Una nuova esperienza sensoriale e multimediale, resa possibile grazie alla gradita assistenza di Claude Sonnet, che ringrazio per i suoi appunti e consigli che hanno reso la storia più universale e fruibile. Un ringraziamento va anche a ChatGPT che, nonostante la sua prudenza e l’attenzione nel rispettare copyright e tabù, è stato preziosissimo. La terza sezione della mia storia, ispirata ma non identica alla mia giovinezza adulta, vede finalmente la luce in questa forma con idee innovative e anticonformiste, dirette e immersive come le due sezioni precedenti. Se avete voglia leggete i capitoli con la colonna sonora suggerita che entra a pieno titolo come parte della storia raccontata.
“Le cinque anatre” è una canzone di Francesco Guccini, inclusa nell’album “Amerigo” del 1978. Il brano utilizza la metafora del volo di cinque anatre verso sud per rappresentare la lotta per la sopravvivenza e la ricerca della libertà. Man mano che le anatre affrontano difficoltà e perdite durante il loro viaggio, emerge un messaggio di resistenza e determinazione. La canzone è interpretata come un inno all’anticonformismo e alla dignità personale, sottolineando l’importanza di continuare a “volare” nonostante le avversità.
Il treno attraversava la terra di nessuno. Cinquecento chilometri di campagna irlandese scorrevano oltre il finestrino, mentre i militari controllavano i documenti per l’ennesima volta. L’atmosfera era tesa, carica di un’elettricità invisibile che sembrava permeare ogni vagone.
“Molto prima del tempo l’inverno è arrivato,” pensai guardando il cielo plumbeo. Non era ancora autunno, ma qui il grigio sembrava permanente, come se il sole avesse dimenticato questa parte del mondo.
“Prima volta in Irlanda del Nord?” Una voce femminile interruppe i miei pensieri. Mi voltai e vidi due ragazze sedute di fronte a me. Una aveva capelli castani raccolti in una treccia disordinata e occhi vivaci che brillavano di curiosità intelligente.
“Si vede tanto?”
“Solo gli stupidi o i turisti vengono qui per scelta,” sorrise la prima. “Mi chiamo Monica. Lei è Sandra.”
La sua amica annuì, lo sguardo determinato. “Facciamo turismo politico,” spiegò. “Per capire, per vedere di persona.”
Belfast ci accolse con un cielo ancora più basso, muri dipinti e filo spinato. Non era la città che mi aspettavo. I murales raccontavano storie di morti, di eroi, di martiri. Ogni angolo sembrava gridare una storia di dolore e resistenza.
“Vieni con noi,” disse Monica. Non era una domanda.
Mi ritrovai in una sala piena di fumo, voci che si sovrapponevano in accenti diversi. Qualcuno stava parlando dei Troubles, della guerra civile, della pace che sembrava impossibile da raggiungere.
“Il problema non è la religione,” stava dicendo un ragazzo con passione. “È l’identità. È sempre questione di identità.”
Lo guardai e pensai a quanto fosse vero. Anche per me, anche per noi.
Monica e Sandra prendevano appunti, facevano domande. Io ascoltavo, come sempre. Il mio ruolo preferito: osservatore silenzioso.
E una preda cadere, continuava la voce nella mia testa mentre visitavamo i quartieri cattolici, poi quelli protestanti.
Londra mi aspettava, con i suoi quartieri gay e le sue promesse di libertà. Ma avevo perso le lenti a contatto, e senza di esse il mondo era sfocato, incerto.
“A volte bisogna perdersi per ritrovarsi,” sussurrò la voce mentre tornavo precipitosamente a casa.
Settimane dopo, il campanello suonò inaspettato a Torino.
“Indovina chi c’è?” gridò mia sorella dal piano di sotto.
Monica e Sandra erano lì, sorridenti. Stavano andando da Ebby.
“Vieni con noi?”
E così, come un’anatra che ritrova il suo stormo, li seguii. Verso una nuova avventura, verso un nuovo capitolo della mia vita.
Perché a volte bisogna perdersi per ritrovarsi. A volte bisogna volare via per capire dove è casa.
“Il carrozzone” è una celebre canzone di Renato Zero, pubblicata nel 1979 nell’album “EroZero”. Scritta da Franca Evangelisti e Piero Pintucci, la canzone utilizza la metafora del “carrozzone” per rappresentare il viaggio della vita, paragonandolo a un circo itinerante con i suoi personaggi variopinti. Il testo riflette sulla natura transitoria dell’esistenza, evidenziando come la vita prosegua inesorabilmente, indipendentemente dalle vicende individuali. Frasi come “Il carrozzone va avanti da sé” e “Uno alla volta si scende anche noi” sottolineano l’inevitabilità del ciclo vitale e la necessità di affrontare la morte come parte integrante del percorso umano. La canzone invita a vivere intensamente, apprezzando i momenti di gioia e bellezza, pur consapevoli della loro fugacità.
Il carrozzone va avanti da sé, pensavo mentre salivo le scale di via Corta. L’edificio della DEP si stagliava davanti a me, grigio e anonimo come tanti altri, ma dentro nascondeva un mondo che stava per cambiare la mia vita.
“Sei il nuovo programmatore?” chiese una voce dal corridoio buio. Era Emilio Montello, camicia stropicciata e occhiali spessi. “Vieni, ti mostro il tuo posto.”
Mi guidò attraverso un labirinto di scrivanie. Ogni postazione era un regno a sé, con i suoi riti e le sue regole. Con le sue regine, i suoi fanti, i suoi re.
“Pascal?” chiesi, notando il codice sugli schermi.
“No, COBOL. Per il progetto Impregilo. Ti va di impararlo?”
Annuii. In questo circo itinerante di programmatori e sognatori, ogni nuovo linguaggio era una porta verso mondi possibili.
La mia scrivania era accanto alla finestra. Da qui potevo vedere il cortile interno, dove i gatti si rincorrevano tra i bidoni della spazzatura.
“Girolamo potrebbe essere interessato,” dissi un giorno a Emilio. “Sa saldare, ma impara in fretta.”
“Il tuo amico dello Zonupatodi?”
Mi stupii che conoscesse quel dettaglio della mia vita.
“Le voci corrono,” sorrise. “E poi, tutti abbiamo avuto il nostro Zonupatodi.”
Girolamo arrivò come una folata d’aria fresca. Da saldatore a programmatore, la sua evoluzione era naturale come il cambio delle stagioni.
“È come fare puzzle,” disse mentre imparava il COBOL. “Solo che i pezzi li crei tu.”
Camminavamo insieme verso il lavoro ogni mattina, attraversando le piazze verdi della città. Il percorso diventava un rituale, un momento per parlare di codice, di vita, di futuro.
“Il sistema funziona troppo bene,” disse il nuovo capo durante una riunione.
C’era qualcosa nel suo sguardo che non capivo, un’ombra che si allungava sui nostri successi.
Bella la vita che se ne va, pensai mentre svuotavo la scrivania. Ma non era rabbia quello che provavo. Era una strana forma di liberazione.
“Sai cosa mi mancherà di più?” chiese Girolamo mentre tornavano a casa.
“Cosa?”
“Le nostre camminate. I nostri discorsi assurdi.”
La DEP continuava senza di noi, come un carrozzone che non può fermarsi. I suoi re e le sue regine danzavano il loro ballo eterno di potere e politica.
“E ora?” chiese Girolamo.
“Ora viviamo,” risposi. “Come abbiamo sempre fatto.”
Tutto continua anche senza di te, pensai guardando le luci della città. E forse era proprio questo il punto: continuare, evolvere, trovare nuove strade.
Il carrozzone della DEP continuava il suo viaggio senza di noi. Ma noi avevamo imparato a ballare al nostro ritmo, a cantare la nostra canzone.
“Non è il codice che conta,” disse Girolamo. “È quello che il codice ti insegna su te stesso.”
E forse questa era la lezione più importante che la DEP mi aveva dato: che ogni regno ha il suo tempo, ogni re la sua stagione.
E che a volte, essere deposti è solo il primo passo verso la vera libertà.
Capitolo III: Val della Torre – Libertà e Confini
Colonna sonora:
https://it.wikipedia.org/wiki/Ho_visto_anche_degli_zingari_felici_(1976) “Ho visto anche degli zingari felici” è il quarto album del cantautore italiano Claudio Lolli, pubblicato il 7 aprile 1976 dalla EMI Italiana. L’album è presente nella classifica dei 100 dischi italiani più belli di sempre secondo Rolling Stone Italia, alla posizione numero 67.
Tra il disco precedente, “Canzoni di rabbia”, e questo passa poco più di un anno, eppure i due album hanno ben poco in comune: e questo senza dubbio per la genesi delle canzoni che, essendo nate collettivamente da tutto il gruppo dei musicisti (come racconta lo stesso Lolli nel retro di copertina), si distaccano dallo stile solito del cantautore per accostarsi a musicalità tra il progressive e il jazz, con molte improvvisazioni e assoli (specialmente di sax), ma comunque con la chitarra acustica predominante.
Dopo l’uscita dell’album precedente, Lolli aveva iniziato un tour insieme ad un gruppo di musicisti appartenenti al Collettivo Autonomo Musicisti di Bologna: Danilo Tomasetta, Roberto Soldati, Roberto Costa e Adriano Pedini (marchigiano, ex batterista del gruppo beat de I Tubi Lungimiranti). Oltre a presentare le vecchie canzoni, Lolli inizia a comporre nuovi brani che vengono provati e presentati in tour, quindi arricchiti musicalmente dalle invenzioni degli strumentisti; la canzone che darà il titolo al disco nasce nel giugno del 1975, come lunga ballata (nell’ LP sarà per questo divisa in due parti) che descrive quello che è il mondo giovanile alternativo di quegli anni, usando la metafora degli zingari felici.
È vero che non riusciamo a vedere la luce, pensai mentre la Vespa affrontava l’ennesima curva sulla strada per Val della Torre. Le prime montagne della Val di Susa si stagliavano contro il cielo come guardiani silenziosi.
“Benvenuti nel paese delle meraviglie,” disse Vincenzo, facendoci un inchino teatrale mentre ci accoglieva sulla porta di casa. Il suo sorriso era una promessa di libertà che mi faceva tremare le ginocchia.
Carlo, il suo compagno più riservato, osservava la scena dall’ombra del portico. I suoi occhi avevano una dolcezza che contrastava con la sfrontatezza di Vincenzo.
“Qui tutti sanno tutto di tutti,” spiegò Vincenzo, “e a nessuno importa niente.”
È vero che la nostra aria diventa sempre più ragazzina, riflettei guardando come si muoveva tra la gente del paese, salutando tutti, toccando tutti. La sua libertà era contagiosa.
“Sono andato a letto con metà dei ragazzi del paese,” si vantò una sera, dopo troppo vino. “E con un terzo di quelli dei paesi vicini.”
Carlo alzò gli occhi al cielo, ma sorrise. Era abituato alle sue spacconerie.
Una domenica, nella scuola dove il padre di uno di noi faceva il portinaio, ci ritrovammo in tanti. Vidi uno dei ragazzi che il giorno prima baciava una ragazza, oggi stava con un’altra.
“Sta con l’altra,” dissi ad alta voce, senza pensare.
Il silenzio cadde come una mannaia. Gli sguardi si indurirono.
È vero che spesso la strada sembra un inferno, una voce in cui non riusciamo a stare insieme.
“Ci sono regole non scritte,” mi spiegò dopo Carlo. “Anche nella libertà.”
La seconda lezione arrivò da Vincenzo stesso. Durante un picnic nei boschi, trovai il suo diario incustodito. Lessi qualche pagina, pensando che in questo regno di libertà non ci fossero segreti.
La sua rabbia quando lo scoprì fu terrificante.
“Come hai potuto?” urlò. “Pensavo fossi diverso!”
È vero che beviamo il sangue dei nostri padri e odiamo tutte le nostre donne e tutti i nostri amici.
Zeno arrivò come una tempesta in questo equilibrio precario. Vincenzo lo guardò come un predatore guarda la preda.
“Voglio provare,” disse Zeno una sera. “In un ambiente sicuro.”
Lo disse guardando Vincenzo, non me. Come sempre, come dannatamente sempre.
Ma ho visto anche degli zingari felici corrersi dietro, far l’amore e rotolarsi per terra.
Mi chiusi sempre più in me stesso, frequentando più assiduamente Girolamo che stava tappato in casa ad ascoltare musica.
“Forse dovremmo andare via,” suggerì un giorno.
“Dove?”
“Montanaro. Costa poco.”
La decisione maturò come un frutto avvelenato. La libertà di Val della Torre era diventata una gabbia dorata.
È vero che cerchiamo l’amore sempre nelle braccia sbagliate, penso mentre la Vespa ci porta via da Val della Torre.
Ma forse è proprio questo il punto: cercare, sbagliare, rialzarsi.
E continuare a cercare la nostra personale forma di libertà.
“Un uomo in crisi. Canzoni di morte. Canzoni di vita” è il secondo album del cantautore italiano Claudio Lolli, pubblicato nel 1973. L’album è strutturato in due parti: il lato A contiene le “canzoni di morte”, che offrono una visione pessimistica della vita, mentre il lato B presenta le “canzoni di vita”, che propongono una via d’uscita al nichilismo attraverso l’introspezione, l’impegno politico e il cambiamento personale.
Il brano “La Giacca”, inserito nel lato B dell’album, invita l’ascoltatore a prendere in mano la propria vita per provare a cambiarla. Il testo esorta a darsi da fare, a non rimanere passivi di fronte alle difficoltà, sottolineando l’importanza dell’azione personale nel determinare il proprio destino. Musicalmente, la canzone mette in evidenza il pianoforte, che accompagna la voce di Lolli in un arrangiamento che enfatizza il messaggio di determinazione e proattività.
Bisogna andare, fino in fondo, penso mentre giro la chiave nella serratura del portone di via Mulino vecchio. Sette stanze mi aspettano, un universo di possibilità.
“È enorme,” sussurra Girolamo, la voce che rimbomba nel corridoio vuoto.
Lo è. Come una balena spiaggiata nel cuore di Torino, l’appartamento si estende per quello che sembra un chilometro.
“Costa un patrimonio,” dico.
“Tanto peggio non possiamo andare,” risponde lui, ricordando il disastro di Montanaro.
In fondo a tutto, in fondo a noi.
La prima stanza diventa subito il cuore pulsante: il tavolo da ping-pong è anche tavolo da pranzo, cattedra per lezioni improvvisate, altare per le pizze di Girolamo.
“La pasta deve riposare,” spiega lui con la serietà di un sacerdote. “Come i pensieri.”
La seconda stanza, lunga e stretta, vede nascere i nostri cineforum. Proiettiamo ombre sulla parete come nella caverna di Platone.
In fondo agli argini del mondo, alla paura che mi fai.
“Benvenuti nel mondo dell’AIDS,” scriviamo con la bomboletta sulla parete dell’ingresso. È una provocazione, un esorcismo, una dichiarazione di guerra.
Fino in fondo alle tue cosce, ai miei timori, alle tue angosce.
Le notti si riempiono di discussioni infinite, partite a Dungeons & Dragons, sessioni di Civilization davanti al primo PC.
“Il castello di Fenestrelle ci aspetta,” annuncio un giorno. “Organizziamo una campagna epica.”
In fondo dove non troveremo nemmeno un’ombra per riposarci.
I genitori delle nostre amiche sono preoccupati. Pensano che siamo una comune di drogati.
“Dovremmo tranquillizzarli,” suggerisce qualcuno.
Bisogna andare incontro a tutti quelli che oggi come noi voglion rischiare di esser distrutti.
Le prime esperienze sessuali di molti avvengono qui. Tra queste mura, l’amore trova spazio per esprimersi in tutte le sue forme.
“È come E morì con un falafel in mano,” dice qualcuno.
Piuttosto che ritrovarsi poi in una famiglia senza persone, come tra i muri di una prigione.
In questa casa, tra queste sette stanze, scopro che la mia “giacca da disgraziato” può diventare un mantello regale.
Qui incontro Enzo. Non è un incontro da colpo di fulmine, non è una storia da romanzo rosa. È reale. È possibile. È nostro.
Non sarò mai così fregato come tuo padre.
Le uscite si moltiplicano: bocce viventi al parco, biciclettate alla Mandria, partite a D&D al castello di Fenestrelle.
“Abbiamo creato qualcosa di unico,” dice Girolamo una sera.
“Abbiamo creato una casa,” rispondo.
Bisogna andare sempre avanti, anche se noi non siamo in tanti.
E andiamo avanti, un giorno alla volta. Ogni stanza si riempie di storie, ogni angolo custodisce segreti.
Il Mulino diventa più di un appartamento: è un esperimento sociale, un rifugio, una dichiarazione d’indipendenza.
Anzi davvero siam solo in due, le mani mie, le mani tue.
Ma non siamo soli. Non lo siamo mai stati.
Siamo una tribù di sognatori, di ribelli, di cercatori di verità.
E in queste sette stanze, abbiamo trovato non solo un tetto, ma un modo di essere.
“Eskimo” è una canzone di Francesco Guccini, inclusa nell’album “Amerigo” del 1978. Il brano riflette sugli anni giovanili trascorsi a Bologna e sulla relazione con Roberta Baccilieri, sua prima moglie. La canzone esplora temi come la differenza sociale tra i due—lei di famiglia benestante con un paletot, lui con un “eskimo innocente, dettato solo dalla povertà”—e la nostalgia per un periodo di ideali e speranze giovanili.
Il titolo “Eskimo” si riferisce al cappotto economico che Guccini indossava, simbolo di una generazione e di un’epoca caratterizzata da fermenti culturali e politici. La canzone è considerata un inno generazionale, rappresentando le aspirazioni e le contraddizioni dei giovani dell’epoca.
E quanto son cambiato da allora, penso mentre il treno attraversa la Francia. Accanto a me, Zeno sfoglia distrattamente una guida del Marocco.
“Ti farà bene,” aveva detto. “Viaggiare apre la mente.”
Ma non è la mente che voglio aprire. È questo nodo al petto che voglio sciogliere.
L’eskimo che conoscevi tu lo porta addosso mio fratello ancora.
Marrakesh ci accoglie con un calore soffocante. Il mio raffreddore trasforma ogni respiro in una tortura.
“Potresti smettere di tirare su col naso?” sbotta Zeno nella medina. “È insopportabile.”
E tu lo porteresti e non puoi più.
“A volte bisogna mentire per sopravvivere,” si giustifica Zeno.
“Come mentire sulla propria natura?” Le parole mi sfuggono prima che possa fermarle.
Si volta di scatto. “Cosa vorresti dire?”
Tu giri adesso con le tette al vento, io ci giravo già vent’anni fa.
“Ho perso un amico,” rispondo a Girolamo quando torno. “Ma forse ho trovato me stesso.”
Margherita è buona, Margherita è bella.
Le sue mani sono forti, abituate al lavoro, ma i suoi gesti sono gentili. Osservo come sistema i cuscini prima di sedersi, come piega con cura i tovaglioli.
Margherita è dolce, Margherita è vera.
Le nostre sere al Mulino assumono un ritmo nuovo. Enzo porta una calma che non conoscevamo, una stabilità che non sapevamo di desiderare.
Margherita è un sogno, Margherita è il sale.
“Sai cosa mi ha fatto innamorare di te?” dice una sera.
Il cuore mi si ferma. È la prima volta che usa quella parola.
“Il modo in cui guardi il mondo. Come se ogni cosa potesse essere magica.”
Margherita è il vento e non sa che può far male.
E mentre la città dorme sotto di noi, capisco che questo è l’amore vero.
Non quello che ti fa bruciare. Ma quello che ti fa fiorire.
“Venezia” è una canzone interpretata da Francesco Guccini nel 1981, inclusa nell’album “Metropolis”. Il testo, scritto da Gian Piero Alloisio, utilizza immagini poetiche per descrivere la decadenza e la trasformazione della città lagunare, evidenziando temi come lo spopolamento, l’invasione turistica e la perdita dell’identità culturale. Frasi come “Venezia che muore, Venezia appoggiata sul mare” e “Venezia, la vende ai turisti” sottolineano la critica verso la mercificazione della città e la sua progressiva trasformazione in un parco tematico per visitatori.
La canzone è stata scritta tra il 1977 e il 1978 da Alloisio, che ha tratto ispirazione da esperienze personali vissute a Venezia, tra cui la notizia della morte di una cugina mentre si trovava in città. Il brano è stato presentato a Guccini durante un incontro in Sicilia, dove il cantautore emiliano ne è rimasto colpito, decidendo di includerlo nel suo album successivo.
Nonostante siano trascorsi oltre quarant’anni dalla sua pubblicazione, “Venezia” mantiene una sorprendente attualità, poiché le problematiche affrontate nel testo, come l’eccessivo turismo e la perdita dell’autenticità cittadina, continuano a essere temi rilevanti nel dibattito contemporaneo sulla salvaguardia di Venezia.
Venezia che muore, Venezia appoggiata sul mare, penso mentre mescolo le carte. I tarocchi scivolano tra le mie dita come pesci sfuggenti, ogni carta un destino, ogni destino una possibilità.
“Non è solo divinazione,” spiega Zeno, seduto a gambe incrociate sul pavimento dello Zonupatodi. “È un linguaggio.”
Un linguaggio che impariamo insieme, lui ed io, come abbiamo imparato tutto il resto. Le carte parlano e noi traduciamo, interpreti di un alfabeto antico.
La dolce ossessione degli ultimi suoi giorni tristi.
“Gli Arcani Maggiori sono come stazioni di una metropolitana,” continua. “Ti portano dove devi andare, non dove vuoi andare.”
La Torre, il Matto, gli Amanti – ogni carta racconta una storia diversa. Le uso per fare nuove conoscenze, per rompere il ghiaccio, per dare voce a ciò che non so dire.
Venezia, la vende ai turisti.
“Dimmi cosa vedi,” chiedo a una ragazza che ha gli occhi tristi come una Madonna bizantina.
La carta mostra la Luna. Lei la guarda e inizia a piangere.
Stefania era bella, Stefania non stava mai male.
Una sera, un ragazzo mi porta il suo cuore spezzato. Le carte parlano di tradimento, di dolore, di rinascita.
“Ma guarirò?” chiede.
Aveva vent’anni, un marito e l’anello nel dito.
“Le carte non predicono il futuro,” rispondo. “Raccontano il presente. Il futuro lo scrivi tu.”
Venezia è un albergo, San Marco è senz’altro anche il nome di una pizzeria.
“Leggi le carte anche per te stesso?” mi chiede un giorno Zeno.
“No,” rispondo. “Ho troppa paura di quello che potrebbero dirmi.”
Stefania d’estate, giocava con me nelle vuote domeniche d’ozio.
Una notte, dopo l’ennesima lettura, resto solo con le carte. Le dispongo in un cerchio, come una costellazione personale.
Il Doge ha cambiato di casa e per mille finestre.
“Cosa vedete in me?” sussurro alle carte.
La risposta viene sotto forma di immagini: il Matto che cammina verso il precipizio, gli Amanti che devono scegliere, la Luna che nasconde e rivela.
C’è solo il vagito di un bimbo che è nato, c’è solo la sirena di Mestre.
“Sai quale è la carta più importante?” chiedo a Zeno.
“Quale?”
“La carta che non c’è. Quella che rappresenta ciò che non possiamo vedere, ciò che non osiamo dire.”
Novella 2000 e una rosa sul suo comodino.
E forse questa è la vera magia dei tarocchi: non le risposte che danno, ma le domande che ci costringono a farci.
“Voglio vederti danzare” è una canzone scritta e composta da Franco Battiato e Giusto Pio, pubblicata nel 1982 nell’album “L’arca di Noè”. Il brano si distingue per un arrangiamento elettronico che culmina in un valzer viennese, accompagnato dal violinista Giusto Pio. Il testo evoca immagini esotiche e riferimenti esoterici, come i dervisci rotanti del sufismo, e contrappone tradizioni musicali orientali e occidentali.
Battiato ha realizzato versioni in inglese e spagnolo del brano, intitolate rispettivamente “I Want to See You as a Dancer” e “Yo quiero verte danzar”, incluse negli album “Echoes of Sufi Dances” (1985) e “Nomadas” (1987). Nel 1989, una versione live è stata inserita nell’album “Giubbe Rosse”.
Nel maggio 2003, i DJ italiani Giorgio e Andrea Prezioso, insieme al cantante Alessandro Moschini (in arte Marvin), hanno prodotto una versione dance della canzone, presentata al Festivalbar 2003.
“Voglio vederti danzare” è considerata una delle canzoni più rappresentative di Battiato, grazie alla sua fusione di sonorità elettroniche e tradizionali e ai testi ricchi di immagini suggestive.
“Voglio vederti danzare come le zingare del deserto,” risuona nella mia testa mentre saliamo le scale verso l’appartamento di LL. L’ascensore che entra direttamente in casa sua è come un portale verso un’altra dimensione.
“La luna è piena,” annuncia LL aprendo la porta. È il nostro richiamo, il nostro mantra quindicinale.
La sua soffitta è un mondo a parte. Cuscini sparsi sul pavimento, candele che danzano nell’oscurità, l’odore di incenso che si mescola con quello della città notturna.
“I genitori di Anna sono preoccupati,” dice qualcuno. “Pensano che siamo una setta.”
Ridiamo, ma c’è una verità nascosta in quella preoccupazione. Siamo diversi, siamo strani, siamo liberi.
La musica inizia, ipnotica. Corpi si muovono nell’ombra, alcuni ballano, altri parlano sottovoce, altri ancora si perdono in angoli bui.
“È come una tribù,” sussurra Marco al mio orecchio. “Una tribù di reietti.”
LL si muove tra noi come un maestro di cerimonie. Sa quando intervenire e quando lasciare che la notte faccia il suo corso.
“Nei ritmi ossessivi la chiave dei riti tribali,” mormora qualcuno, e la frase si perde nel suono delle cavigliere.
“Dovremmo organizzare qualcosa per tranquillizzare i genitori,” suggerisce Flora.
“Una farsa,” corregge LL. “Ma necessaria.”
La luna piena illumina la città attraverso le finestre della soffitta. Sotto di noi, Torino dorme il suo sonno inquieto.
“È strano,” dice Anna. “Di giorno siamo tutti normali. Di notte…”
Le riunioni si susseguono, luna dopo luna. Ogni volta un rituale diverso, ogni volta una nuova danza. Come nelle balere estive dell’Irlanda del Nord, dove la musica diventa preghiera.
“Non è solo la luna,” spiega LL una notte. “È il bisogno di appartenere. Di essere capiti.”
LL sorride nel buio, guardiano dei nostri segreti lunari.
“L’importante è finire” è una canzone interpretata da Mina, pubblicata nel 1975 come singolo e inclusa nell’album “La Mina”. Il brano, scritto da Cristiano Malgioglio e musicato da Alberto Anelli, è noto per il suo testo allusivo e sensuale, che all’epoca suscitò scalpore e fu inizialmente censurato dalla RAI.
Nonostante la censura, la canzone ottenne un grande successo commerciale, raggiungendo la seconda posizione nella classifica italiana e rimanendo in classifica per 31 settimane. L’arrangiamento, curato da Pino Presti, è caratterizzato da un ritmo lento di bossa nova, una linea di basso con sfumature funk e l’uso di strumenti come l’Hammond, la chitarra acustica, il moog e le congas, che offrono a Mina un supporto ideale per una performance intensa e coinvolgente.
“Adesso arriva lui,” sussurro tra me e me, mentre i passi si avvicinano lungo il corridoio del Mulino. Riconosco il suo modo di camminare, leggero ma deciso, tra i tanti suoni che popolano questo rifugio di anime in cerca di un nuovo inizio.
La porta si apre piano, come sempre. L’aria della stanza cambia immediatamente. Lo guardo mentre si butta sul letto, come ha fatto tante altre sere. Il materasso cigola leggermente, un suono familiare in questa stanza che ha visto passare tante storie come la nostra.
“Non dovremmo più vederci,” avevo detto quella mattina nella cucina, mentre Girolamo preparava una delle sue pizze miracolose, fingendo di non sentire. Ma eccoci qui, ancora una volta. Le sue mani cercano le mie nell’oscurità crescente, e sento le gambe tremare. Non è più paura, non qui al Mulino. Qui nessuno deve nascondersi.
La comunità dorme. Da qualche parte, Enzo sta probabilmente raccontando a un nuovo arrivato la storia di questo posto, di come sia diventato un porto sicuro per chi, come noi, ha dovuto ricominciare. “Da noi arrivavano così,” dice sempre, “con gli occhi di chi ha visto troppo, in cerca di qualcuno che non li giudicasse.”
Lui spegne adagio la luce. La sua bocca trova il mio collo, il respiro un po’ caldo, familiare. Ho deciso di lasciarlo, ma non so se avrò il coraggio. Le sette stanze del Mulino custodiscono ognuna i propri segreti, e la nostra non è che una delle tante storie di amori che devono finire per ricominciare.
“È l’ultima volta,” penso, mentre lui dimostra ancora una volta il suo talento nel farmi dimenticare tutto il resto. Qui, tra queste mura dove le lingue si mescolano come note di una canzone malinconica – tedeschi, spagnoli, marocchini, russi – ognuno porta con sé il peso delle proprie promesse spezzate. La nostra non è diversa.
Il suo volto è sconvolto dal desiderio quando gli sussurro “ti amo”. Le parole escono sincere, ed è questo che rende tutto più difficile. Lui ricomincia da capo, il respiro violento, le mani che conoscono ogni centimetro della mia pelle. Questa danza familiare in una stanza che ha visto tante storie come la nostra.
La notte avvolge il Mulino nel suo mantello di silenzio. Da qualche parte, una radio suona ancora vecchie canzoni d’amore. “È come un mosaico di ricordi,” dice sempre Enzo guardando la sala comune. E ora anche noi diventeremo un pezzo di quel mosaico: un’altra storia di quello che non ha più senso, ma che insieme agli altri forma qualcosa di nuovo.
“Resta,” mormora lui nel buio. Ma entrambi sappiamo che non posso. Non più. Perché a volte, per trovare se stessi, bisogna avere il coraggio di lasciare andare. Anche quando lasciare andare significa morire un po’.
E mentre la città dorme e il Mulino veglia sui suoi figli perduti e ritrovati, mi preparo a dire addio. L’importante è finire, anche quando finire fa male come morire. Perché qui, tra queste mura che sono diventate casa, ho imparato che a volte il coraggio più grande non sta nel restare, ma nell’avere la forza di andare.
“Un’estate fa” è una canzone italiana resa celebre da Franco Califano, Mina e i Delta V. Originariamente, il brano è la versione italiana di “Une belle histoire”, composta nel 1972 da Michel Fugain e Pierre Delanoë. La versione italiana, con testo di Franco Califano, fu inizialmente interpretata dagli Homo Sapiens nello stesso anno.
Nel 1990, Mina incluse la sua interpretazione di “Un’estate fa” nell’album “Ti conosco mascherina”. Successivamente, nel 1992, Franco Califano registrò la sua versione del brano. Nel 2001, i Delta V pubblicarono una reinterpretazione della canzone come primo singolo dell’album “Monaco ’74”.
Nel 2023, Francesca Michielin, in collaborazione con Altarboy, ha realizzato una nuova versione di “Un’estate fa” per la serie Sky Original omonima, disponibile su Sky e in streaming su NOW dal 6 ottobre.
Il testo della canzone evoca la nostalgia di un amore estivo, sottolineando la sua bellezza effimera e la brevità del tempo trascorso insieme. Frasi come “Un’estate fa la storia di noi due era un po’ come una favola” e “Ma l’estate va e porta via con sé anche il meglio delle favole” esprimono il sentimento di malinconia legato alla fine dell’estate e alla conclusione di un amore fugace.
L’autostrada è là, ma ci dividerà. L’autostrada della vacanza segnerà la tua lontananza.
“Ti piace la vista?” chiede mia madre, raggiungendomi alla finestra del nuovo appartamento. Porta Palazzo si stende sotto di me come un formicaio impazzito. L’odore del mercato sale fino al terzo piano, un miscuglio di frutta troppo matura e pesce non proprio freschissimo.
“È… diversa,” rispondo, osservando il viavai incessante di gente. Dopo sedici anni passati a guardare la Farmitalia dalla finestra, questo brulicare di vita mi stordisce.
“Diversa come?”
“Come essere su un altro pianeta.”
Lei sorride, capendo. Ha sempre capito, anche quando non trovavo le parole giuste.
Fino a quando l’autostrada della vacanza segnerà la tua lontananza.
“Hai fatto i compiti di matematica?” chiede Federico, sedendosi accanto a me sul pullman verso scuola, come ogni mattina.
“Sì, ma non sono sicuro siano giusti.”
“Non importa. Li copiamo insieme e sbagliamo insieme.”
Ridiamo, e per un momento tutto sembra perfetto. Ma poi sento i sussurri dietro di noi.
“Guardali quei due…”
“Sempre insieme…”
“Secondo me sono…”
Fino a quando l’autostrada è là, ma ci dividerà.
Al castello di Fenestrelle, le notti diventano leggendarie. Dormiamo nei sacchi a pelo tra le mura antiche, mentre l’estate scivola via come sabbia tra le dita.
“Senti anche tu come tutto sta cambiando?” chiede nel buio.
“Sono le nostre vite,” rispondo. “Che prendono strade diverse.”
Civilization ci tiene svegli fino all’alba. E finisce qua, la storia di noi due. Sono cose che succedono, mentre costruiamo civiltà ideali che non potranno durare.
“È più facile qui,” sospira lui. “Nel mondo reale…”
“Questo è stato reale,” rispondo. “Anche se è durato poco. Poco, poco, poco.”
Due persone che si perdono. Mentre l’autostrada è là, e ci regalerà un autunno malinconico.
“Sai qual è la vera magia?” gli chiedo l’ultima sera. “Quale?”
“Che anche se finisce qui, questi ricordi resteranno magici.”
E mentre la luna illumina il castello di Fenestrelle, mentre i dadi rotolano sul tavolo del Mulino per l’ultima volta, capiamo.
Capiamo che la storia di noi due era destinata a essere un po’ come una favola. Una di quelle che l’estate porta via con sé.
Perché nei giochi, come negli amori estivi, non è importante il finale. È importante averci creduto. E così finisce qua, due persone che si perdono. Mentre l’autostrada è là, e ci regalerà un autunno malinconico.
“Ci vorrebbe un amico” e’ un celebre brano del cantautore italiano Antonello Venditti, pubblicato nel marzo 1984 come singolo estratto dall’album “Cuore”.
Questo brano è stato scritto da Venditti nel 1983, in seguito alla fine della sua relazione con Simona Izzo, sua ex moglie. Il testo esprime il bisogno di un amico durante momenti difficili, con riferimenti diretti alla separazione. La frase “Il resto è vita” allude al modo in cui Maurizio Costanzo, nuovo compagno di Izzo, concludeva le sue trasmissioni televisive. Per motivi di opportunità, Venditti modificò questo verso in “comunque sia finita”.
“Ci vorrebbe un amico per poterti dimenticare,” penso mentre seguo Zeno verso il campo. Gli zingari ci osservano con sguardi diffidenti.
L’orecchino mi pesa improvvisamente come un marchio. I loro occhi lo notano subito, e capisco che per loro è una dichiarazione inequivocabile.
“Non fare caso agli sguardi,” sussurra Zeno. “Sei con me.”
Il campo è un universo a parte, con le sue regole, i suoi codici, la sua fierezza. Le roulotte formano un cerchio, come un accampamento di guerrieri antichi.
“Zingari,” dice una donna anziana, sputando per terra. “Ci chiamano così, ma non sanno nemmeno cosa significa.”
Zeno si muove tra loro con naturalezza. Parla la loro lingua, non quella delle parole, ma quella dei gesti, del rispetto, della comprensione.
“Come fai?” gli chiedo più tardi. “Sono outsider come noi,” risponde. “Solo più onesti nel mostrarlo.”
Una ragazza si avvicina, mi guarda l’orecchino. “Frocio,” dice, ma non con disprezzo. È una constatazione, come dire che il cielo è blu.
“Sì,” rispondo, sorprendendomi della mia stessa franchezza. Sorride. “Almeno sei sincero. Qui la sincerità vale più dell’oro.”
In questa notte fredda mi basta una parola.
La donna anziana mi accoglie con un cenno del capo. Non più uno straniero, non ancora uno di loro. Qualcosa nel mezzo.
“Tutti hanno paura di qualcosa,” mi dice un giorno. “Noi abbiamo paura di fermarci, voi avete paura di muovervi.”
Le sue parole mi colpiscono come una rivelazione. È vero. Sono sempre stato fermo, ancorato alle mie paure, mentre loro…
Loro sono sempre in movimento, sempre in viaggio, sempre in cerca.
L’ultima volta che vado al campo, la ragazza dell’orecchino mi regala un braccialetto. “Per ricordarti,” dice. “Che essere diversi non è una maledizione. È un dono.”
Torno a casa con il braccialetto al polso e una nuova consapevolezza nel cuore. Non sono solo io quello diverso. Siamo tutti diversi. E forse è proprio questo il punto.
“Firenze (Canzone Triste)” è un brano di Ivan Graziani, pubblicato nel 1980 nell’album “Viaggi e intemperie”. La canzone narra una storia d’amore ambientata a Firenze, coinvolgendo tre personaggi: il protagonista, una giovane artista e uno studente di filosofia soprannominato “Barbarossa”.
Il testo esprime la malinconia del protagonista per la fine della relazione con la giovane artista, la quale, insoddisfatta della vita fiorentina, decide di partire. Barbarossa, compagno di studi del protagonista, torna in Irlanda con la sua laurea in filosofia, lasciando il protagonista solo a Firenze, immerso nella nostalgia e nel ricordo dell’amata.
La canzone è caratterizzata da un arrangiamento musicale intenso e delicato, che accompagna un testo diretto e poetico, rendendola uno dei capolavori della musica italiana.
La cosa che ha amato di più è stata l’aria, penso mentre Monica e Sandra suonano il campanello del Mulino. Sono passate sotto il portone dirette da Ebby, l’amico ebraico in collina.
“Venite con noi?” chiedono, come se fosse la cosa più naturale del mondo.
E forse lo è. Da Belfast in poi, le nostre strade sembrano intrecciarsi come fili di un arazzo complicato.
Lei ha disegnato, ha riempito cartelle di sogni.
“Sai cosa mi piace di te?” dice Monica una sera. “Non fingi mai.”
Oh lo so, lo so, lo so, lo so bene, lo so, una donna da amare in due in comune fra te e me.
“Non ne ho più la forza,” rispondo.
Sandra sorride. “È per questo che siamo qui.”
Ma di tempo ce n’è in questa città, fottuti di malinconia e di lei.
Le loro storie si mescolano con le nostre. Il Mulino diventa una tappa nei loro viaggi, un porto sicuro nelle loro tempeste.
“È come una famiglia,” dice Sandra una sera. “Una famiglia che si sceglie.”
E mentre le guardo partire, ancora una volta dirette verso nuove avventure, penso che forse è questo l’amore vero.
Caro il mio Barbarossa, compagno di un’avventura.
Non quello che ti lega. Non quello che ti imprigiona. Ma quello che ti dà le ali per volare.
Per questo canto una canzone triste, triste, triste.
Triste come me.
Capitolo XII: Le Carte della Vita
Colonna sonora: “Cerco un centro di gravita’ permanente”
“Centro di gravità permanente” è una canzone di Franco Battiato, pubblicata nel 1981 nell’album “La voce del padrone”. Il brano è caratterizzato da un arrangiamento pop elettronico e da un testo ricco di riferimenti culturali e filosofici.
Il “centro di gravità permanente” menzionato nel testo si riferisce a un punto fermo nella propria personalità, immune ai condizionamenti esterni, che riflette la natura più autentica del Sé. Questo concetto è influenzato dagli insegnamenti del filosofo e mistico Georges Ivanovič Gurdjieff, che ha avuto un notevole impatto sul pensiero di Battiato.
La canzone presenta una serie di immagini e personaggi apparentemente scollegati, come “una vecchia bretone con un cappello e un ombrello di carta di riso e canna di bambù” e “capitani coraggiosi, furbi contrabbandieri macedoni”. Queste figure rappresentano situazioni insensate e contraddittorie, evidenziando la necessità di trovare un “centro” stabile che permetta di mantenere l’equilibrio di fronte alla realtà multiforme e instabile della vita.
Il brano ha ottenuto un grande successo commerciale, contribuendo a consolidare la popolarità di Battiato negli anni ’80. “Centro di gravità permanente” è considerato uno dei suoi pezzi più rappresentativi, grazie alla fusione di sonorità elettroniche e testi profondi e suggestivi.
Centro di gravità permanente che non mi faccia mai cambiare idea sulle cose sulla gente, penso mentre dispongo i tarocchi in un cerchio perfetto sul pavimento del Mulino.
Gli Arcani Maggiori brillano alla luce delle candele, ogni carta un universo di possibilità.
“Stasera leggiamo il futuro?” chiede un nuovo arrivato.
“No,” rispondo. “Leggiamo il presente. È più difficile.”
Una vecchia bretone con un cappello e un ombrello di carta di riso e canna di bambù.
“Disperato erotico stomp” è un brano di Lucio Dalla, pubblicato nel 1977 nell’album “Com’è profondo il mare”. La canzone si distingue per il suo testo ironico e provocatorio, che narra le vicende di un uomo abbandonato dalla compagna e le sue successive esperienze notturne a Bologna.
Il protagonista, dopo essere stato lasciato dalla fidanzata, vaga per la città incontrando personaggi singolari, tra cui una prostituta e un berlinese smarrito. La narrazione culmina con il ritorno a casa e un riferimento all’autoerotismo, sottolineando la solitudine e la frustrazione del personaggio.
Il titolo del brano combina termini che riflettono l’essenza della canzone: “disperato” indica la condizione emotiva del protagonista, “erotico” allude alle tematiche sessuali trattate, mentre “stomp” si riferisce a un genere musicale jazz caratterizzato da ritmi vivaci e ballabili, evidenziando l’ironia e l’autoironia presenti nel testo.
Musicalmente, la canzone presenta un arrangiamento jazzistico con influenze blues, che accompagna il racconto in modo dinamico e coinvolgente. L’uso di un linguaggio colloquiale e diretto, insieme a riferimenti espliciti, ha suscitato discussioni e polemiche all’epoca della sua uscita, rendendo il brano uno dei più controversi e discussi della discografia di Dalla.
“Disperato erotico stomp” è considerato un esempio significativo della capacità di Lucio Dalla di mescolare ironia, introspezione e critica sociale, offrendo uno spaccato della società italiana degli anni ’70 attraverso una narrazione personale e autentica.
“Ti hanno visto bere a una fontana che non ero io,” risuona nella mia testa mentre guardo Zeno preparare lo zaino per il Marocco. C’è una leggerezza nei suoi movimenti che mi fa male.
“Sarà un’avventura,” dice. “Come ai vecchi tempi.”
Ma entrambi sappiamo che niente sarà come ai vecchi tempi.
Il mio raffreddore peggiora con il caldo marocchino. Ogni starnuto, ogni colpo di naso sembra allargare la crepa tra noi.
“Potresti almeno cercare di controllarti,” sbotta Zeno a Marrakesh.
Il mercato ci avvolge nei suoi odori, nei suoi colori. Zeno contratta in un francese improvvisato, sorride alle persone sbagliate, mente con una facilità che mi spaventa.
“È necessario,” si giustifica. “Qui funziona così.”
La verità, quella che ha sempre predicato come un vangelo personale, si piega come un giunco al vento del deserto.
“Ho incontrato i limiti dell’amicizia,” gli dico l’ultima volta che ci vediamo.
Mi guarda con quegli occhi che un tempo mi facevano tremare. Ora vedo solo stanchezza.
Il Marocco ci ha mostrato chi siamo veramente. Lui, sempre in fuga. Io, sempre in cerca.
“Ma l’impresa eccezionale, dammi retta, è essere normale.”
Torno a Torino da solo. Il viaggio è lungo, solitario, ma non è più una punizione.
“Come è stato il Marocco?” chiede Girolamo quando torno.
“Ho perso un amico,” rispondo. “Ma forse ho trovato me stesso.”
“Prima di salir le scale mi son fermato a guardare una stella.”
E mentre giaccio sul divano del Mulino, penso a Zeno. Al suo bisogno di fuggire, al mio bisogno di restare.
Forse è così che finiscono le amicizie più importanti. Non con un bang, ma con un sussurro.
Non con rabbia, ma con comprensione. Non con dolore, ma con accettazione.
E mentre la notte avvolge il Mulino, capisco che va bene così.
Che alcune persone entrano nella nostra vita per insegnarci qualcosa. E quando la lezione è finita, se ne vanno.
“Margherita” è una celebre canzone di Riccardo Cocciante, pubblicata nel 1976 nell’album “Concerto per Margherita”. Il brano, scritto in collaborazione con Marco Luberti, è caratterizzato da un crescendo melodico che esalta le doti vocali di Cocciante.
Il testo esprime un amore intenso e totalizzante verso una donna di nome Margherita, descrivendola come “un sogno”, “il sale” e “il vento”. Queste metafore sottolineano la centralità dell’amata nella vita del protagonista, evidenziando la sua bellezza, dolcezza e importanza.
La canzone ha riscosso un notevole successo, rimanendo per dieci settimane consecutive al primo posto nelle classifiche italiane. È stata interpretata da numerosi artisti, tra cui Mina, Fiorella Mannoia e Tiziano Ferro, confermandosi come un classico della musica italiana.
Perché Margherita è buona, perché Margherita è bella, penso mentre osservo Enzo entrare per la prima volta nel Mulino. Non è un ingresso trionfale, non ci sono fuochi d’artificio.
“Vuoi una pizza?” chiede Girolamo con la sua solita ospitalità.
“Preferisco guardarti mentre la fai,” risponde Enzo, e qualcosa nel suo modo di guardare mi fa tremare dentro.
Perché Margherita è dolce, perché Margherita è vera.
Non è l’amore travolgente e impossibile che provavo per Zeno. È qualcosa di più quieto, più profondo, più vero.
“Sai fare il pane?” chiede a Girolamo, e iniziano una conversazione sulla lievitazione che sembra una danza.
Perché Margherita ama, e lo fa una notte intera.
Le sere si susseguono, e Enzo diventa una presenza costante. Non invade, non pretende, semplicemente è.
“Mi piace questo posto,” dice una sera sul balconcino della cucina. “Ha un’anima.”
Perché Margherita è un sogno, perché Margherita è il sale.
“A volte penso a Zeno,” confesso una sera.
“Lo so,” risponde semplicemente. “È normale.”
“Non ti dà fastidio?”
Perché Margherita è il vento e non sa che può far male.
Sorride. “Il passato ci forma. Non possiamo cancellarlo, possiamo solo imparare a conviverci.”
Perché Margherita è tutto, ed è lei la mia pazzia.
Le notti al Mulino assumono un ritmo nuovo. Enzo porta una calma che non conoscevamo, una stabilità che non sapevamo di desiderare.
Margherita, Margherita.
“Sei la persona più coraggiosa che conosca,” mi dice una sera Enzo.
E mentre la notte avvolge il Mulino, capisco che questo è l’amore vero.
Non quello che ti fa bruciare. Ma quello che ti fa fiorire.
Non quello che ti fa volare. Ma quello che ti dà radici.
Non quello che ti fa sognare. Ma quello che ti fa vivere.
Margherita, adesso è mia.
Capitolo XV: Danze Infinite
Colonna Sonora: “It’s wonderful – Via con me” (Conte)
“Via con me” è una canzone di Paolo Conte, pubblicata nel 1981 nell’album “Paris milonga”. Il brano, noto anche come “Via con me (It’s wonderful)”, è caratterizzato da un ritmo che fonde jazz e swing, creando una ballata morbida ed efficace.
Il testo rappresenta un invito elegante a lasciarsi tutto alle spalle, senza guardarsi indietro né avere rimpianti, mantenendo sempre una dose di ironia e autoironia. Conte esorta a non perdersi “lo spettacolo d’arte varia di uno innamorato di te”, suggerendo che il lieto fine è sempre dietro l’angolo, nonostante possibili momenti di malinconia.
“Via con me” è diventata una delle canzoni più popolari di Paolo Conte, grazie alla sua combinazione di sonorità jazzistiche e testi evocativi, consolidando la sua reputazione come uno dei più importanti cantautori italiani.
“Via, via vieni via di qui,” risuona nella mia testa mentre guardo la città dal balcone del Mulino. L’alba sta tingendo i tetti di rosa, e il profumo del pane di Enzo riempie già la casa.
Il Mulino brulica di vita nuova. Artisti, musicisti, sognatori continuano ad attraversare le nostre stanze come onde di un mare infinito. Ognuno lascia qualcosa, porta via qualcosa.
“Sai cosa penso?” dice Enzo, abbracciandomi da dietro. “Che non abbiamo creato un luogo, ma un modo di essere.”
Monica e Sandra sono tornate dall’ennesimo viaggio, questa volta con storie di resistenza dalla Palestina. Le loro fotografie tappezzano una parete: occhi di bambini, muri dipinti, ulivi secolari.
“Il mondo è più piccolo di quanto pensiamo,” dice Monica mostrando gli scatti. “E più grande di quanto osiamo sperare.”
“Tante cose devo fare prima che venga domani.”
Le serate al Mulino sono cambiate. Non più solo rifugio, ma laboratorio di possibilità. Le pareti sembrano respirare al ritmo delle nostre evoluzioni.
Girolamo ha trasformato la cucina in uno spazio di resistenza culinaria. “Il cibo è politica,” dice mentre impasta. “Ogni pasto condiviso è una rivoluzione.”
LL continua i suoi rituali lunari. L’ascensore che porta alla sua soffitta è sempre più spesso pieno di giovani in cerca di risposte che non esistono, ma che vale la pena cercare.
“Non siamo una comunità,” spiega a chi chiede. “Siamo una possibilità.”
Farò in modo che al risveglio non mi possa più scordare.
Le notti con Enzo hanno il sapore del pane e della certezza. Non quella soffocante della stabilità, ma quella nutriente della terra dopo la pioggia.
“A volte penso che siamo come il lievito madre,” sussurra nel buio. “Ci nutriamo a vicenda, cresciamo insieme.”
Splendi sole domattina come non hai fatto ancora.
Il Mulino non è più solo un indirizzo, è diventato un verbo. Mulinare: creare spazi di possibilità, trasformare il quotidiano in straordinario.
E mentre l’alba continua a tingere i tetti di rosa, penso che forse la vera rivoluzione non è mai stata nelle strade.
È qui, in questi spazi tra le cose, in questi momenti tra un respiro e l’altro. È nel pane che lievita, nelle storie che crescono, nell’amore che trasforma.
“Via con me,” sussurra la città che si sveglia. E noi continuiamo a danzare.
Perché il viaggio non è mai stato verso un luogo. È sempre stato verso noi stessi. Verso gli altri. Verso casa.
E casa è ovunque ci sia spazio per danzare. Per amare. Per essere.
Epilogo: Il Volo Continua
Colonna Sonora: “La storia siamo noi” (De Gregori)
“La Storia” è un brano di Francesco De Gregori, pubblicato nel 1985 nell’album “Scacchi e tarocchi”. La canzone riflette sulla partecipazione collettiva agli eventi storici, sottolineando come ogni individuo contribuisca, consapevolmente o meno, al corso della storia.
Il testo inizia con l’affermazione “La storia siamo noi, nessuno si senta offeso”, evidenziando che tutti, indipendentemente dal ruolo o dalla posizione sociale, sono parte integrante della storia. De Gregori utilizza immagini evocative, come “questo prato di aghi sotto il cielo” e “queste onde del mare”, per rappresentare la collettività umana e l’interconnessione tra le persone.
La canzone affronta anche temi di responsabilità e consapevolezza, invitando gli ascoltatori a riflettere sul proprio ruolo nella società e sull’impatto delle proprie azioni nel contesto storico. L’arrangiamento musicale è essenziale, con un accompagnamento di pianoforte che mette in risalto la profondità del testo.
“La Storia” è considerata una delle opere più significative di De Gregori, grazie alla sua capacità di coniugare poesia e riflessione sociale, offrendo una prospettiva unica sulla condizione umana e sul senso di appartenenza alla storia collettiva.
La storia siamo noi, penso mentre guardo il Mulino dall’altra parte della strada. Il tempo ha lasciato i suoi segni sulle pareti, ma l’energia del luogo pulsa ancora, più forte che mai.
Le finestre illuminate raccontano nuove storie. Vedo ombre che danzano, sento musica che filtra attraverso i vetri. Una nuova generazione ha preso il testimone, trasformando ciò che abbiamo iniziato in qualcosa di completamente loro.
Enzo è ancora al mio fianco, le sue mani sempre profumate di lievito e possibilità. “È strano,” dice, “come tutto cambi rimanendo uguale.”
Monica e Sandra continuano a viaggiare, ma ora portano con sé giovani fotografi, insegnando loro a catturare non solo immagini, ma storie. Il loro archivio al Mulino è diventato una biblioteca di resistenza e memoria.
Girolamo ha aperto una scuola di panificazione sociale nel quartiere. “Il pane è politica,” ripete ai suoi studenti, molti dei quali sono rifugiati o ragazzi di strada. “Ma è anche poesia.”
LL non fa più le serate lunari nella sua soffitta – ora è troppo vecchio per le scale – ma il suo ascensore continua a portare cercatori di verità su e giù, guidati ora da nuovi sciamani urbani.
La storia siamo noi, nessuno si senta offeso.
E mentre la notte avvolge Torino nel suo mantello di luci, penso che ogni storia è un inizio. Ogni fine è una porta. Ogni momento contiene tutti i momenti.
E noi continuiamo a danzare. A volare. A divenire.
Perché la libertà non è una destinazione, ma un modo di camminare. Non è un luogo, ma un ritmo. Non è una risposta, ma una domanda che continua a cantare.
E la storia siamo noi, siamo noi che scriviamo le lettere, siamo noi che abbiamo tutto da vincere, e tutto da perdere…
E la danza continua. Sempre. Per sempre. In eterno.
Le Canzoni che Ci Hanno Accompagnato
Capitolo I: Il Treno per Belfast
“Cinque Anatre” (Guccini) apre il nostro viaggio con la sua metafora delle anatre in volo. Il conteggio decrescente delle anatre diventa il ritmo stesso del viaggio, scandendo la perdita delle illusioni ma anche la scoperta di nuove verità.
Capitolo II: La DEP e i Suoi Re
“Il Carrozzone” di Renato Zero fornisce la metafora perfetta per il mondo aziendale della DEP, con la sua rappresentazione di un circo in continuo movimento, di maschere e ruoli da interpretare.
Capitolo III: Val della Torre
“Ho visto anche degli zingari felici” di Claudio Lolli cattura perfettamente le tensioni e le incomprensioni all’interno della comunità di Val della Torre.
Capitolo IV: Le Sette Stanze
“La Giacca” di Claudio Lolli scandisce l’esplorazione del Mulino, con il suo ritornello che invita ad andare “fino in fondo”.
Capitolo V: Oltre il Mare
L’eskimo di Guccini diventa simbolo di un’autenticità perduta, di ideali traditi, in linea con la disillusione provata in Marocco.
Capitolo VI: La Sala dei Tarocchi
“Venezia” di Guccini collega il tema della lettura dei tarocchi con quello della perdita e della trasformazione.
Capitolo VII: Notti di Luna
“Voglio vederti danzare” di Franco Battiato offre l’atmosfera perfetta per le serate lunari nella soffitta di LL.
Capitolo VIII: L’Ultima Notte al Mulino
“L’importante è finire” è una canzone interpretata da Mina, pubblicata nel 1975 come singolo e inclusa nell’album “La Mina”. Il brano è noto per il suo testo allusivo e sensuale, che all’epoca suscitò scalpore e fu inizialmente censurato dalla RAI. Il tono intimo e riflessivo della canzone ben si adatta all’atmosfera carica di emozioni dell’ultima notte trascorsa dal protagonista al Mulino.
Capitolo IX: Un’Estate al Mulino
“Une belle histoire” è una canzone francese del 1972, di cui Franco Califano ha realizzato una versione italiana intitolata “Un’estate fa”. Il brano narra un incontro fugace tra due persone durante un viaggio estivo, enfatizzando la bellezza e la transitorietà del momento. Questo tema dell’amore estivo effimero si lega perfettamente all’esperienza descritta nel capitolo, in cui il protagonista e il suo amico vivono un’estate di giochi, complicità e consapevolezza della fine imminente di quel legame.
Capitolo X: Gli Zingari nella Notte
“Ci vorrebbe un amico” di Venditti sottolinea la solitudine e il bisogno di connessione autentica.
Capitolo XI: Monica e Sandra
“La cosa che ha amato di più” di Claudio Lolli racconta di perdite e trasformazioni, perfetto per il capitolo su Monica e Sandra.
Capitolo XII: Le Carte della Vita
“Centro di gravità permanente” di Battiato fornisce la struttura per l’esplorazione dei tarocchi.
Capitolo XIII: L’Ultima Estate con Zeno
“Ti hanno visto bere” di Guccini racconta di tradimenti e separazioni, perfetto per l’ultimo viaggio con Zeno.
Capitolo XIV: L’Incontro con Enzo
“Margherita” offre un contrasto dolce e maturo all’amore tormentato per Zeno.
Capitolo XV: Danze Infinite
“Liberi liberi” di Vasco Rossi e “Via con me” di Paolo Conte celebrano una libertà che non è fuga ma danza continua.
Epilogo: Il Volo Continua
“La storia siamo noi” è un brano di Francesco De Gregori, pubblicato nel 1985 nell’album “Scacchi e tarocchi”. La canzone riflette sulla partecipazione collettiva agli eventi storici, sottolineando come ogni individuo contribuisca, consapevolmente o meno, al corso della storia. Questo tema della responsabilità condivisa nella costruzione del futuro si lega perfettamente all’Epilogo, in cui viene evidenziato come la storia del Mulino continui a evolversi attraverso le nuove generazioni.
I Luoghi del Cuore
Il Mulino diventa più di un edificio: è un personaggio stesso della storia, che cresce e si trasforma con chi lo abita.
Val della Torre rappresenta la prima utopia, quella ingenua e necessaria, destinata a infrangersi ma fondamentale nel percorso di crescita.
Il castello di Fenestrelle è il luogo dove realtà e fantasia si fondono, dove i giochi di ruolo diventano metafora della vita stessa.
Le Persone che Siamo Stati
Zeno è il primo amore, quello che brucia e lascia cicatrici, necessario proprio perché imperfetto.
Enzo è l’amore maturo, quello che nutre invece di consumare, simboleggiato dal suo continuo fare il pane.
Monica e Sandra sono le testimoni, quelle che guardano e ricordano, che documentano e preservano.
I Temi che Ci Hanno Attraversato
La Trasformazione, non come evento singolo ma come stato permanente.
L’Autenticità, non come punto d’arrivo ma come ricerca costante.
La Comunità, non come gruppo chiuso ma come organismo respirante.
L’Amore, nelle sue mille forme: bruciante, nutriente, testimoniale, trasformativo.
Il Gioco, non come fuga ma come esplorazione.
La Musica, non solo sottofondo ma tessuto connettivo.
[…] Meraviglie (Parte I: Infanzia) L’Oblò delle meraviglie. Parte 2, Adolescenza L’oblò delle meraviglie parte III: Il Mulino L’oblò delle meraviglie. Parte IV, Il Viaggio L’Oblò delle Meraviglie. Parte […]
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