… non sono quelle che ci raccontiamo
All’inizio del secolo la tecnica aveva ancora una forma riconoscibile. Si vedeva. Il computer era un oggetto, il telefono pure, internet era un luogo in cui si “andava”, con quella formula che oggi suona quasi archeologica: vado online. Adesso no. La tecnica del XXI secolo, nel suo tratto più serio, non coincide con l’oggetto nuovo ma con la sparizione dell’oggetto dentro l’ambiente. Non la macchina spettacolare: la rete che si fa aria, il calcolo che si ritira dietro l’interfaccia, l’automazione che smette di sembrare automazione e prende la forma della procedura normale. È successo tutto abbastanza in fretta, e abbastanza lentamente da non accorgercene.
Per questo l’errore più comune, quando si prova a raccontare le “grandi evoluzioni tecniche” di questi venticinque anni, è fare l’inventario: smartphone, social, nuvola, intelligenza artificiale, biotecnologie, energie rinnovabili, razzi riutilizzabili. Tutto giusto. Ma detto così non si capisce molto. Sembra la vetrina di una fiera. Quello che conta, invece, è il modo in cui queste innovazioni hanno cambiato il rapporto fra presenza e invisibilità, fra competenza e delega, fra decisione umana e sistema già predisposto.
La prima grande mutazione è stata la connessione come condizione di base. Nel 2000 internet era ancora, per una parte enorme del pianeta, una possibilità intermittente o un privilegio urbano. Nel 2024 gli utenti della rete sono arrivati a 5,5 miliardi, cioè circa il 68% della popolazione mondiale. Il dato impressiona, ma il punto interessante è un altro: la connessione non ha semplicemente aggiunto un canale; ha riscritto la nozione stessa di quotidiano. Prenotare, lavorare, orientarsi, litigare, pagare, ricordare, desiderare: tutto è stato risucchiato dentro la continuità della rete. E tuttavia il secolo non è entrato davvero nella sua fase matura quando tutti sono andati online. Ci è entrato quando l’online ha smesso di apparire come un altrove.
Lo smartphone ha fatto esattamente questo. Non è importante perché ha sostituito il computer in senso stretto; è importante perché ha ridotto la distanza tra gesto e infrastruttura. La rete non si raggiunge più: si tocca. O meglio, si sfiora. Non a caso il traffico mondiale da dispositivi mobili ha superato stabilmente quello da desktop. Il computer, che nel Novecento avanzato rappresentava ancora la postura tecnica per eccellenza — sedersi, aprire, attendere, lavorare — è stato lentamente scavalcato da un oggetto che impasta comunicazione, sorveglianza, logistica, memoria, intrattenimento e pagamento. Il risultato è che oggi la tecnica non chiede più un’attenzione esclusiva; si incolla ai tempi morti, li colonizza, e poi li elimina.
Ma il secolo non si capisce guardando solo i dispositivi. La vera rivoluzione, spesso, è noiosa da raccontare. È la nuvola. Termine tremendo, peraltro: sembra poesia aziendale, e invece indica un fatto molto concreto. Il software non è più una cosa che possiedi davvero; è un servizio remoto. I dati non stanno dove credi. La capacità di calcolo non coincide con la macchina che hai davanti. Questo spostamento ha cambiato l’economia più di tanti lanci di prodotto celebrati come epocali. La tecnica del XXI secolo si regge sulla delocalizzazione dell’infrastruttura: potenza lontana, interfaccia vicina. Quasi tutto ciò che usiamo dipende da qualcosa che non vediamo e che non controlliamo. La tecnica non sparisce, però: si redistribuisce. Diventa invisibile per chi la usa, molto più visibile e concentrata per chi gestisce piattaforme, data center, filiere del chip. Sovranità personale e sovranità politica si assottigliano nello stesso punto — e in quel punto qualcun altro decide chi può intervenire sull’ambiente e chi può solo abitarlo.
Poi c’è un’altra parola consumata fino all’osso: intelligenza artificiale. Se si toglie il rumore pubblicitario, l’evoluzione reale è duplice. Da una parte, l’IA è diventata abbastanza economica, rapida e ubiqua da entrare nei processi normali: scrittura, ricerca, classificazione, supporto al codice, analisi documentale, automazione d’ufficio. Dall’altra, proprio mentre diventa normale, mostra con più nettezza i suoi limiti: appiattimento stilistico, completamento plausibile dove servirebbe verifica, sicurezza simulata anche quando sbaglia. Non è una contraddizione; è la sua forma storica. Funziona perché imita bene abbastanza. Delude perché quella somiglianza viene scambiata troppo spesso per comprensione.
Vabbè. Il secolo inciampa su una vecchia abitudine: credere che una macchina utile debba per forza essere anche una macchina che capisce. Non è così. E forse una parte della maturità tecnica, oggi, consiste proprio nel separare queste due cose.
Dalla rete alla materia
Fuori dallo schermo, il XXI secolo mostra di avere trasformato anche la materia. Qui la grammatica cambia: non più infrastruttura che si fa invisibile, ma capacità tecnica che attacca vincoli fisici, biologici, termodinamici — cose che non si risolvono con un’interfaccia più fluida. Le biotecnologie sono un caso esemplare. Per anni l’editing genetico è stato raccontato come promessa remota, una di quelle promesse che restano perennemente a tre anni di distanza. Poi, quasi senza enfasi proporzionata alla portata dell’evento, è arrivata l’approvazione della prima terapia basata su CRISPR negli Stati Uniti. Questo non significa che la medicina sia diventata magia programmabile; significa però che siamo entrati in un’epoca in cui il rapporto fra errore biologico e intervento tecnico non è più solo farmacologico o chirurgico. La tecnica non ripara soltanto dall’esterno: prova a riscrivere dall’interno. È una soglia vera.
Anche l’energia racconta bene il secolo, e lo racconta meglio di molte conferenze sul futuro. Per anni le rinnovabili sono state trattate con il paternalismo riservato alle tecnologie moralmente simpatiche ma strutturalmente marginali. Adesso non più. La crescita recente di solare ed eolico non è solo una vittoria ambientale o un capitolo di politica industriale: è il segno che l’innovazione tecnica, quando supera una certa soglia di costo e scala, smette di sembrare alternativa. Diventa banale. E la banalità, in tecnica, è il nome del successo.
Lo stesso vale per lo spazio. Non perché viviamo già in qualche romanzo di colonizzazione orbitale — non viviamo lì, per fortuna — ma perché l’accesso al lancio è diventato meno eccezionale, più seriale, più vicino alla logica industriale. Il razzo riutilizzabile ha contato soprattutto per questo: non come immagine futuristica, ma come riduzione dell’irripetibile. Il XXI secolo ama ciò che un tempo era impresa e ora tende a diventare filiera.
Il costo della delega
C’è però un punto che resta fuori da quasi tutte le celebrazioni del progresso. Ogni evoluzione tecnica degna di questo nome produce insieme potenza e dipendenza. Più facilità d’uso, meno visibilità dei vincoli. Più accesso, meno controllo. Più automazione, meno competenza distribuita — o meglio: competenza che cambia quota, si sposta verso chi progetta, verifica, interviene quando il sistema fallisce, e lascia scoperto chi prima sapeva fare e ora sa solo usare. Non sempre, non in modo lineare, ma abbastanza spesso da renderlo un tratto di epoca. Il secolo, sotto questo aspetto, non è solo quello dell’innovazione: è quello della delega crescente a sistemi opachi ma funzionali.
I precedenti dimenticati servono anche a questo. Ogni volta che una tecnologia nuova viene narrata come rottura assoluta, conviene cercare il suo antenato sepolto. Il metaverso aveva già avuto altre vite e altri nomi. Le piattaforme social hanno ereditato dinamiche da media molto più antichi. Perfino l’IA generativa, nel suo lato più vistoso, ripropone un meccanismo antichissimo: produrre una superficie plausibile abbastanza levigata da farsi scambiare per autorità. Cambiano la scala, la velocità, la convenienza. Non il vizio umano di inginocchiarsi davanti a ciò che parla con tono sicuro.
Boh. Forse la vera domanda non è quali tecnologie abbiano cambiato il XXI secolo. La lista, bene o male, la sappiamo fare tutti. La domanda migliore è quale forma umana stiano premiando — premiando nel senso più materiale: chi si adatta viene assunto, finanziato, servito meglio; chi resiste paga un costo crescente in tempo, denaro, esclusione. L’utente continuo, il delegante sereno, il lavoratore assistito, il cittadino tracciabile, il paziente riscrivibile, il consumatore connesso, l’individuo che scambia la fluidità con la libertà.
Il secolo tecnico, fin qui, non ha costruito soltanto strumenti più potenti. Ha costruito un ambiente in cui la potenza arriva già impacchettata, e per usarla basta aderire. Aderire: accettare i termini di servizio senza leggerli, lasciare che l’algoritmo scelga il percorso, delegare al completamento automatico la frase che stavamo pensando, fidarsi della raccomandazione perché funziona abbastanza bene e tornare indietro costerebbe fatica. Non è sottomissione, non è stupidità. È economia cognitiva ragionevole, caso per caso. Il problema è che i casi si sommano, e a un certo punto la somma delle piccole adesioni diventa una postura.
È questo il trionfo del secolo, e forse anche il suo problema. Non perché il progresso sia una favola da smontare con aria saggia. Non è granché, quel gesto lì. Piuttosto perché ogni volta che una tecnica funziona davvero, smette di chiedere ammirazione e comincia a pretendere abitudine. Ed è in quel passaggio, quasi sempre, che decide chi stiamo diventando.
Riferimenti
- Utenti internet globali: ITU, “Facts and Figures 2024”, https://www.itu.int/itu-d/reports/statistics/2024/11/10/ff24-internet-use/ — 5,5 miliardi di utenti, 68% della popolazione mondiale. (Nota: il report ITU 2025 ha rivisto la stima 2024 al rialzo: 5,8 miliardi, 71%.)
- Traffico mobile vs desktop: Statcounter GlobalStats, https://gs.statcounter.com/platform-comparison-chart — il mobile supera stabilmente il desktop dal 2016-2017.
- Cloud computing e delocalizzazione infrastrutturale: Gartner, “Forecast: Public Cloud Services, Worldwide”, edizioni 2023-2024.
- CRISPR — prima terapia approvata: FDA, approvazione di Casgevy (exagamglogene autotemcel) per anemia falciforme, 8 dicembre 2023. https://www.fda.gov/news-events/press-announcements/fda-approves-first-gene-therapies-treat-patients-sickle-cell-disease
- Crescita rinnovabili: IEA, “Renewables 2024”, https://www.iea.org/reports/renewables-2024 — capacità solare ed eolica in crescita record.
- Razzi riutilizzabili: SpaceX, primo atterraggio Falcon 9, dicembre 2015; oltre 300 riutilizzi completati a fine 2024.
- Politica degli artefatti tecnici: Langdon Winner, “Do Artifacts Have Politics?”, Daedalus 109(1), 1980, pp. 121-136 — il testo fondativo sull’idea che le scelte tecniche incorporano scelte politiche, indipendentemente dalle intenzioni dei progettisti.
- Infrastruttura e sorveglianza: Shoshana Zuboff, The Age of Surveillance Capitalism, PublicAffairs, 2019 — sulla logica estrattiva che trasforma l’esperienza quotidiana in materia prima per la predizione comportamentale.

Leave a comment