L’oblò delle meraviglie. Parte IV, Il Viaggio

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  1. Preludio – L’Età della Consapevolezza
  2. L’Aria Sottile
  3. La Geometria del Desiderio
  4. I Silenzi di California
  5. Il Ponte tra le Coste – Solitudini e Compagnie
  6. La Febbre dell’India
  7. La Valle del Silenzio
  8. Il Deserto che Mente
  9. Le Transizioni del Deserto – Tra Neon e Zen
  10. Il Giappone e i Suoi Silenzi
  11. Il Prezzo del Silenzio
  12. Le Organizzazioni e il Loro Significato – Strutture e Libertà
  13. Una Sinfonia di Silenzi
  14. La Danza dei Bit
  15. La Tecnologia come Nuovo Linguaggio – Codici di Libertà
  16. Le Mappe Invisibili
  17. Verso il Silenzio – La Spirale del Ritorno
  18. La Perfezione dell’Imperfezione
  19. Glossario e Riferimenti
    1. Organizzazioni e Reti di Ospitalità
      1. Servas International
      2. Hospitality Club
    2. Luoghi Significativi
      1. San Giorgio Aromi
      2. La Farmitalia
      3. Lo Zonupatodi
      4. Il Mulino
    3. Termini Tecnici
      1. FORTRAN
      2. Tabulati
      3. “Naturale Identico”
    4. Contesto Storico
      1. Gli Anni ’80-’90
      2. La Transizione Digitale
    5. Elementi Simbolici
      1. L’Oblò
      2. La Musica
      3. Il Silenzio
    6. Note sulla Lettura

Preludio – L’Età della Consapevolezza

Le canzoni non finiscono mai davvero. Si trasformano in echi, in ricordi, in silenzi pieni di significato. Come il ronzio della Farmitalia che ormai esiste solo nella memoria, come le grida dello Zonupatodi che si sono tramutate in sussurri.

Ho trent’anni ora. L’oblò della lavatrice non è più una finestra sul mondo magico, è uno specchio che riflette chi sono diventato. Chi sto diventando.

“La ribellione finisce?” mi chiede un vecchio amico del Mulino.

“Si trasforma,” rispondo. “Come tutto il resto.”

La musica non urla più nelle vene come quando avevo vent’anni. Scorre invece come un fiume sotterraneo, emerge nei momenti più inaspettati, si nasconde di nuovo.

Il mondo è cambiato. O forse sono io che ho imparato a guardarlo diversamente. Non più attraverso il vetro distorto dell’oblò, non più attraverso le lenti della rabbia o della paura.

Una volta cercavo risposte. Ora so che le domande sono più importanti. Una volta cercavo appartenenza. Ora so che appartengo solo al viaggio.

“Sei diventato saggio,” dice mia madre, trovandomi a contemplare il tramonto.

“No,” sorrido. “Ho solo smesso di combattere contro chi sono.”

Gli anni novanta scivolano nei duemila come una canzone che cambia ritmo. La tecnologia trasforma il mondo più velocemente di quanto possiamo comprendere. Le vecchie strutture scricchiolano, le nuove non hanno ancora forma.

È in questo spazio intermedio che ho imparato a danzare. Tra il vecchio e il nuovo. Tra la musica e il silenzio. Tra chi ero e chi sto diventando.

Il telefono squilla – una chiamata da Servas International. C’è una riunione importante, decisioni da prendere, strutture da difendere o da cambiare.

Ma io non sono più il ragazzo che cercava salvezza nelle strutture. Non sono più il ribelle che voleva distruggerle. Sono qualcosa di diverso ora. Qualcosa di più complesso. E molto più semplice.

“Come hai fatto?” chiede un giovane amico. “Come hai capito?”

“Non ho capito,” rispondo. “Ho solo imparato ad ascoltare.”

Ad ascoltare il silenzio tra le note.
Il respiro tra le parole.
La vita tra un viaggio e l’altro.

Gli anni che seguono saranno un lungo viaggio. Non più una fuga, non più una ricerca. Un cammino consapevole attraverso aeroporti e stazioni, attraverso organizzazioni e libertà, attraverso amori e addii.

L’oblò delle meraviglie è diventato uno specchio, penso guardando il mio riflesso distorto nel vetro curvo. E forse questa è la vera meraviglia: vedere finalmente se stessi con chiarezza.

La Farmitalia non c’è più.
Lo Zonupatodi è un ricordo.
Il Mulino ospita altre storie.

Ma io sono qui.
Trasformato ma presente.
Diverso ma intero.
Pronto per il prossimo movimento
di questa sinfonia silenziosa
che chiamiamo vita.

Come un vinile che ha imparato ad apprezzare i suoi graffi. Come un programma che ha fatto pace con i suoi bug. Come un viaggiatore che ha capito che ogni destinazione è solo un altro inizio.

L’Aria Sottile

La San Giorgio Aromi si staglia contro il cielo di Torino come una volta si stagliava la Farmitalia. Ma gli odori sono diversi ora – non più medicinali aggressivi ma essenze sottili, molecole che giocano a imitare la natura.

“C’è un posto libero sull’aereo del capo,” dice Emilio, come se stesse offrendo una caramella. Come una volta gli amici offrivano un disco nuovo da ascoltare, un libro russo trovato tra la carta da macero.

La radio in laboratorio suona appena, un mormorio di sottofondo che non disturba più il pensiero. Non è come al Mulino, dove la musica era una presenza costante, una necessità. Qui è solo un’eco, come un ricordo che sfuma.

“Naturale identico,” mormoro osservando le formule chimiche, assaporando l’ossimoro. Come me, penso. Come tutti noi che un tempo cercavamo disperatamente di essere autentici, e ora scopriamo che l’autenticità ha sfumature infinite.

Il vecchio proprietario ha un naso leggendario. Si muove tra le provette come io un tempo mi muovevo tra i tabulati del computer, cercando messaggi nascosti. Ma lui trova verità negli odori, nelle molecole, nei profumi che replicano la natura senza esserlo.

L’aereo è più piccolo di quanto immaginassi. Mi siedo accanto al finestrino, come un tempo mi sedevo davanti all’oblò della lavatrice. Ma questa volta non aspetto Babbo Natale – aspetto me stesso.

“Prima volta?” chiede il pilota, giovane, le mani sicure sui comandi.

“Prima di molte, spero.” La voce non trema più quando parlo del futuro.

Decolliamo, e Torino diventa un disegno sotto di noi. Vedo il punto dove una volta sorgeva la Farmitalia, il quartiere dove il Mulino ancora custodisce le sue storie. Da quassù, tutto sembra più chiaro. O forse sono io che ho imparato a vedere meglio.

A Ginevra, la fabbrica di cioccolato è un tempio di precisione svizzera. Mi offrono il loro cioccolato al latte, orgoglio della casa.

“Preferisco quello fondente,” dico. Non è più ribellione adolescenziale, non è più il bisogno di essere diverso a tutti i costi. È solo una preferenza, semplice come respirare.

“Dovremo farlo arrivare apposta,” si scusano.

“Vale la pena aspettare per le cose che ami davvero.” Come una volta aspettavo la notte per scrivere sui tabulati, per ascoltare la radio, per essere me stesso.

Il ritorno è un volo attraverso un tramonto infinito. Le nuvole sono rosa, poi viola, poi blu. Un tempo avrei cercato una canzone per descrivere questo momento. Ora mi basta il rumore dei motori, il silenzio dell’alta quota, il respiro dell’aria sottile.

C’è ancora così tanto da fare, penso. Così tanto da essere. Ma non è più l’urgenza febbrile di una volta. È una consapevolezza tranquilla, come l’odore di vaniglia che impregna i corridoi della San Giorgio.

Il vecchio col naso magico annusa una nuova formula quando torno. “Questa è perfetta,” dice. “Ma potrebbe essere migliore.”

Lo guardo e sorrido. Capisce sempre tutto, come una volta capiva mia madre, come l’oblò che sapeva tutti i miei segreti.

Esco dal laboratorio nella sera di Torino. L’aria sa di smog e possibilità, di vaniglia artificiale e sogni autentici.

La musica della città è cambiata – o forse sono io che ho imparato ad ascoltare diversamente. Non ho più bisogno di note per sentire la melodia. Non ho più bisogno di parole per raccontare la storia.

L’aria sottile ha il suo ritmo. E io ho tutto il tempo per impararlo.

La Geometria del Desiderio

Sandra ha la lista dei nomi e degli indirizzi stretta in mano. Come una volta stringevo i tabulati del computer, come custodivo i segreti dello Zonupatodi.

“Se non ti sento più vivo entro tre giorni, chiamo la polizia,” scherza, ma non troppo.

Manhattan si apre davanti a me come un libro di geometria vivente. Come l’oblò che una volta era la mia finestra sul mondo, ora la griglia delle strade mi promette nuove possibilità. Le avenue verticali tagliano l’isola da nord a sud, le streets orizzontali le intersecano in una danza matematica.

“Fifth and 42nd,” dico al tassista. La voce è ferma, ma il cuore batte come quando leggevo poesie russe trovate tra la carta da macero.

“Tourist?” chiede guardandomi dallo specchietto.

“Explorer,” rispondo. Non è più una bugia. Non è più una posa. È solo quello che sono.

I tombini sbuffano vapore come draghi addormentati. L’odore è metallico, elettrico – diverso dagli aromi della San Giorgio, dalla puzza della Farmitalia, dal profumo di pane del Mulino. La città ha la sua musica, ma è una musica di rumori, di clacson, di passi affrettati. Non serve più Guccini per raccontare questa storia.

Nella lettera a Servas ho scritto: “Sono gay ma non cerco esperienze durante il viaggio.” La chiarezza è una forma di libertà nuova. Non più messaggi nascosti nei programmi FORTRAN, non più codici segreti. Solo verità semplici.

Il Metropolitan mi accoglie come una cattedrale dell’arte. So arrivarci perché ho studiato le mappe, calcolato le distanze. La mia mente cerca ancora pattern, come quando cercavo un senso nei tabulati, ma ora so che alcuni pattern esistono solo per essere infranti.

“You walk like you know where you’re going,” mi dice un ragazzo in un bar.

“I’m learning,” rispondo. Ed è vero – sto imparando. La città. Me stesso. La differenza tra solitudine e solitudine scelta.

La notte, Manhattan diventa un circuito elettrico impazzito. Dal mio letto nell’ostello, sento la città che non dorme mai. Non c’è più Battiato alla radio, non ci sono più le canzoni del Mulino. C’è solo il respiro della città, e basta.

“Why don’t you talk more?” mi chiede il ragazzo della notte prima, arrabbiato dopo un incontro fugace.

“Because I’m listening,” rispondo, ma lui è già andato.

Ascoltare, penso. Come una volta ascoltavo la musica, ora ascolto il silenzio tra le parole.

Ho una mappa mentale di ogni strada, ogni angolo. Ma la vera geometria è quella del desiderio – non più caotico e disperato come nei giorni dello Zonupatodi, ma preciso, consapevole, quasi scientifico.

I grattacieli si stagliano contro il cielo come note su un pentagramma vuoto. Io sono qui, un punto di silenzio in questa sinfonia urbana.

Non sono più perso, penso mentre cammino sulla High Line. Non sono più quel bambino che guardava il mondo attraverso un oblò.

La città mi parla in un codice che sto imparando a decifrare. Non è più il linguaggio della paura o della ricerca disperata. Non è più una canzone da imparare a memoria.

È il linguaggio del possibile.
Come le variabili in un programma ben scritto.
Come le equazioni che ancora devo risolvere.
Come una musica che non ha bisogno di essere suonata per essere compresa.

Manhattan non è più un sogno. È un algoritmo che sto imparando a danzare.

I Silenzi di California

Los Angeles è un’equazione impossibile da risolvere. Non un oblò sul mondo, ma mille specchi che riflettono il nulla. Una città che non cammina, non respira, scorre solo come acqua tra le dita.

“Trifty,” dice il benzinaio quando chiedo una mappa. Una parola sola, come quando al Mulino bastava uno sguardo per capirsi. Ma qui non capisco. Non ancora.

Solo dopo scopro che è una catena di negozi, l’equivalente della nostra Standa. Mi perdo tre volte prima di trovarla, ma forse perdersi è l’unico modo per imparare nuove strade.

John mi accoglie a San Francisco in una casa piena di libri gay e domande non fatte. Come i tabulati pieni di confessioni nascoste, come le pareti dello Zonupatodi. Ma qui le parole sono in bella vista, senza codici da decifrare.

“Alla mia età,” dice quando accenno alla mia lettera Servas, “sono più preoccupato per la prostata che per il sesso.”

Ridiamo, ed è una risata che scioglie anni di tensione. Non serve più Guccini per cantare la liberazione – il suono della nostra risata basta.

I suoi amici fanno battute che non capisco – non per la lingua, ma per qualcosa di più profondo, più locale. Come quando ascoltavo Radio Radicale di notte, cercando di decifrare un mondo che parlava un’altra lingua.

“Bio,” dicono al supermercato, molto prima che questa parola attraversi l’oceano. Comprano tutto biologico, come se il cibo potesse salvarci. Come una volta pensavamo che la musica potesse salvarci.

A Chicago, la chiave sotto lo zerbino non c’è. Come non c’erano mai risposte facili, come non c’erano mai stati percorsi già tracciati.

“C’è una festa di compleanno stasera,” dicono quando finalmente entro.

“Sono troppo stanco,” rispondo, e subito me ne pento.

Non dire mai di no, imparo quella sera, sdraiato sul letto mentre la vita accade altrove. Non come una volta, quando il no era una forma di ribellione. Ora è solo un’occasione persa.

Il jazz riempie le strade di Chicago. Ma non è più la musica che cerco di catturare – è il silenzio tra le note che mi parla.

La metropolitana sopraelevata tuona sopra le nostre teste. Un tempo avrei cercato di trasformarlo in poesia. Ora lo accetto per quello che è: il respiro metallico della città.

“Gli italiani ci piacciono,” dice qualcuno. “I tedeschi… non tanto.”

Sorrido, pensando a quanto sia strano questo mondo di pregiudizi e preferenze. Come quando essere diverso sembrava una condanna, e ora è solo un fatto, come il colore del cielo.

La solitudine del viaggio non è più un peso – è uno spazio dove le cose possono accadere. Non più la solitudine dell’oblò, non più quella dello Zonupatodi. Una solitudine scelta, abitata, quasi amata.

I grattacieli di San Francisco si stagliano contro il tramonto. Nella casa di John, i libri sembrano guardarmi con comprensione.

“A volte,” dice lui una sera, “il silenzio dice più delle parole.”

E ha ragione. Come aveva ragione il jazz di Chicago. Come aveva ragione il traffico di Los Angeles. Come aveva ragione il mio cuore quando ha smesso di cercare musica e ha iniziato ad ascoltare il silenzio.

La Costa Ovest mi ha insegnato questo:
che ogni città ha il suo ritmo,
che ogni silenzio ha la sua musica,
che ogni viaggio è un modo diverso
di imparare ad ascoltare.

Il Ponte tra le Coste – Solitudini e Compagnie

Due viaggi sulla stessa costa. Due modi diversi di attraversare lo stesso spazio. Come ascoltare la stessa canzone in due momenti diversi della vita, scoprendo significati nuovi, perdendone altri.

“Era meglio quando viaggiavi da solo?” chiede Sandra, mentre ripensiamo alle nostre avventure americane.

“Non meglio,” rispondo. “Diverso.”

Il primo viaggio era stata una scoperta solitaria. Come quando leggevo libri russi trovati tra la carta da macero, come quando scrivevo messaggi nascosti nei tabulati. Un dialogo intimo con me stesso attraverso città sconosciute.

Manhattan da solo era stata una sfida di geometrie e solitudini. San Francisco un’esplorazione di libertà possibili. Los Angeles un labirinto da decifrare in silenzio.

Ora, con gli altri, le stesse città suonano una musica diversa. Non più l’assolo introspettivo del primo viaggio, ma una composizione a più voci, con le sue dissonanze, le sue armonie imperfette.

“È strano,” dice Virgina col suo braccio ingessato, “vedere gli stessi posti con occhi diversi.”

Non sono solo i posti ad essere diversi. Siamo noi. Sono io.

Il primo viaggio era stata una fuga in avanti, un correre verso qualcosa che non sapevo definire. Come quando guardavo attraverso l’oblò delle meraviglie, cercando un mondo magico oltre il vetro.

Questo secondo viaggio è un camminare insieme, con tutte le complicazioni che comporta. Le frustrazioni di Mario alla guida, l’impazienza di Giuliana, i silenzi tesi di Laura.

“Non è più semplice da soli?” chiede qualcuno dopo l’ennesimo battibecco.

“La semplicità non è sempre il punto,” rispondo.

Una volta cercavo risposte nel silenzio della solitudine. Ora le trovo nel rumore della condivisione. Nel caos delle relazioni. Nell’imperfezione dell’essere insieme.

Le highway americane sono le stesse, ma il ritmo del viaggio è cambiato. Non più la libertà assoluta della solitudine, ma la libertà negoziata della compagnia.

Come la musica del Mulino, dove ogni voce trovava il suo spazio nel caos apparente, nella cacofonia che diventava armonia.

“Ti manca viaggiare da solo?” chiede Laura una sera nel deserto.

“Mi manca come manca una canzone che sai di non poter più cantare allo stesso modo,” rispondo. “Ma ora ne stiamo cantando un’altra.”

Il primo viaggio mi aveva insegnato a stare con me stesso.
Questo mi sta insegnando a stare con gli altri.
Due lezioni ugualmente necessarie.
Due solitudini diverse:
quella di chi è solo,
quella di chi è solo insieme ad altri.

Le coste est e ovest sono come le due facce di uno specchio: stessa immagine, riflesso diverso. Stesso spazio, tempo diverso. Stessa America, diverso modo di attraversarla.

E forse è questo il vero ponte:
non quello tra due coste,
ma quello tra due modi di essere.
Tra la solitudine necessaria
e la condivisione possibile.
Tra chi ero
e chi sto imparando ad essere.

Come un accordo che unisce due note diverse, come un silenzio che dà senso alla musica, come un viaggio che non è né solo né in compagnia, ma entrambe le cose in una danza continua di distanze e vicinanze.

La Febbre dell’India

Il fuso orario è una bestia che mastica il tempo. Come l’oblò della lavatrice che una volta ipnotizzava i miei pomeriggi, ora le lancette dell’orologio danzano una danza incomprensibile.

Nuova Delhi ci accoglie con un pugno di odori allo stomaco. Non la vaniglia artificiale della San Giorgio, non lo smog di Torino. Qui gli odori sono primordiali: incenso, spezie, escrementi, vita.

“YMCA,” dice qualcuno, indicando un edificio coloniale. La colazione diventa un rituale nuovo, necessario. Come una volta era necessario nascondere messaggi nei tabulati, ora è necessario ancorarsi a qualcosa di familiare in questo mare di estraneità.

Gli osservatori astronomici antichi si stagliano contro il cielo come sculture impossibili. “Guardavano le stelle,” spiega Martino, “per capire il tempo.”

E noi? mi chiedo. Cosa guardiamo per capire dove siamo?

La febbre arriva silenziosa come una melodia dimenticata. Gli altri partono per il Tibet, io resto indietro. Non più la musica del Mulino a tenermi compagnia, solo il ronzio dei ventilatori e il caos della strada.

“Mumbai,” decido perche’ da li c’e’ l’aereo per il ritorno, sia pure in anticipo di 3 settimane. La città dei sogni di celluloide.

Il treno è un universo in movimento. Non il ritmo ordinato dello Shinkansen giapponese, ma una danza caotica di corpi, odori, vite compresse. Le ore si dilatano come note tenute troppo a lungo.

“Qual è la tua connessione con Servas?” chiedono le persone che contatto.

La verità è che non ne ho più. Come non ho più bisogno di appartenere a nulla. La febbre mi ha insegnato che anche la disconnessione può essere una forma di libertà.

Il bramino mi accoglie nella sua casa con una gentilezza che non chiede spiegazioni. Gli do dei soldi per dei libri che non vedrò mai. Non importa – ho imparato che alcune promesse esistono solo per insegnarci a lasciare andare.

La febbre va e viene come le maree del Mar Arabico. Nei momenti di lucidità, osservo Mumbai attraverso una finestra appannata. Non più l’oblò delle meraviglie, ma una finestra sulla realtà che si rifiuta di essere catalogata.

“In India,” dice qualcuno, “non vieni per trovare risposte. Vieni per capire quali sono le vere domande.”

Le strade sono un labirinto di contraddizioni. Come una volta cercavo di comporre melodie con i rumori della Farmitalia, ora lascio che il caos di Mumbai componga la sua sinfonia.

La febbre quasi diventa amica. Mi permette di galleggiare sopra tutto questo, di osservare senza dover per forza capire. Come quando da bambino guardavo il mondo attraverso il vetro rotondo della lavatrice, ma ora sono io ad essere in movimento, in rotazione, in trasformazione.

Non più la ricerca spasmodica di un senso, penso mentre l’aereo decolla da Mumbai. Solo l’accettazione che alcuni viaggi non hanno una destinazione.

Le nuvole sotto di noi sono come pagine bianche.
Non servono più parole per riempirle. Non servono più musiche per accompagnarle. Il silenzio dell’alta quota ha la sua eloquenza, e la febbre mi ha insegnato ad ascoltarla.

Porterò con me non i libri mai arrivati,
ma gli odori, i suoni, le domande.
Soprattutto le domande.
Come note di una musica che non ha bisogno di essere suonata per essere vera.

La Valle del Silenzio

“Claudio guiderà lui,” dice Virginia, mostrando il braccio ingessato come una bandiera bianca. Non che servisse – dopo Montanaro, il volante mi fa ancora tremare le mani come una volta tremavano davanti alla prima pagina di un libro russo.

Siamo in cinque in una macchina americana troppo grande. Non la comunità del Mulino, non la tribù dello Zonupatodi, ma un gruppo casuale unito dal caso e dal destino. Il bagagliaio geme sotto il peso dei nostri bagagli, come una volta gemevano gli scaffali sotto il peso dei tabulati.

La Phoenix dell’aeroporto è un miraggio nel deserto. Come l’oblò che una volta era la mia finestra sul mondo, ora il parabrezza mi mostra un universo di sabbia e cielo.

“La Valle della Morte è la prossima tappa,” dice Sandra, studiando la mappa.

Che nome promettente, penso. Come le promesse che facevamo al Mulino, come i giuramenti dello Zonupatodi.

Claudio guida come se il tempo fosse infinito, come se la benzina non potesse finire. Non c’è più musica alla radio – il deserto ha il suo silenzio, e abbiamo imparato ad ascoltarlo.

“Il distributore chiude alle quattro,” ci avvertono.

Sono le quattro e un quarto quando arriviamo. Il sole è una presenza fisica, come una volta lo erano le canzoni di Guccini, ma più implacabile, più vero.

“Qualcuno ha una buona idea?” chiede Claudio, mentre le ombre si allungano nel deserto. Gli scorpioni sono invisibili ma presenti, come i dubbi che non osiamo esprimere.

“Potremmo cantare,” suggerisce Simona. Ma non è più tempo di canzoni. È tempo di silenzio, di attesa, di accettazione.

La ranger arriva come un personaggio di un film western, una donna con una tanica di benzina preziosa come l’oro. Non serve una colonna sonora – il rumore dei nostri sospiri di sollievo è musica sufficiente.

A Los Angeles, la famiglia Servas ci accoglie come ospiti indesiderati. Come una volta mi sentivo indesiderato nel mondo dei “normali”, ma ora la disapprovazione altrui scivola via come acqua sul vetro.

“Forse dovremmo andare,” sussurra Sandra dopo la seconda notte sul pavimento.

“Ma la cena…” protesta Simona.

“Al diavolo la cena.”

La ribellione ha un sapore diverso ora. Non più il grido adolescenziale dello Zonupatodi, ma la quieta determinazione di chi sa quando è ora di andare.

Nel Texas, nell’Arizona, una famiglia che ha perso la sua setta religiosa ci accoglie con una dolcezza disarmante.

“Come fate,” chiedo una sera, “senza la vostra comunità?”

“Troviamo altre forme di fede,” risponde la donna. “Come questa – aprire la porta agli stranieri.”

Come una volta trovavamo fede nella musica, ora la troviamo nel silenzio condiviso.

La foresta ci regala una casa vuota, un gatto di sette chili come unico custode. Non più il caos organizzato del Mulino, ma un vuoto che sa accogliere.

I rapporti si incrinano lentamente, come crepe nel deserto. Il braccio di Virginia, la guida di Claudio, le mie paure, le aspettative di tutti.

Ma non importa.

Perché il deserto ci ha insegnato qualcosa
che né i libri né le parole potevano insegnare:
il valore della semplicità,
che a volte ti perdi
che a volte la benzina finisce
che a volte l’ospitalità ha forme che non ti aspetti

E che alla fine, sono proprio i silenzi
a raccontare la storia più vera.
Come il silenzio della Valle della Morte.
Come il silenzio tra amici che non hanno più bisogno di parlare.
Come il silenzio di chi ha finalmente imparato
ad ascoltare il proprio cuore.

Il Deserto che Mente

Las Vegas sorge dal deserto come un’allucinazione collettiva. Non più l’oblò delle meraviglie della mia infanzia, ma mille oblò impazziti che riflettono luci al neon. Una città che non dovrebbe esistere, e forse non esiste davvero.

“Le camere costano pochissimo,” dice Sandra, studiando i prezzi del Luxor come una volta studiavo i tabulati alla ricerca di messaggi nascosti.

Non è un errore, penso. È matematica pura: più tempo passi qui, più soldi perdi. Come alla San Giorgio, dove il naturale identico costava meno del vero, ma alla fine il prezzo da pagare era la verità.

Entriamo in un casinò dopo l’altro. Non ci sono finestre, non ci sono orologi. Il tempo è sospeso come una nota tenuta troppo a lungo, come le notti al Mulino quando la musica non finiva mai.

“Venticinque cent,” dice Simona inserendo una moneta nella slot machine. La macchina la inghiotte con un suono metallico che sembra una risata.

È tutto studiato, osservo in silenzio. Ogni suono, ogni luce, ogni percorso. Come i programmi che scrivevo, ma senza la poesia degli errori.

Mario si perde al tavolo della roulette. Fiorella al blackjack. Il braccio ingessato non le impedisce di puntare gettoni su gettoni, come una volta la diversità non ci impediva di sognare.

Fuori, il vero deserto attende paziente. Sa che alla fine vincerà lui. Come ogni esperienza lascia il suo segno, come ogni viaggio cambia chi lo compie.

“Guardate,” indica Sandra. Una macchina è incastrata su un albero alto, apparentemente impossibile da raggiungere.

“Cruise control,” spiega un locale. “Si addormentano e…”

Come noi ci addormentiamo nella comodità delle bugie che ci raccontiamo.

Le auto hanno tutte i fari accesi, anche di giorno. In Italia ci vorranno trent’anni per arrivarci. Come ci sono voluti anni per capire che alcune luci servono solo a illuminare il vuoto.

La notte, la città è così luminosa che si vede dallo spazio. Come una volta pensavo che la mia diversità si vedesse da lontano, ma ora so che le luci più forti spesso nascondono le verità più profonde.

“È tutto finto,” dice qualcuno.

“Proprio per questo è vero,” rispondo.

Come i “naturali identici” della San Giorgio. Come le confessioni nascoste nei tabulati. Come le bugie che diciamo per dire la verità.

Al buffet “all you can eat”, le porzioni sono gigantesche. Montagne di gamberetti, fiumi di champagne, deserti di dolci.

“Non riusciremo mai a mangiare tutto questo,” dice Simona.

“Non è questo il punto,” risponde Sandra. “Il punto è che potresti.”

Come potresti essere felice, se solo credessi all’illusione.

La matematica delle slot machine è implacabile. Non più le equazioni d’amore dello Zonupatodi, ma calcoli freddi di probabilità e perdita.

“Sapete perché le camere costano così poco?” chiede un cameriere mentre ci serve l’ennesimo refill gratuito.

“Perché vogliono che restiamo,” rispondo. Come una volta il mondo voleva che restassimo nei nostri ruoli assegnati.

L’ultima notte, dalla finestra del nostro hotel economico, guardo le luci che non si spengono mai.

È bellissima, penso. Proprio perché è falsa. Come sono belle le bugie che ci hanno aiutato a diventare veri. Come è bello il silenzio dopo troppa musica. Come è vera la libertà dopo troppa prigione.

Cinque italiani nel deserto,
giocando a un gioco che sappiamo di non poter vincere.
Ma che giochiamo lo stesso.
Perché a volte la verità più grande
sta proprio nel permettersi di credere all’impossibile.
Anche solo per una notte.
Soprattutto per una notte.

Le Transizioni del Deserto – Tra Neon e Zen

L’aereo attraversa il Pacifico come un ago che cuce due mondi diversamente artificiali. Las Vegas si allontana, un miraggio di neon nel deserto. Tokyo si avvicina, un sogno di tecnologia e tradizione.

“Come si passa,” mi chiedo, “dal rumore al silenzio?”

Las Vegas era un assalto ai sensi: luci, suoni, eccessi. Una città che urlava la sua artificialità come una virtù. Come i “naturali identici” della San Giorgio, ma senza pretese di imitare nulla.

Il deserto del Nevada mi aveva insegnato qualcosa sul silenzio. Ma era un silenzio grezzo, primordiale. Come il silenzio dello Zonupatodi nelle prime ore del mattino, quando anche la ribellione doveva riposare.

“Il Giappone è artificiale quanto Vegas,” dice qualcuno sull’aereo. “Solo in modo diverso.”

Ma quanto diverso?

A Las Vegas, i casinò replicavano Venezia, Parigi, l’antico Egitto. Copie sfacciate, orgogliose della loro falsità.

Come quando da bambino guardavo attraverso l’oblò, sapendo che era una finzione, ma scegliendo di crederci comunque.

In Giappone, scoprirò, l’artificiale è una forma d’arte. I giardini zen sono naturali proprio perché meticolosamente costruiti. I bonsai sono veri proprio perché manipolati.

“È tutta questione di intenzione,” dice un monaco nel tempio di Kyoto che visiterò. “Di rispetto per ciò che si imita.”

Las Vegas era stata un’immersione nel caos organizzato dell’Occidente. Come la musica rock che ascoltavamo al Mulino: forte, esplicita, senza compromessi.

Il Giappone sarà un’iniziazione al caos controllato dell’Oriente. Come una partitura di John Cage, dove il silenzio è parte integrante della composizione.

“Non capisco,” dico al mio vicino di posto, un uomo d’affari giapponese. “Come può qualcosa essere artificiale e autentico allo stesso tempo?”

Sorride. “Come può qualcuno essere sincero indossando una maschera?”

Mi tornano in mente le maschere che ho indossato: il ragazzo diverso che guardava il mondo al contrario, il ribelle che cercava la sua rivoluzione, il viaggiatore che cercava se stesso.

Il Pacifico scorre sotto di noi, chilometri di acqua che separano due modi di comprendere l’artificio.

Vegas era un grido nel deserto: “Sono falsa! Sono meravigliosa!” Il Giappone sarà un sussurro nel caos: “Sono artificiale perché così onoro il naturale.”

La hostess serve tè in piccole tazze di plastica. Un gesto semplice, preciso, quasi una cerimonia.

Comincio a capire: non è l’artificialità il punto. È l’intenzione dietro di essa. È il rispetto nel gesto. È la consapevolezza nella finzione.

“Stai andando o stai tornando?” chiede il businessman giapponese.

“Entrambe le cose, forse,” rispondo.

Come l’oblò che era sia finestra che specchio. Come Las Vegas che era sia fuga che trappola. Come il Giappone che sarà sia maschera che verità.

Il sole tramonta sul Pacifico, o forse sorge – a quest’altezza, in questo limbo tra mondi, è difficile dirlo.

E forse è questo il vero passaggio: imparare che l’autentico e l’artificiale non sono opposti, ma sfumature dello stesso mistero. Come il silenzio e la musica. Come la solitudine e la connessione. Come Vegas e Tokyo, due sogni diversi dello stesso desiderio umano di trascendere il reale.

Il Giappone e i Suoi Silenzi

L’abbonamento ai treni costa ottocentomila lire. “No Shinkansen,” ci avvertono. Come una volta mi avvertivano di non sognare troppo in grande, di non guardare troppo a lungo attraverso l’oblò delle meraviglie.

“Come spieghi Berlusconi a un giapponese?” chiede Laura mentre cerchiamo di decifrare una mappa della metropolitana di Tokyo. I caratteri sono un labirinto più complesso dei miei vecchi tabulati FORTRAN, più misterioso dei messaggi nascosti dello Zonupatodi.

Non lo spieghi, scopriamo. Come non spieghi molte cose qui. Come non spiegavo una volta perché preferivo sedermi al contrario, perché cercavo sempre un altro modo di vedere il mondo.

A Kyoto, il dojo è ancora tradizionale. “Vedi?” dice Laura, gli occhi lucidi. “Qui è rimasto tutto autentico.” Come fosse possibile, penso, rimanere autentici quando il mondo intero è in movimento.

Le bottiglie di vino liquoroso che abbiamo portato dall’Italia vengono accolte con inchini profondi. Non più la musica del Mulino a fare da ponte tra le culture, ma questi piccoli gesti di rispetto reciproco.

Una famiglia ci “affitta” una stanza invece di ospitarci – un modo elegante per mantenere le distanze senza ferire. Come una volta imparavo a dire la verità nascondendola tra le righe di codice.

“No fish,” disegno al ristorante, cancellando un pesce con una X. Il cameriere annuisce con la gravità di chi sta assistendo a una cerimonia del tè.

I modelli di plastica del cibo brillano nelle vetrine, perfetti e irreali. Come i “naturali identici” della San Giorgio, come le verità che costruiamo per renderle più digeribili.

La sera, il bagno termale è un rituale che non capisco ma rispetto. Costa un occhio della testa, ma il silenzio nell’acqua calda vale ogni yen.

“Gaijin,” sussurra qualcuno. Straniero. Non più una ferita, come quando essere diverso faceva male. Ora è solo un fatto, come il vapore che sale dall’acqua.

Tokyo è un formicaio ordinato, una contraddizione che funziona. La metropolitana ingoia e sputa milioni di persone in un silenzio quasi religioso.

“Come fanno?” chiedo a Sandra.

“Non fanno,” risponde. “Sono.”

Come il silenzio dopo anni di musica troppo alta. Come la pace dopo anni di lotta. Come l’accettazione dopo anni di ribellione.

Le uova dei cent’anni per Enzo viaggiano nella mia valigia come un talismano. Un regalo impossibile per un amore possibile. Come una volta portavo messaggi nascosti nei programmi, ora porto questi gusci fragili attraverso i continenti.

“Oishii,” dicono quando apriamo il vino. Delizioso. Una delle poche parole che imparo, una delle poche che servono davvero.

Il Giappone mi ha insegnato a vedere le sfumature. Non più la rabbia dell’adolescenza, non più la ribellione del Mulino. Una nuova consapevolezza, semplice come il vapore che sale dal tè, naturale come il respiro.

Non è la lingua la barriera, penso una sera, guardando la città dall’alto di un grattacielo. È tutto il resto. O forse niente.

Come spiegare la politica italiana? Come tradurre chi siamo? Come far capire che veniamo da un mondo dove il rumore è la norma?

Ma forse non serve.
Forse il vero viaggio è questo:
imparare la lingua del silenzio.
Come i treni che passano senza un suono.
Come gli inchini che dicono più delle parole.
Come l’acqua calda che lava via
tutte le domande superflue.

E lascia solo quelle essenziali.
Quelle che non hanno bisogno
di una risposta.

Il Prezzo del Silenzio

“Gli autogrill sono un furto,” borbotta Luca mentre guidiamo verso Digione. Come una volta pensavo che ogni struttura fosse una gabbia, ogni organizzazione una prigione.

La Borgogna scorre fuori dal finestrino, vigneti ordinati come righe di codice FORTRAN. Non più il caos creativo del Mulino, non più la libertà selvaggia dello Zonupatodi. Qui tutto ha un posto, un ordine, una ragione.

L’invito del comitato direttivo di Servas Francia sembrava innocuo. Come una volta sembravano innocue le domande attraverso l’oblò, come sembrava innocuo il desiderio di essere diverso.

“Parlaci di Hospitality Club,” dicono appena arrivo. Non una richiesta. Un’accusa.

Il silenzio nella stanza è denso come il vino che ci insegnano a degustare.

“Prima guardate il colore,” spiega il sommelier, “poi l’aroma…”

Come se la vita potesse essere catalogata così facilmente. Come se l’ospitalità fosse un vino da imbottigliare.

Ho lavorato per mesi con un tecnico tedesco, cercando una via di mezzo. Come una volta cercavo una via di mezzo tra chi ero e chi il mondo voleva che fossi.

“È una questione di efficienza,” dicono i tedeschi della loro proposta di riforma.

“È una questione di giustizia,” rispondo. Il silenzio che segue sa di tradimento.

In Spagna, Bob Luitweiler, il fondatore di Servas International, mi guarda come si guarda un virus nel sistema.

“Stai distruggendo tutto,” dice.

No, penso. Sto solo rifiutando di distruggere me stesso.

Il vino di Digione era eccellente. Corposo, complesso, con una nota amara nel finale. Come le verità che ho imparato a dire. Come il silenzio che ho imparato ad abitare.

“Devi scegliere,” mi dicono. “O noi o loro.”

Come se il mondo fosse così semplice. Come se l’ospitalità fosse una bandiera da piantare. Come se la pace si costruisse con le guerre.

Mi guardano aspettando una risposta. Dal Giappone ho portato la lezione più semplice: a volte non serve rispondere.

Non più per rabbia come al Mulino. Non più per ribellione come allo Zonupatodi. Solo questa calma consapevole, questo saper scegliere.

Torno a casa con il sapore della sconfitta in bocca. Ma è una sconfitta che sa di libertà.

Perché a volte perdere è l’unico modo di restare fedeli a se stessi. A volte il tradimento è rifiutarsi di tradire. A volte la pace si costruisce dicendo no alla guerra.

Anche se costa un prezzo.
Soprattutto se costa un prezzo.

Mi dispiace, Bob, penso mentre l’aereo decolla. Ma l’ospitalità non è un club esclusivo.

È una porta aperta nel silenzio.
È una mano tesa senza pretese.
È un ponte, non un muro.

E forse questo è il vero tradimento: credere che si possa mettere un recinto intorno a un’idea così grande come il silenzio tra due respiri, come lo spazio tra due note, come la libertà tra due cuori che si incontrano.

Le Organizzazioni e il Loro Significato – Strutture e Libertà

Nel 1949, quando Bob Luitweiler fondò Servas, il mondo era ancora ferito dalla guerra. Come una canzone nata dal dolore, l’organizzazione nacque dal desiderio di costruire ponti dove c’erano stati muri.

“Cos’era Servas all’inizio?” mi chiede un giovane viaggiatore a Digione.

“Un sogno,” rispondo. “Come lo Zonupatodi, come il Mulino. Ma su scala globale.”

Peace Builders, si chiamava all’inizio. Un nome che conteneva già tutto: la pace organizzata attraverso il viaggio. Due parole che avrebbero segnato mezzo secolo di storia.

Come un vecchio vinile che conserva la sua magia anche quando è graffiato, Servas conservava la sua visione originale anche attraverso i cambiamenti.

“Ma perché le strutture?” chiede un altro viaggiatore. “Perché non lasciare che l’ospitalità sia spontanea?”

Penso al Mulino, alla sua anarchia organizzata. Alle liste Servas, ordinate e verificate. A Hospitality Club, nato dal nuovo mondo di Internet. Tre modi diversi di sognare lo stesso sogno.

Le organizzazioni sono come spartiti musicali:
danno struttura al caos,
forma all’improvvisazione,
sicurezza all’ignoto.
Ma possono anche diventare gabbie.

“Il problema non sono le strutture,” spiego. “È quando dimenticano perché sono nate.”

Servas era nata per connettere persone attraverso i confini. Come l’oblò delle meraviglie era nato per guardare il mondo in modo diverso. Ma ora, cinquant’anni dopo, i confini sono diversi.

Internet ha cambiato tutto. Come i CD hanno sostituito i vinili, le reti digitali stanno sostituendo le vecchie reti di carta e francobolli.

“È una guerra tra vecchio e nuovo?” chiede qualcuno durante una riunione tesa.

“No,” rispondo. “È una transizione. Come tutte quelle che abbiamo attraversato.”

Hospitality Club è nato da questa transizione. Non in opposizione a Servas, ma come sua naturale evoluzione. Come il silenzio che nasce dalla musica quando è pronta a trasformarsi.

Le vecchie guardie resistono:
“Ma i controlli? La sicurezza? Le verifiche?”

Come se la fiducia avesse bisogno di timbri e firme per esistere. Come se l’ospitalità avesse bisogno di permessi per fiorire.

Penso alle famiglie Servas che mi hanno accolto:
in America, in India, in Giappone.
Penso ai viaggiatori Hospitality Club:
giovani, digitali, impazienti.
Due generazioni di sognatori
che parlano lingue diverse
ma sognano lo stesso sogno.

“Non possiamo fermare il cambiamento,” dico a un incontro di coordinatori. “Possiamo solo scegliere come navigarlo.”

Come quando al Mulino imparammo che le regole migliori sono quelle che permettono di crescere oltre di esse.

Le organizzazioni sono come fiumi:
possono scorrere rigidi nei loro argini
o trovare nuovi percorsi.
Possono resistere al cambiamento
o fluire con esso.

Bob Luitweiler aveva un sogno: un mondo di porte aperte, di confini attraversati, di paure trasformate in accoglienza.

Quel sogno non è morto.
Si è solo trasformato,
come tutto si trasforma.
Come la musica diventa silenzio,
come il controllo diventa fiducia,
come le strutture diventano ali
invece che gabbie.

E forse questa è la vera eredità: non le organizzazioni in sé, ma il coraggio di sognare oltre le strutture, oltre le forme, oltre le paure.

Come fa l’acqua,
che trova sempre
la sua strada verso il mare.

Una Sinfonia di Silenzi

“Quindici centimetri,” rispondo al tassista che continua a fare domande imbarazzanti. Come una volta rispondevo con Guccini alle domande difficili, ora rispondo con una verità semplice, quasi matematica.

Il suo interesse quasi scientifico mi fa sorridere. Alla mia età, non essere sposato qui è un crimine più grave di qualsiasi orientamento. Come una volta, allo Zonupatodi, quando pensavamo che essere diversi fosse il crimine più grande.

Sono il coordinatore delle liste ora. Un titolo che suona come l’inizio di una di quelle canzoni di Battiato che ascoltavamo al Mulino – complesso, un po’ pretenzioso, vagamente mistico.

La “mensa Servas” è una sinfonia di sapori e culture. Il pane viene in mille forme, ognuna con la sua storia, come le mille canzoni che ci hanno accompagnato fino a qui.

“Per fare una fotocopia,” spiega pazientemente il nostro assistente locale, “dobbiamo usare la fotocopiatrice tradizionale. Costa meno della stampante laser.”

Come i vinili costavano più delle cassette, ma contenevano un’anima che nessuna tecnologia poteva replicare.

Lo guardo mentre fotocopia una pagina alla volta il mio intervento. Il rumore meccanico della macchina è come un vecchio ritornello, ripetitivo ma stranamente confortante.

Durante l’assemblea, il rappresentante malese mi attacca con una ferocia che ricorda i concerti punk della mia gioventù.

“Mi dispiace,” dice dopo, sorprendentemente gentile. “È il nostro modo di essere. L’hai interpretato male culturalmente.”

Come quando ascoltavamo musica che non capivamo, ma sentivamo comunque.

L’hotel è un altro mondo di contraddizioni. Pago la stanza due volte – una privatamente, una con i fondi Servas. Il manager indiano, l’istituto bancario e la società delle carte di credito danzano una complessa gavotta burocratica.

“Pazienza,” dice qualcuno. Non è rassegnazione – è il ritmo naturale delle cose qui.

Il mio cellulare scompare come l’ultima nota di una canzone. Come se l’India volesse dirmi che ci sono altri modi di restare in contatto, altri ritmi da seguire.

Le strade sono una cacofonia che lentamente diventa melodia. Come quando, al Mulino, il caos delle nostre vite si trasformava in una strana armonia.

Forse, penso mentre l’aereo decolla verso casa, essere coordinatore non significa mettere ordine.

Significa imparare a sentire la musica nel caos.
La melodia nella confusione.
Il ritmo nel disordine apparente.

Come un vecchio disco che gracchia ma continua a suonare. Come una canzone dimenticata che riemerge nei momenti più strani. Come un silenzio che contiene tutte le musiche del mondo.

Torno senza cellulare ma con qualcosa di più prezioso:
la consapevolezza che coordinare non significa controllare.
Significa danzare con il caos.
E a volte, lasciare che il caos
suoni la sua musica attraverso di te.

Come l’India.
Come la vita.
Come quindici centimetri di verità
detta a un tassista curioso
che cercava solo di capire
una melodia diversa dalla sua.

La Danza dei Bit

La laurea in informatica arriva nel 2000 come l’ultima nota di una lunga sinfonia. Non più le canzoni urlate dello Zonupatodi, non più la musica notturna del Mulino. Solo il ronzio sommesso dei computer, una ninna nanna digitale.

“Sistema distribuito,” leggo nel titolo della tesi. Come una volta leggevo i titoli delle canzoni di Guccini, cercando significati nascosti. Ma ora i significati sono più chiari, più precisi. Come algoritmi.

Il mondo è cambiato, penso mentre compilo l’ultimo programma. Una volta guardavo attraverso l’oblò cercando miracoli. Ora guardo attraverso schermi che connettono continenti.

“Non è la stessa cosa,” dice qualcuno parlando di Internet e delle vecchie reti di ospitalità.

“No,” rispondo. “È diverso. Come tutto è diverso ora.”

Il codice scorre sullo schermo come una volta scorrevano le note sul pentagramma. Ma questa musica è fatta di zeri e uni, di pause e connessioni.

Come quando imparavo il russo tra la carta da macero, ora imparo nuovi linguaggi. Pascal, COBOL, linguaggi che cantano in modo diverso, più ordinato, ma non meno poetico.

La San Giorgio è un ricordo lontano, ma i suoi “naturali identici” mi hanno insegnato qualcosa: che l’autenticità ha molte forme.

“Il sistema deve essere robusto,” dice il relatore della tesi.

Come noi, penso. Come tutti noi che abbiamo imparato a piegarci senza spezzarci.

Il 2000 non è solo un numero. È una porta, come l’oblò della lavatrice che una volta era il mio portale magico. Ma ora i portali sono ovunque: negli schermi dei computer, nelle reti invisibili che ci connettono.

La musica non è scomparsa. Si è trasformata.
È nel ritmo della tastiera.
Nel pulsare dei led.
Nel silenzio tra un bit e l’altro.

“Come funziona?” chiede qualcuno guardando il codice.

“Come una danza,” rispondo. “Ogni istruzione è un passo. Ogni loop una figura. Ogni if-then-else una scelta di direzione.”

Non più le danze selvagge del Mulino. Non più i balli improvvisati dello Zonupatodi. Ma una coreografia precisa di elettroni e decisioni.

La notte prima della discussione, sogno l’oblò. Ma ora non è più una finestra sul mondo immaginario. È uno schermo, un’interfaccia, un modo nuovo di vedere.

Il mondo è diventato digitale, penso. Ma non per questo meno magico.

I bit danzano come una volta danzavamo noi.
Zero, uno. Flusso e pausa.
Movimento e respiro.
Vecchi ritmi in nuove forme

E forse questa è la vera laurea: capire che tutto cambia ma nulla si perde davvero. Che ogni fine è un inizio. Che ogni silenzio contiene una musica. Che ogni codice racconta una storia.

Come quella che sto ancora raccontando.
In un linguaggio nuovo.
Ma con lo stesso cuore di sempre.

La Tecnologia come Nuovo Linguaggio – Codici di Libertà

Il codice scorre sullo schermo come una volta scorrevano le note sul pentagramma. Da FORTRAN a Pascal, da COBOL a Internet – ogni linguaggio un nuovo modo di raccontare la stessa storia di connessione.

“Non è la stessa cosa,” dice un vecchio amico Servas, guardando con sospetto il mio laptop. “Le relazioni umane non si possono ridurre a bit.”

Come quando dicevano che il rock non era vera musica, che i tabulati non erano vera letteratura, che l’amore attraverso un oblò non era vero amore.

Ma la tecnologia non è mai stata il punto. È solo un nuovo alfabeto per raccontare antiche storie.

“È come imparare il russo,” spiego. “Un nuovo modo di dire le stesse cose.”

Una volta nascondevo messaggi nei commenti del FORTRAN, ora il mondo intero è un commento in attesa di essere scritto, un programma in attesa di essere eseguito.

La laurea in informatica del 2000 non è stata un punto d’arrivo, ma una porta. Come tutte le porte che ho attraversato: l’oblò delle meraviglie, lo Zonupatodi, il Mulino.

“Ma la comunità?” chiedono. “Il contatto umano?”

Come se i bit fossero nemici del cuore, come se il silenzio fosse nemico della musica, come se la distanza fosse nemica dell’amore.

Internet ha fatto quello che Servas sognava:
ha aperto porte,
ha abbattuto muri,
ha connesso anime distanti.
Non meglio, non peggio.
Diversamente.

“È più freddo,” dicono alcuni.

“È più libero,” rispondo.

Come quando imparai che il silenzio non era assenza di musica ma una musica diversa.

Il codice ha la sua poesia:
IF (solitudine > coraggio) THEN
PRINT “cerca connessione”
ELSE
PRINT “sii te stesso”
END IF

Non più le liste cartacee di Servas, non più le lettere spedite con timore, ma un flusso continuo di possibilità, un fiume digitale di incontri potenziali.

La tecnologia è come l’oblò:
una finestra sul mondo,
un modo di guardare oltre,
di vedere diversamente.

“Ma come fai a fidarti?” chiedono.

“Come ti fidi della musica,” rispondo. “Lasciandoti trasportare.”

Il nuovo millennio non ha cancellato il vecchio.
Lo ha trasformato.
Come l’acqua non cancella la sete
ma le dà nuove forme.

I bit sono come note: non sono la musica, sono lo strumento per crearla.

La vera rivoluzione non è nei mezzi,
ma nella libertà che offrono.
Non nel codice,
ma nelle possibilità che apre.

Come una volta l’oblò apriva mondi impossibili, ora ogni schermo è una porta verso l’infinito.

La tecnologia è il nostro nuovo esperanto,
il linguaggio comune
che traduce sogni in realtà,
solitudini in connessioni.

Non più strutture rigide,
ma reti fluide.
Non più controlli,
ma fiducia distribuita.

Come un programma open source che cresce attraverso il contributo di tutti, come una melodia che si arricchisce di ogni voce che la canta.

E forse questo è il vero upgrade:
non dai bit agli atomi,
ma dalla paura alla fiducia,
dal controllo alla libertà.

Come la comprensione che ora abita
dove una volta c’era confusione.
Come la serenità che ora vive
dove una volta c’era inquietudine.

Le Mappe Invisibili

Le organizzazioni sono come vecchi vinili che hanno smesso di girare. Servas, Hospitality Club, tutti quei mondi che sembravano essenziali – ora suonano come canzoni di cui ricordo solo qualche nota lontana.

“Non possiamo permettere questa anarchia digitale,” dice qualcuno in una riunione. Come se l’ospitalità fosse qualcosa da controllare, da imbrigliare. Come se l’amore per il viaggio potesse essere catalogato.

Una volta avrei protestato, penso. Come ai tempi dello Zonupatodi, come nelle notti del Mulino. Ora sorrido e basta.

Il mondo è cambiato. Internet ha reso obsolete le vecchie reti, come i CD hanno sostituito i vinili. Ma non è questo il punto.

“Come organizzerai i tuoi viaggi ora?” chiede un vecchio amico Servas.

“Non li organizzerò,” rispondo. “Li vivrò.”

Come quando guardavo attraverso l’oblò, senza sapere cosa avrei visto, ma sapendo che avrei visto qualcosa di magico.

Le mappe digitali hanno sostituito le cartine cartacee, ma alcune strade non compaiono su nessuna mappa. Sono i percorsi invisibili, quelli che collegano un cuore all’altro.

“Stai abbandonando tutto,” dice qualcuno, come un’accusa.

No, penso. Sto solo imparando una nuova danza. Non più il valzer strutturato delle organizzazioni. Non più il punk ribelle della gioventù. Ma qualcosa di più fluido, più libero.

La tecnologia ha cambiato tutto, eppure niente. Come i “naturali identici” della San Giorgio – stessa formula, diversa origine.

“Non hai più bisogno di noi?” chiede un coordinatore Servas.

“Ho bisogno di essere libero,” rispondo. “Come tutti.”

Il silenzio che segue non è vuoto. È pieno di possibilità, come una pagina bianca, come un file ancora da scrivere, come una strada ancora da percorrere.

I forum online pullulano di viaggiatori che si incontrano, si aiutano, si ospitano. Senza strutture, senza gerarchie. Come una volta la musica passava di mano in mano, di cuore in cuore, senza bisogno di etichette.

Le vere mappe, scopro, sono quelle che portiamo dentro.

Non più le liste Servas da coordinare.
Non più i database da mantenere.
Solo connessioni autentiche,
spontanee come il respiro,
naturali come il silenzio tra due battiti.

“Ma come farai a sapere di chi fidarti?” chiedono.

“Come ho sempre fatto,” rispondo. “Ascoltando il cuore.”

Come quando leggevo messaggi nascosti nei tabulati, come quando trovavo amici tra la carta da macero, come quando capivo chi ero guardando attraverso un oblò.

Le vecchie organizzazioni continueranno le loro battaglie.
Combatteranno contro il cambiamento,
contro il caos della libertà,
contro la bellezza dell’imperfezione.

Ma io ho nuove mappe da seguire.
Invisibili.
Imperfette.
Autentiche.

Come una canzone dimenticata
che riemerge nei momenti più inaspettati.
Come un codice che si scrive da sé.
Come un viaggio che non ha bisogno
di una destinazione
per avere un senso.

Verso il Silenzio – La Spirale del Ritorno

Si dice che ogni viaggio sia un cerchio. Ma il mio è stato una spirale: ogni giro mi ha riportato al punto di partenza, ma a un livello diverso di comprensione.

“Stai davvero lasciando tutto?” chiede un amico Servas. La sua voce ha la stessa incredulità di quando, anni fa, dicevo di voler guardare il mondo attraverso un oblò.

Non sto lasciando, penso. Sto tornando. Ma non al punto di partenza. A qualcosa di più profondo.

L’ultima riunione, l’ultima lista da coordinare, l’ultimo database da aggiornare. Come l’ultimo disco sul piatto del Mulino, l’ultima notte allo Zonupatodi.

“È strano,” dico al silenzio della stanza vuota. “Come tutto alla fine diventi così semplice.”

La musica si è trasformata gradualmente, come un fade-out naturale, non in assenza ma in presenza diversa.

Le organizzazioni sono state scale necessarie:
prima Servas, con la sua struttura rigida ma accogliente,
poi Hospitality Club, con la sua libertà digitale,
infine la comprensione che non servono più scale
quando hai imparato a volare.

“Ma come farai?” chiedono. “Come viaggerai? Come incontrerai persone?”

Come fa l’acqua a trovare il mare? Come fa il vento a trovare la sua strada? Come fa il cuore a trovare ciò che cerca?

Il cerchio si chiude, ma non è lo stesso cerchio.
L’oblò è ancora lì, ma ora è uno specchio
che riflette non solo chi sono,
ma tutti i me che sono stato:

Il bambino che guardava il mondo al contrario
L’adolescente che cercava la sua tribù
Il giovane che costruiva comunità
L’adulto che impara a essere solo insieme

Come una composizione che finalmente trova il suo accordo finale, come un programma che raggiunge la sua ultima elegante riga di codice.

“Non hai paura?” chiede qualcuno.

“La paura c’è sempre,” rispondo. “Ma non decide più per me.”

Le strutture sono state necessarie,
come i genitori sono necessari ai bambini,
come le regole sono necessarie prima di capire
che la vera libertà viene dall’interno.

Ma ora il silenzio chiama. Non il silenzio vuoto dell’isolamento, ma il silenzio pieno della consapevolezza. Come quello che trovai in Giappone, come quello che il deserto mi insegnò, come quello che ora abita in me.

È tempo di lasciare che le organizzazioni
vivano la loro vita,
che le strutture trovino il loro spazio,
che i nuovi viaggiatori scoprano il loro cammino.

Come la musica che non muore mai davvero, ma continua a vivere in chi l’ha ascoltata, come l’amore che non finisce ma si trasforma.

La perfezione, ho imparato,
non è nell’assenza di difetti,
ma nell’accettazione serena
di chi siamo.

“È un addio?” chiedono.

“È un ritorno,” rispondo.
“A me stesso. A quel primo sguardo attraverso l’oblò. Ma con occhi nuovi.”

E mentre il silenzio cresce, non come vuoto ma come pienezza, capisco che ogni fine è solo un altro modo di dire inizio.

Come una spirale che sale,
sempre più in alto,
sempre più dentro,
verso il centro di tutto:
la libertà di essere
semplicemente
se stessi.

La Perfezione dell’Imperfezione

La lavatrice del nuovo appartamento ha un oblò perfettamente circolare. Lo guardo e sorrido – non è più una finestra sul mondo, è uno specchio che riflette chi sono diventato.

Come una vecchia canzone che risuona diversa dopo anni di silenzio, come un programma che finalmente funziona proprio grazie ai suoi bug.

“Non ti manca,” chiede qualcuno, “l’energia di una volta?”

Mi manca, penso, come manca una scala musicale che hai suonato mille volte. Ma ora conosco altre melodie.

La carta da macero, i libri in russo, i tabulati pieni di confessioni – tutto è diventato digitale. Ma la poesia non è nei mezzi, è nel messaggio.

“Come fai a vivere senza strutture?” chiedono gli amici di Servas.

“Come fa l’acqua a scorrere senza canali?” rispondo.

Il Mulino era una scuola di caos creativo. Lo Zonupatodi un laboratorio di libertà. Ma ora ogni luogo può essere casa, se impari ad abitare il silenzio tra i rumori.

I vecchi vinili sono in uno scatolone. Non li ascolto più, ma non li butto. Sono come le organizzazioni che ho lasciato – parte di un percorso necessario, di una strada che dovevo percorrere per arrivare qui.

Qui dove?
Qui, in questo momento.
In questa imperfezione perfetta.
In questo silenzio pieno di musica.

La San Giorgio mi ha insegnato che “naturale identico” non significa “falso”. Come l’autenticità non significa perfezione, ma accettazione.

“Non hai più paura di perderti?” chiede chi ancora non capisce.

“Mi sono già perso mille volte,” rispondo. “È così che ho trovato la strada.”

Le città che ho attraversato – Manhattan, Los Angeles, Tokyo, Delhi – sono come accordi di una lunga composizione. Non più una canzone di protesta, non più un inno di ribellione. Una sinfonia di silenzi e rumori, di ordine e caos.

L’India mi ha insegnato che il caos ha il suo ordine.
Il Giappone che il silenzio ha la sua musica.
Il deserto che la solitudine ha la sua compagnia.

E l’oblò? L’oblò mi ha insegnato che ogni finestra è uno specchio, che ogni confine è una porta, che ogni fine è un inizio.

I bit danzano sullo schermo del computer come una volta danzavamo noi al Mulino. Il codice ha i suoi ritmi, i suoi tempi, le sue pause.

Non cerco più la perfezione, realizzo guardando il mio riflesso nell’oblò. Ho trovato qualcosa di meglio.

Ho trovato la pace nelle crepe.
La musica nel rumore.
La casa nel viaggio.
La compagnia nella solitudine.
L’ordine nel caos.

“E ora?” chiede l’oblò, come una volta.

“Ora vivo,” rispondo. “Semplicemente vivo.”

Come l’acqua che trova la sua strada. Come la musica che trova il suo silenzio. Come il codice che trova i suoi bug. Come l’amore che trova la sua libertà.

Non più attraverso un oblò,
ma attraverso occhi che hanno imparato
a vedere la bellezza nell’imperfezione,
la magia nel quotidiano,
la musica nel silenzio,
la perfezione nel caos.

E forse questo è il vero viaggio:
non quello che ti porta lontano,
ma quello che ti porta a casa.
Non quello che ti cambia,
ma quello che ti fa accettare
chi sei sempre stato.

Perfettamente imperfetto. Meravigliosamente incompleto. Finalmente libero.

Glossario e Riferimenti

Organizzazioni e Reti di Ospitalità

Servas International

Organizzazione pacifista internazionale fondata nel 1949 da Bob Luitweiler, basata sulla rete di ospitalità volontaria tra membri. Nata dalle ceneri della Seconda Guerra Mondiale con l’obiettivo di promuovere la pace attraverso il viaggio e lo scambio culturale. L’organizzazione opera attraverso un sistema di liste di ospiti e viaggiatori verificati, con coordinatori nazionali e internazionali.

Hospitality Club

Piattaforma online di ospitalità gratuita nata nei primi anni 2000, precursore di piattaforme come CouchSurfing. Rappresentava una versione più moderna e digitalizzata del concetto di ospitalità reciproca, causando tensioni con le organizzazioni tradizionali come Servas.

Luoghi Significativi

San Giorgio Aromi

Azienda chimica torinese specializzata nella produzione di aromi “naturali identici”, molecole sintetiche che replicano esattamente quelle naturali. Simbolo del confine sottile tra artificiale e autentico.

La Farmitalia

Storica industria farmaceutica torinese, punto di riferimento visivo e olfattivo della prima parte della narrazione. I suoi odori e la sua presenza fisica rappresentavano il mondo industriale degli anni ’70-’80.

Lo Zonupatodi

Spazio autogestito giovanile nella Torino degli anni ’80, il cui nome deriva dalle iniziali dei suoi frequentatori. Rappresentava un luogo di libertà, sperimentazione e ricerca identitaria.

Il Mulino

Appartamento condiviso a Torino che diventa simbolo di comunità alternativa e spazio di libertà negli anni ’90. Un esperimento di vita comunitaria e di accettazione delle diversità.

Termini Tecnici

FORTRAN

Linguaggio di programmazione degli anni ’70-’80, utilizzato nel racconto come metafora della ricerca di un linguaggio personale e come strumento di comunicazione nascosta attraverso i commenti nel codice.

Tabulati

Fogli di carta continua utilizzati dalle stampanti degli anni ’80, che nel racconto diventano supporto per messaggi nascosti e confessioni personali.

“Naturale Identico”

Termine tecnico dell’industria degli aromi che indica molecole sintetiche identiche a quelle naturali. Nel racconto diventa metafora della ricerca di autenticità e dell’accettazione della diversità.

Contesto Storico

Gli Anni ’80-’90

Periodo di grandi trasformazioni sociali e tecnologiche in Italia, caratterizzato dalla nascita dei movimenti alternativi, delle radio libere e delle prime reti informatiche.

La Transizione Digitale

Il passaggio dagli anni ’90 al 2000 vede la trasformazione delle reti di ospitalità da sistemi basati su liste cartacee a piattaforme digitali, simboleggiando un più ampio cambiamento sociale e culturale.

Elementi Simbolici

L’Oblò

Elemento ricorrente che evolve da finestra sul mondo magico dell’infanzia a specchio dell’autocomprensione nell’età adulta. Rappresenta il punto di vista particolare del protagonista sul mondo.

La Musica

Da presenza costante e necessaria nelle prime parti del racconto, evolve gradualmente verso il silenzio consapevole, simboleggiando la maturazione del protagonista.

Il Silenzio

Da fonte di disagio diventa progressivamente uno spazio di consapevolezza e accettazione, particolarmente attraverso le esperienze in Giappone e India.

Note sulla Lettura

Il racconto segue una struttura non lineare dove passato e presente si intrecciano, utilizzando rimandi e simboli ricorrenti. La progressiva transizione dalla musica al silenzio riflette il percorso di maturazione del protagonista, mentre l’imperfezione diventa gradualmente non più un limite da superare ma un valore da abbracciare.

One response to “L’oblò delle meraviglie. Parte IV, Il Viaggio”

  1. […] meraviglie. Parte 2, Adolescenza L’oblò delle meraviglie parte III: Il Mulino L’oblò delle meraviglie. Parte IV, Il Viaggio L’Oblò delle Meraviglie. Parte V, Dietro Le Quinte, Anatomia […]

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