Il contapersone

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Nel 2020, nel tragitto a piedi tra casa e l’ufficetto — in mezzo c’è un parco, venti minuti buoni — avevo preso l’abitudine di contare le persone. Non tutte: solo quelle con cui avrei potuto interagire. A piedi, in bici, sedute su una panchina. Escluse le auto, esclusi i fantasmi ai balconi. Arrivavo a venti, qualche volta poco di più. Sembrava tanto.

Adesso arrivo a cinquanta, quasi sessanta.

Il numero ha continuato a crescere dopo il lockdown, in modo stabile, quasi lineare. Smart working che ha restituito ore diurne alla gente, bici elettriche che hanno abbassato la soglia fisica per chi non era più da corsa mattutina, abitudini nuove che non sono sparite con l’emergenza. Il parco non è cambiato — stessa superficie, stessi viali. La densità di interazione potenziale è triplicata.

C’è un termine in fisica dei materiali per descrivere questo: isteresi. Un materiale che, dopo una sollecitazione, non torna al punto di partenza ma mantiene la deformazione. Le abitudini del 2020 hanno deformato il sistema-parco in modo permanente. Non è tornato al 2019 — è diventato qualcos’altro.

Interazione potenziale. Ci torno.

Quando Carlo Rovelli spiega, in Helgoland (2020), che la realtà fondamentale è fatta di relazioni e non di oggetti, lo dice in senso letterale e tecnico: le proprietà di una particella non esistono se non c’è qualcosa con cui interagire. Non è metafora, non è filosofia della domenica. Le equazioni fondamentali della fisica dei quanti non hanno una variabile-tempo nel senso classico — hanno correlazioni tra sistemi fisici. Il tempo emerge da quelle correlazioni, non le precede.

Nel 2020 avevo venti potenziali correlazioni nel tragitto. Oggi ne ho sessanta. Se il tempo è — in qualche misura reale, non solo soggettiva — denso di interazioni, quel tragitto dura diversamente ora rispetto ad allora. Non più lungo in minuti. Più lungo in qualcos’altro.

L’osservazione è rozza, certo. Non sono un fisico delle particelle, sono uno che conta i passanti. Ma c’è qualcosa di vero nell’intuizione: il lockdown non aveva solo svuotato le strade. Aveva compresso il campo delle possibilità. Ogni persona che non c’era era un’interazione che non sarebbe mai avvenuta, un evento che non avrebbe generato altri eventi. Il parco con venti persone aveva una fisica sociale diversa da quello con sessanta. Meno biforcazioni, meno casualità, meno rumore — nel senso buono del termine.

Forse è per questo che il tempo di allora sembrava strano. Non più lento per via dell’angoscia, o non solo. Più lento perché era strutturalmente meno denso di occasioni. Un campo gravitazionale più debole, in senso relazionale.

Però c’è una trappola in questo ragionamento, e vale la pena nominarla. Sessanta persone che camminano guardando lo smartphone non generano più interazioni di venti: generano solo più solitudine in parallelo. La densità degli stati è alta, ma l’occupazione di quegli stati può restare bassissima. Il campo è ricco di possibilità; le possibilità non si realizzano. Questo il contapersone non lo misura — conta corpi in movimento, non attenzioni disponibili.

Vabbè — è un’analogia, non una formula. Non pretendo di aver capito la loop quantum gravity mentre attraversavo un parco di Torino con la mascherina.

Ma la domanda resta: cos’è il contapersone, in fondo? Non era un gioco di distanziamento sociale, anche se coincideva con quel periodo. Era — lo capisco adesso — una misura empirica dello spazio delle fasi di un sistema. Quante configurazioni di incontro sono possibili oggi, in questo tragitto, con questi corpi in movimento? In fisica delle particelle si chiama densità degli stati. Nel parco lo chiamavo “quanta gente”.

Quello che mi ha colpito, nel rifare il conto, è che la crescita non si è stabilizzata sul livello 2019. L’ha superato. Il parco tra casa e l’ufficio ha più frequentatori stabili adesso di quanto ne avesse prima della pandemia. Qualcosa si è ricalibrato in modo permanente. Le bici elettriche hanno portato persone che a piedi non ci sarebbero venute, per distanza o per età. Lo smart working parziale ha moltiplicato le fasce orarie. Il tessuto del parco — questa rete di traiettorie, di probabilità di incrocio — è diventato più ricco.

Non so se questo sia salute pubblica, politica urbana riuscita o semplicemente effetti collaterali di una crisi che ha redistribuito i corpi nello spazio. Probabilmente tutte e tre insieme.

So che il mio contapersone adesso va a sessanta. E che sessanta è un numero diverso da venti non solo in senso quantitativo. È un campo con più stati possibili, più traiettorie imprevedibili, più eventi che ne generano altri. Più tempo, in quel senso obliquo che ho smesso di trovare strano.

Qualcuno mi ha fatto notare che questa cosa potrebbe farla un’AI. Tecnicamente ha ragione: rilevamento persone con una camera, classificazione del mezzo — a piedi, in bici, seduto — esclusione dei veicoli motorizzati. YOLO o qualcosa di equivalente, un Raspberry Pi, niente di sofisticato. Il contapersone automatizzato esiste già, in altri contesti.

Il problema è che non conterebbe la stessa cosa. Il mio criterio “interagibile” non è una categoria visiva — è una valutazione implicita di disponibilità relazionale che applico senza saperlo. Il cane al guinzaglio porta quasi sempre un proprietario interagibile; la coppia stretta conta come due o come uno? La persona con le cuffie conta comunque, perché la potenzialità è strutturale, non comportamentale. Queste euristiche non le ho mai formalizzate — le eseguo. Per addestrare un modello su quel criterio bisognerebbe prima estrarlo da me, che è esattamente il problema dell’annotazione nei dataset.

Ma c’è un problema più profondo. Se mettessi un sensore nel tragitto e smettessi di contare io, la misura diventerebbe oggettiva — e perderebbe il punto. Sono una particella nel campo che osservo. Cambio velocità, cambio traiettoria, a volte saluto. Un sensore fisso misura un sistema da cui è escluso; io misuro un sistema di cui faccio parte. Rovelli lo direbbe meglio: le proprietà del sistema esistono rispetto alle interazioni, e io sono una delle interazioni. Toglimi, e il sistema che misuri non è più quello.


Riferimenti

[1] Carlo Rovelli, Helgoland, Adelphi, 2020. Sul carattere relazionale della meccanica quantistica e l’idea che le proprietà fisiche esistano solo nell’interazione.

[2] Carlo Rovelli, L’ordine del tempo, Adelphi, 2017. Sulla natura emergente del tempo e l’assenza della variabile-tempo nelle equazioni fondamentali della gravità quantistica.

[3] Osservatorio Focus2R (ANCMA / Legambiente), 9° Rapporto sulla mobilità a due ruote, gennaio 2025. La quota di spostamenti in bici in Italia è passata dal 2,6% del 2019 al 4,2% del 2023. URL: https://www.ferpress.it/9-rapporto-ancma-e-legambiente-sale-disponibilita-media-di-piste-ciclabili-sharing-bici-e-intermodalita-carenti-parcheggi-dedicati/

[4] William H. Whyte, The Social Life of Small Urban Spaces, Project for Public Spaces, 1980. Il primo studio sistematico sull’osservazione empirica del comportamento umano negli spazi urbani — conteggi reali di passanti, soste, traiettorie. L’antesignano del contapersone, fatto con una cinepresa in una piazza di New York. URL: https://www.pps.org/product/the-social-life-of-small-urban-spaces

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