Gli inventori nell’ombra

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Gli inventori nell’ombra e le capitali dimenticate

Chi produce il contenuto non è necessariamente chi ne controlla la distribuzione. E chi controlla la distribuzione scrive la storia.

Wikipedia italiana non ha una voce “Cinema di Torino”. Cercatela: pagina bianca, con l’invito a crearla. Una città che per quindici anni ha ospitato i principali studi cinematografici italiani, che ha prodotto i kolossal storici studiati da D.W. Griffith prima di girare Birth of a Nation, che ha generato Maciste — personaggio entrato nell’immaginario popolare mondiale — non ha una pagina enciclopedica. Roma, che ha ereditato tutto questo a partire dagli anni Venti, ha tutte le voci.

Sono torinese, e l’ho scoperto per caso, studiando una presentazione sulle origini del cinema. Più scavi in quella storia, più emerge un meccanismo preciso: la storia tecnologica seleziona i propri eroi a partire da chi controlla lo standard industriale o la capitale distributiva. Chi inventa o produce scompare.

Tre casi in particolare si intrecciano tra loro.


Il primo è W.K.L. Dickson. La presentazione didattica standard lo chiama “inventore nell’ombra” e lo liquida in mezza diapositiva come “ingegnere scozzese collaboratore di Edison”. Intanto era nato in Bretagna da padre scozzese e madre americana — ma questo è un dettaglio. Il punto sostanziale è un altro.

Edison aveva concepito il Kinetoscopio come una macchina per “fare per l’occhio quello che il fonografo fa per l’orecchio”: una metafora, un’intenzione, un brevetto-caveat depositato in anticipo. Dickson ne fece una cosa che funzionava. Partì da 19mm con immagini circolari e arrivò al 35mm con rapporto 1.33:1, collaborando con Eastman per sviluppare la pellicola in celluloide. Quello standard è rimasto invariato per oltre un secolo.

La cosa che il racconto semplificato taglia è questa: il 35mm non è una misura neutrale scelta per ragioni tecniche ottimali. È il frutto di un duopolio deliberato tra Edison e Kodak. Chi controllava lo standard controllava l’intera catena produttiva — dalla pellicola vergine alla distribuzione. Dickson capì il meccanismo, lasciò Edison nel 1895 e fondò la Biograph Company. Finì nella storia come “il collaboratore”.


Il secondo caso è il Voyage dans la Lune di Méliès (1902) e quello che la presentazione chiama, in modo piuttosto sbrigativo, “pirateria americana che rovinò Méliès”. Il meccanismo documentato è molto più preciso — e molto più istruttivo.

Méliès vendette una copia del film a Charles Gerschel, fotografo di Algeri, con clausola contrattuale scritta: uso esclusivo in Algeria. Gerschel la cedette ad Alfred C. Abadie, dipendente dell’Edison Manufacturing Company. Abadie la spedì ai laboratori Edison per duplicarla. Da lì passò a Vitagraph, poi a catena: entro il 1904, Lubin, la Selig Polyscope Company ed Edison stesso distribuivano il film su tutto il mercato americano. Edison vendeva anche la versione colorata a mano a prezzo maggiorato — esattamente come Méliès aveva fatto con gli originali parigini. Senza pagare un franco a nessuno.

La risposta di Méliès fu aprire nel 1903 un ufficio a New York, diretto dal fratello Gaston, per registrare i film sotto copyright statunitense. Non bastò: il mercato era già saturo di copie.

L’inventore tecnico del cinema e l’inventore narrativo del cinema furono entrambi danneggiati dallo stesso sistema. Edison da una parte standardizzò il supporto fisico tramite Dickson, dall’altra svuotò di valore economico chiunque lo utilizzasse.

Una verticalizzazione dell’industria che avrebbe fatto scuola. E che ha fatto scuola.


Il terzo caso è Torino, e per me è il più strano — perché ci vivo.

Itala Film nasce a Torino nel 1905, reclutando filmmaker direttamente da Pathé. Nel 1907 entra Giovanni Pastrone, che riorganizza la società e la porta verso i kolossal storici: La caduta di Troia (1911), poi Cabiria (1914), con D’Annunzio ai titoli e un budget da produzione hollywoodiana ante litteram. L’ufficio distributivo apre a New York. Per qualche anno Torino esporta cinema in America, non il contrario.

Poi il tracollo: nel 1918 Pastrone perde il controllo di Itala. Nel 1919 l’Unione Cinematografica Italiana ingloba tutto e collassa in pochi anni. Nel 1926 gli studi torinesi sono in rovina — un imprenditore romano li compra per pochi soldi. La traiettoria Torino→Roma precede di qualche anno il centralismo fascista. È già una storia di capitali di rischio e logiche distributive, prima ancora che di politica culturale.

Niente. Neanche una voce Wikipedia.


Il pattern è sempre lo stesso: Dickson fece funzionare il cinema; Edison brevettò il cinema. Méliès inventò il linguaggio cinematografico; Edison lo distribuì. Torino produsse i film; Roma li raccontò. Lo stesso schema, cent’anni dopo, con nomi diversi. Cambiano i materiali — non la meccanica.

Nota sul metodo: La citazione attribuita a Méliès nella diapositiva finale — “l’umanità ha trovato un nuovo modo di sognare ad occhi aperti” dai Mémoires del 1936 — non è stata verificata su fonte primaria. Méliès era un narratore di sé stesso piuttosto creativo, e alcune sue rievocazioni tardive sono ricostruzioni. Prima di citarla in un testo, vale la pena segnalarla come non verificata.

Riferimenti

[1] W.K.L. Dickson — Wikipedia EN. Nascita, ruolo tecnico, formato 35mm, collaborazione con Eastman.

[2] A Trip to the Moon, sezione Release — Wikipedia EN. Meccanismo dettagliato della pirateria via Gerschel/Abadie/Edison.

[3] Itala Film — Wikipedia EN. Fondazione, Pastrone, Cabiria, declino 1918–1926.

[4] Filoteo Alberini — Wikipedia EN. Kinetografo, brevetto 1895, La presa di Roma.

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