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l’illusione che la divulgazione sia illusione e perche’ non sono d’accordo

Il caso Vincenzo Schettini ha fatto esplodere una polemica che aspettava solo il pretesto giusto. Un professore di fisica con milioni di follower, collaborazioni con la Presidenza del Consiglio, programmi televisivi, libri — e poi le testimonianze degli ex studenti dell’IISS Luigi dell’Erba di Castellana Grotte: voti condizionati dalla partecipazione alle dirette YouTube, studenti usati come operatori di ripresa durante le lezioni, report con screenshot dei commenti come attestati per punti in più alle interrogazioni. Centoquattro video rimossi dal canale in una notte, per panico — parola sua. Selvaggia Lucarelli ha raccolto nomi e prove, Le Iene ci hanno fatto un servizio. Lo scandalo è legittimo.

Lo scandalo, però, ha generato una reazione più interessante dello scandalo stesso: la tentazione di buttare la divulgazione nel cestino insieme a Schettini. E la cosa mi riguarda direttamente — ieri ho pubblicato un incontro su come ottenere un modello GLB per videogiochi low-poly partendo da un prompt che definire elementare è generoso. Li chiamo incontri, non lezioni, perché “lezione” implica un flusso unidirezionale dal docente a chi subisce, e non è quello che facciamo con edu3d.it. Chi partecipa paga solo se apprezza, quanto vuole — è un’associazione, non un business plan. Il modello è la comunità di pratica: si costruisce insieme, chi sa di più condivide, chi sa meno porta domande che spesso sono più utili delle risposte. Io preferisco apparire dimesso, perché l’alternativa — il professore-performer che monetizza il carisma — la conosciamo già, e sappiamo dove porta. Eppure, nel clima post-Schettini, anche mostrare che esiste uno strumento e come si usa finisce nel calderone del sospetto verso chiunque divulghi qualcosa online.

Il video di Giacomo Lucarini — coach, dottore in psicologia, link al corso gratuito in descrizione — è un buon esempio di questa tentazione. L’analisi parte bene: il problema non è solo un professore che ha sbagliato, è un sistema che lo ha premiato. La RAI lo invitava, i giornali lo celebravano, le istituzioni lo usavano come testimonial. L’Italia funziona così: se sei furbo e fotogenico, il sistema non ti ferma, ti potenzia. Fin qui, niente da obiettare. Poi Lucarini sale di quota e arriva a una domanda retorica: quante persone guardando centinaia di video di fisica su YouTube sono diventate davvero brave in fisica? Risposta sua: nessuno. E qui il ragionamento deraglia.

Perché la risposta non è “nessuno”. La risposta è “dipende da cosa guardi, da come lo guardi, e da chi te lo racconta”.

C’è un concetto in psicologia cognitiva che Lucarini cita correttamente ma applica in modo troppo largo: la fluency illusion, o illusione di fluenza. Quando un’informazione è presentata in modo chiaro e scorrevole, il cervello la processa facilmente e scambia quella facilità per comprensione. È un falso positivo metacognitivo: ti sembra di aver capito, ma non hai imparato. Il fenomeno è robusto e ben documentato — Gates lo identificò nel 1917, Roediger e Karpicke nel 2006 hanno mostrato come il testing attivo sia enormemente più efficace della rilettura passiva, e Fazio ha dimostrato che perfino la conoscenza pregressa non protegge completamente dall’effetto di verità illusoria prodotto dalla ripetizione fluente.

Tutto vero. Il videino con le musichette e il professore simpatico può produrre esattamente questa illusione. Guardi, ti senti intelligente, passi al video successivo, non hai imparato nulla. La fisica che ci piace diventa la fisica che non costa fatica, e la fisica che non costa fatica non entra nella testa — entra nell’umore del momento.

Ma qui entra Piero Angela, e con lui entra un problema che Lucarini non affronta.

Angela non ha mai preteso di insegnare astrofisica con Quark. Ha fatto qualcosa di diverso e di più raro: ha convinto milioni di italiani degli anni Ottanta — in un Paese dove la cultura scientifica era roba da tecnici, dove il liceo classico era l’unico liceo “vero” — che la scienza era interessante. Che valeva la pena entrarci. Nessuno è uscito da Quark sapendo risolvere equazioni di Schrödinger. Ma qualcuno è entrato a fisica, o ingegneria, o biologia, dopo averlo visto. La funzione non era formativa — era propedeutica. E la differenza conta. Va detto, però, che anche la divulgazione più onesta produce un sottoprodotto inevitabile: lo spettatore che dopo una puntata sul DNA si sentiva di aver “capito” la complessità della vita più di quanto fosse realmente. Quella sensazione di appagamento intellettuale immediato è il rischio strutturale di qualsiasi narrazione ben fatta. Il punto è che la responsabilità non ricade sul divulgatore — ricade su chi consuma e si ferma lì. E qui si apre un fronte che Lucarini non tocca: l’educazione all’uso dei media divulgativi. Saper distinguere tra “mi ha incuriosito” e “ho capito” è una competenza che andrebbe insegnata, non data per scontata.

Stesso discorso per Hofstadter. Gödel, Escher, Bach non è divulgazione nel senso leggero del termine — è un libro deliberatamente ostico, che usa la forma per esemplificare il contenuto: autoreferenzialità, emergenza, cognizione. Il Pulitzer 1980 non premia un libro facile, premia un libro che costringe il lettore a faticare proprio perché la fatica è il punto. È l’opposto della fluency illusion — è un testo che inciampa di proposito, che ti rallenta, che ti obbliga a tornare indietro. Richard Dawkins con Il gene egoista non pretendeva di sostituire un corso di biologia evolutiva. Carl Sagan con Cosmos non diceva “guarda questo e sai la cosmologia”. Brian Greene con L’universo elegante ha portato la teoria delle stringhe a due milioni di lettori nel mondo — il libro è stato finalista al Pulitzer, la serie PBS ha vinto il Peabody Award. Gli si può rimproverare un eccesso di entusiasmo sulla teoria delle stringhe (Peter Woit, matematico di Columbia, lo fa da vent’anni con argomenti solidi), ma nei commenti alle sue conferenze trovi gente che dice: ho studiato fisica per colpa di quel libro. Il patto implicito era lo stesso di Angela, di Sagan, di Hofstadter: ti mostro la meraviglia, poi — se vuoi — vai a faticare.

E poi c’è Susskind, che smonta l’argomento nella sua forma più grezza.

Le Theoretical Minimum Lectures di Leonard Susskind a Stanford sono disponibili su YouTube da anni — oltre cento lezioni, alcune con milioni di visualizzazioni. Non sono divulgazione leggera: sono corsi veri, con matematica vera, lagrangiane, meccanica quantistica, relatività generale. Susskind non semplifica, non mette musichette, non fa il simpatico. Spiega come spiegherebbe a studenti universitari seri, con la lavagna, a volte in modo non proprio lineare. Un ragazzo di Bari o di Catanzaro — o di Torino — può seguire lo stesso corso che seguivano i figli dei professori californiani. Questo non è intrattenimento. È una redistribuzione reale di opportunità educative.

Il formato video non riduce necessariamente la fatica cognitiva. Dipende interamente da cosa ci metti dentro e con quale onestà intellettuale. Una lezione di Susskind su YouTube richiede più impegno di molti libri di testo scritti male. C’è un’ironia amara, però: l’architettura stessa delle piattaforme punisce questo tipo di contenuto. L’algoritmo premia la ritenzione, la fluidità, il tempo di visione ininterrotto — premia, cioè, esattamente la fluency che produce l’illusione. Una lezione di Susskind dove ti fermi, torni indietro, metti in pausa per fare un calcolo, è un contenuto che l’algoritmo legge come fallimento. La divulgazione onesta è strutturalmente svantaggiata dal mezzo che la ospita. Il che rende ancora più notevole che esista.

E qui torno a Schettini, perché il punto è proprio questo: Schettini non ha peccato di divulgazione. Ha peccato di conflitto di interessi istituzionale. Ha usato il potere asimmetrico del docente — voti, registro, autostima dei ragazzi — per alimentare il proprio canale. Le testimonianze parlano chiaro: le domande in classe non contavano, andavano fatte sul canale YouTube; i report con gli screenshot dei commenti valevano punti in più; gli studenti reggevano smartphone e luci durante le ore di lezione per girare contenuti che poi finivano online. Questo non è un problema della divulgazione — è un problema di etica professionale dentro un’istituzione pubblica.

La rappresentante di classe che è andata a litigare con Schettini in consiglio di classe non si lamentava del fatto che esistessero video di fisica su YouTube. Si lamentava che il professore usasse il suo ruolo per trasformare gli studenti in risorse produttive del suo canale.

Il video di Lucarini, però, compie un salto logico: parte dal caso concreto, sale alla critica della fluency illusion — legittima — e poi scivola in una condanna della divulgazione tout court. Nessuno impara con i video. Solo la fatica è vera. I bravi in fisica vengono dai libri e dagli esercizi ripetuti fino allo sfinimento. Che è un po’ come dire che siccome esistono ristoranti che servono cibo avariato, mangiare fuori è sempre una cattiva idea.

C’è anche un elemento che nessuno nomina ma che pesa: il classismo culturale latente nell’argomento “i veri bravi vengono dalla fatica e dai libri”. Vero in parte, ma quei libri, quegli insegnanti bravi e severi, quell’ambiente che ti sfida — non sono mai stati distribuiti equamente. La divulgazione onesta ha fatto più per l’equità educativa di molte riforme scolastiche italiane. Non ha sostituito la formazione, l’ha resa desiderabile per chi non l’avrebbe mai incontrata.

La divulgazione è una porta. La formazione è il percorso. Schettini ha usato la porta come uscita di servizio per il suo business personale. Non è complicato. Ma la porta esiste ancora, e continua a funzionare per chi la attraversa con onestà — da entrambi i lati. Il rischio vero, semmai, è un altro: che la porta sia così bella, così ben illuminata, così accogliente, che la gente decida di arredare l’ingresso e non entrare mai in casa. Questo è il sottoprodotto dell’economia dell’attenzione applicata alla conoscenza — e non lo risolvi abolendo le porte.

L’antidoto più efficace, alla fine, non è né la severità né il sospetto verso chiunque spieghi qualcosa online. È la comunità. In una comunità di pratica non guardi e basta: partecipi, fai, sbagli, chiedi, condividi. L’illusione di aver capito si squaglia al primo tentativo di mettere le mani in pasta — quando provi a generare quel modello 3D e viene fuori una cosa che non assomiglia a niente, quando il codice non compila, quando la domanda di un principiante ti costringe a ripensare quello che credevi di sapere. La fatica cognitiva di cui parla Lucarini non si produce solo in solitudine sui libri. Si produce anche — forse soprattutto — nel confronto con gli altri.

Restano domande aperte, e non è detto che abbiano risposte pulite. L’algoritmo è riformabile, o il modello di business delle piattaforme punirà sempre l’attrito cognitivo? Esiste un limite oltre il quale la personalità del divulgatore oscura il contenuto — e come lo codifichi, quel limite, senza ricadere nel grigiore burocratico? E se nella comunità di pratica il fallimento è la prova che non c’è illusione, come rendi il “non aver capito” un valore comunicabile nel mercato dell’attenzione?

Condannare la divulgazione per via di Schettini sarebbe come condannare il teatro perché esiste la telenovela. Ma il teatro, per funzionare, ha bisogno di un pubblico che sappia di non essere a casa davanti allo schermo.


Riferimenti:

  • Roediger III, H.L. & Karpicke, J.D. (2006). “The Power of Testing Memory: Basic Research and Implications for Educational Practice”. Perspectives on Psychological Science, 1(3), 181-210.
  • Fazio, L.K. (2016). “Knowledge Does Not Protect Against Illusory Truth”. Journal of Experimental Psychology: General, 145(8). DOI: 10.1037/xge0000098
  • Gates, A.I. (1917). “Recitation as a Factor in Memorizing”. Archives of Psychology, 6(40).
  • Barber, S.J. et al. (2021). “The effects of repetition frequency on the illusory truth effect”. Cognitive Research: Principles and Implications, 6(38). DOI: 10.1186/s41235-021-00301-5
  • Greene, B. (1999). The Elegant Universe: Superstrings, Hidden Dimensions, and the Quest for the Ultimate Theory. W.W. Norton. Finalista Pulitzer 2000, vincitore Royal Society Prize for Science Books. Serie PBS vincitrice Peabody Award (2003).
  • Susskind, L. — The Theoretical Minimum, serie di corsi Stanford Continuing Studies. Video disponibili su theoreticalminimum.com e YouTube. Oltre 100 lezioni, singole lezioni con milioni di visualizzazioni.
  • Hofstadter, D. (1979). Gödel, Escher, Bach: An Eternal Golden Braid. Basic Books. Premio Pulitzer 1980 per la saggistica.
  • Testimonianze caso Schettini: Selvaggia Lucarelli, Substack, febbraio 2026; servizio Le Iene, marzo 2026; raccolta MowMag / Fanpage.it.

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