dei testi, hanno espresso preferenze e tentato di identificare quale fosse generato artificialmente.
Ecco i tre brani nella loro interezza:
Testo numero 1 (Marcel Proust)
One day, the uncles I stayed with at Maple Hollow had failed to tell me that my mother would be arriving; they had concealed the news because my second cousin had dropped by to spend a few hours with me, and they had feared I might neglect him in my joyful anguish of looking forward to my mother’s visit. That ruse may have been the first of the circumstances that, independent of my will, were the accomplices of all the dispositions for evil that I bore inside myself, like all children of my age, though to no higher degree. That second cousin, who was fifteen (I was fourteen), was already quite depraved, and he taught me things that instantly gave me thrills of remorse and delight. Listening to him, letting his hands caress mine, I reveled in a joy that was poisoned at its very source; soon I mustered the strength to get away from him and I fled into the park with a wild need for my mother, who I knew was, alas, in Chicago, and against my will I kept calling to her along the garden trails. All at once, while passing an arbor, I spotted her sitting on a bench, smiling and holding out her arms to me. She lifted her veil to kiss me, I flung myself against her cheeks and burst into tears; I wept and wept, telling her all those ugly things that required the ignorance of my age to be told, and that she knew how to listen to divinely, though failing to grasp them and softening their significance with a goodness that eased the weight on my conscience. This weight kept easing and easing; my crushed and humiliated soul kept rising lighter and lighter, more and more powerful, overflowing—I was all soul.
Testo numero 2 (Collaborazione umano-AI)
The lamp snaps on—a single circle of wattage—and the room contracts to the radius of the suitcase.
Shirts first: two, folded with battlefield efficiency. Next, the notebook—creased leather, pages ink‑sore—slid beside the charger. Last, the Tao Te Ching, airport‑edition paperback, spine already softened by years of waiting lounges.
Toiletries follow, silent as contraband. Passport trio—red, green, navy—nest in the side pocket like mismatched siblings. Folding and refolding, I catch myself weighing each garment as if spare ounces might tip the moral balance of the journey. The monks would laugh: excess and absence are the same empty hand. Yet I cannot help it; centuries of rootlessness have taught me that what we carry mutates into what carries us. I lay a belt along the spine of the case, cross the shoes heel‑to‑toe, tighten the straps, then loosen them again—an imitation of ritual, though no temple claims it.
For a moment I hover at the window, suitcase already shut behind me, the paperback open to a passage I never quite memorise: “When the great form is without shape, there is nothing it does not nourish.” I mouth the characters, feel their patience leach into the room. To be nourished by what has no outline—that, perhaps, is the discipline I keep failing to cultivate. Instead I sketch outlines everywhere: exit routes, actuarial tables, faces I might one day forget.
Testo numero 3 (Dave Eggers)
He ran a block and turned down a quieter street.
“That was so hard,” I said. I was leaning my back against a window. I looked back to make sure she wasn’t following us.
“The giving it away?”
“Yeah. God was that hard.”
“I know,” Cal said.
“It’s shaming, don’t you think?”
“Why?”
“I don’t know.”
—When you give them the bills, Cal, you feel so filthy.
“You think she’s okay?” I asked. “I was afraid someone would see me give her the money and then come and take it from her.”
“I’m sure she’s fine.”
“Someone’s going to take it from her,” I said.
“She’s smart.”
“We should stay with her.”
“She looked tough,” Cal said.
“I’m so confused,” I said.
“I know.”
“Why the fuck is that so weird? Why is it so hard?”
We had no idea.
We walked to the hotel and knew I was getting close. We’d promised not to sleep but here we were. I feared the bed. The bed tonight would break me.
—Cal let’s not sleep.
I could drink to pass out and keep from thinking. That would be the plan. I could make it sound fun, have Cal and I drink from the minibar, if there was one, or buy a bottle of something on the way home, act like it was part of the trip’s grand design. The grand design was movement and the opposition of time, not drinking, hiding, sleeping. Too late. I haven’t won yet. You won’t win. I don’t want even two minutes with my head.
I risultati sorprendenti
I risultati dell’esperimento hanno rivelato una serie di paradossi che meritano attenzione:
- Il testo AI è risultato il più apprezzato con il 44,6% delle preferenze, superando sia Eggers (29,8%) che Proust (25,6%).
- L’identificazione dell’AI si è rivelata estremamente difficile: solo la metà dei partecipanti ha riconosciuto correttamente il testo artificiale. Sorprendentemente, il brano di Proust è stato quello più frequentemente scambiato per AI (51,5%), seguito dal testo effettivamente generato (49,7%) e infine Eggers (41,4%).
- In termini di “umanità percepita”, Eggers è risultato il più convincente (54,1%), seguito dal testo AI (48,8%) e infine Proust (43,5%).
- Il pregiudizio influenza il giudizio estetico: tra chi ha riconosciuto correttamente il testo AI, solo il 23% lo ha votato come migliore. Al contrario, tra chi non lo ha identificato come artificiale, ben il 62% lo ha considerato il testo più riuscito.
Un’analisi stilistica comparata
Ciascuno dei tre testi presenta caratteristiche stilistiche distintive che meritano un’analisi approfondita:
Il Proust travestito
Il brano di Proust si distingue per la sua complessità sintattica e la ricchezza lessicale. La struttura del periodo è ampia e dilatata, con una fitta rete di subordinate che si intrecciano nella narrazione. La tecnica è quella tipicamente proustiana dell’amplificazione, dove l’esperienza emotiva viene sviluppata attraverso una serie di dettagli e riflessioni introspettive.
Leggendo e rileggendo questo brano, non posso fare a meno di notare come la voce narrante oscilli continuamente tra l’innocenza dell’esperienza infantile e la consapevolezza adulta che la racconta. È questa tensione che crea quella particolare densità emotiva, quasi soffocante, che potrebbe aver indotto molti lettori a percepirla come artificiale.
La tematica della colpa, dell’innocenza perduta e della redenzione attraverso l’amore materno risuona con quella forza peculiare che solo Proust sa evocare. Ma forse è proprio questa intensità a risultare “sospetta” per lettori abituati a uno stile più contemporaneo.
L’ibrido umano-artificiale
Il testo generato con l’assistenza dell’AI si contraddistingue per un equilibrio peculiare tra concretezza e astrazione. La narrazione procede per immagini precise e dettagliate (la valigia, i passaporti, i vestiti piegati) che si alternano a riflessioni filosofiche più ampie.
Quello che mi colpisce di questo brano è come riesca a essere allo stesso tempo minimalista e filosofico. C’è qualcosa di profondamente cinematografico nel modo in cui inquadra dettagli banali per poi aprirli verso riflessioni esistenziali.
Particolarmente interessante è l’uso delle pause ritmiche, dei trattini e degli incisi che creano un effetto di sospensione e rilancio continuo. La qualità lirica del testo emerge dalla tensione tra l’atto pratico del fare la valigia e la meditazione esistenziale sul significato del viaggio e dell’appartenenza.
La citazione dal Tao Te Ching introduce un elemento di intertestualità che conferisce profondità filosofica al testo, mentre le metafore (“silent as contraband”, “what we carry mutates into what carries us”) risultano fresche e non convenzionali.
La frammentazione di Eggers
Il brano di Eggers si caratterizza per uno stile frammentato e immediato. La narrazione è costruita principalmente attraverso il dialogo, con frasi brevi e incisive che riproducono il parlato quotidiano. La punteggiatura non convenzionale e l’alternarsi di pensieri diretti e discorso riportato creano un effetto di flusso di coscienza controllato.
Mi ricordo la prima volta che lessi Eggers, rimasi colpito proprio da questa capacità di rendere la confusione emotiva attraverso una sintassi spezzata, quasi febbrile. Qui la sensazione è la stessa: ci troviamo di fronte a una mente agitata, incapace di trovare pace, che cerca disperatamente di dare un senso a un’esperienza disturbante.
La tensione emotiva è palpabile, espressa attraverso ripetizioni (“That was so hard”, “God was that hard”) e domande aperte (“Why the fuck is that so weird? Why is it so hard?”). L’angoscia esistenziale emerge non tanto dalle riflessioni esplicite quanto dal ritmo sincopato e dall’incompiutezza dei pensieri.
Il paradosso della percezione
L’esperimento mette in luce un paradosso fondamentale: ciò che percepiamo come “umano” o “artificiale” non corrisponde necessariamente alla realtà oggettiva. La nostra capacità di riconoscere l’intervento dell’intelligenza artificiale è sorprendentemente limitata e fortemente influenzata da pregiudizi stilistici.
Il fatto che Proust, uno degli autori più celebrati della letteratura mondiale, sia stato frequentemente scambiato per un’intelligenza artificiale solleva interrogativi profondi. È possibile che associamo l’artificialità a caratteristiche come:
- L’eccesso di elaborazione sintattica
- La densità emotiva e psicologica
- La complessità strutturale
Al contrario, tendiamo ad associare l’umanità a elementi come:
- L’immediatezza espressiva
- La frammentazione del discorso
- L’apparente spontaneità
Il pregiudizio che orienta il giudizio
Ancora più significativo è l’effetto che la percezione dell’origine del testo ha sul suo apprezzamento estetico. La consapevolezza che un testo sia stato generato artificialmente ne compromette la valutazione, indipendentemente dalle sue qualità intrinseche.
Questo fenomeno ricorda da vicino l’effetto framing studiato in psicologia cognitiva: il modo in cui un’informazione viene presentata (in questo caso, l’attribuzione a un autore umano o a un’AI) ne influenza radicalmente la percezione e il giudizio.
L’associazione statistica emersa dall’esperimento è inequivocabile: chi crede che un testo sia umano tende a valutarlo più positivamente, chi lo identifica come artificiale tende a svalutarlo.
Oltre le etichette: verso una nuova estetica
I risultati di questo esperimento ci invitano a riconsiderare i nostri parametri di valutazione estetica. Se un testo generato con l’assistenza dell’intelligenza artificiale può essere giudicato superiore a quelli di autori celebrati come Proust e Eggers, è necessario interrogarsi su cosa costituisca realmente la qualità letteraria.
Da scrittore e lettore, mi trovo a oscillare tra fascino e inquietudine di fronte a questi risultati. Da un lato, c’è qualcosa di democratico nel vedere abbattuta la barriera tra “genio umano” e “meccanismo artificiale”. Dall’altro, mi chiedo se stiamo perdendo qualcosa di essenziale nella nostra capacità di apprezzare la complessità e la profondità.
È la provenienza di un testo a determinarne il valore, o sono le sue qualità intrinseche? Se un lettore apprezza un brano senza sapere che è stato generato artificialmente, questo apprezzamento diventa meno legittimo una volta svelata l’origine?
Le tecnologie di intelligenza artificiale stanno rapidamente evolvendo, e con esse la nostra comprensione della creatività e dell’espressione artistica. Forse, più che cercare di distinguere tra umano e artificiale, dovremmo sviluppare una sensibilità estetica che valuti i testi per ciò che sono, indipendentemente dalla loro origine.
Conclusioni: implicazioni per il futuro della letteratura
L’esperimento descritto, pur con i suoi limiti metodologici, apre scenari affascinanti sul futuro della scrittura creativa. L’intelligenza artificiale sta dimostrando di poter generare testi non solo tecnicamente corretti, ma esteticamente apprezzabili e capaci di suscitare emozioni.
Questo non significa necessariamente che l’AI sostituirà gli scrittori umani, ma piuttosto che il confine tra scrittura umana e artificiale sta diventando sempre più sfumato. È probabile che assisteremo a forme di collaborazione sempre più strette tra autori e intelligenza artificiale, con quest’ultima che assume il ruolo di partner creativo piuttosto che di semplice strumento.
Ricordo una discussione avuta con un amico poeta alcuni mesi fa. Mi diceva: “Non ho paura che l’AI scriva poesie migliori delle mie. Ho paura che smettino di interessarmi le poesie in generale, sia umane che artificiali.” Il suo timore mi sembra ora più comprensibile: non è tanto la qualità dell’output a essere in questione, quanto il valore che attribuiamo all’atto creativo stesso.
Alla luce di questi sviluppi, potremmo dover riconsiderare concetti fondamentali come l’autorialità, l’originalità e l’autenticità. La letteratura del futuro potrebbe emergere da una complessa interazione tra intelligenza umana e artificiale, creando forme espressive che trascendono le categorie tradizionali.
In definitiva, più che temere l’avvento dell’intelligenza artificiale nel campo della creatività letteraria, dovremmo forse accoglierla come un’opportunità per espandere i confini della nostra immaginazione e delle nostre capacità espressive. Ma con una condizione essenziale: che rimanga uno strumento di amplificazione della creatività umana, non di sostituzione.
Riferimenti:
- Proust, M. (1913-1927). À la recherche du temps perdu. Gallimard.
- Eggers, D. (2002). You Shall Know Our Velocity. McSweeney’s.
- Marcus, G., & Davis, E. (2020). GPT-3, Bloviator: OpenAI’s language generator has no idea what it’s talking about. MIT Technology Review. https://www.technologyreview.com/2020/08/22/1007539/gpt3-openai-language-generator-artificial-intelligence-ai-opinion/
- Bogost, I. (2022). ChatGPT Is Dumber Than You Think. The Atlantic. https://theatlantic.com/technology/archive/2022/12/chatgpt-openai-artificial-intelligence-writing-ethics/672386/
- Warner, J. (2018). Why They Can’t Write: Killing the Five-Paragraph Essay and Other Necessities. Johns Hopkins University Press.
- Tversky, A., & Kahneman, D. (1981). The framing of decisions and the psychology of choice. Science, 211(4481), 453-458.
- Simonite, T. (2020). Did a Person Write This Headline, or a Machine? Wired. https://www.wired.com/story/ai-text-generator-gpt-3-learning-language-fitfully/
- Floridi, L., & Chiriatti, M. (2020). GPT-3: Its Nature, Scope, Limits, and Consequences. Minds and Machines, 30(4), 681-694. https://link.springer.com/article/10.1007/s11023-020-09548-1
- Fourneret, E., & Yvert, B. (2020). Digital Normativity: A Challenge for Human Subjectivation. Frontiers in Artificial Intelligence, 3, 27. https://www.frontiersin.org/articles/10.3389/frai.2020.00027/full

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