Vincenzo Schettini ha detto una cosa non sbagliata nel modo peggiore possibile, e adesso paga il conto. La frase è questa: un insegnante può creare contenuti culturali fuori dalla scuola e farsi pagare. Detta così, è banale — lo fanno in migliaia, dalle ripetizioni ai corsi serali, dai libri ai seminari aziendali. Il problema è che Schettini non l’ha detta così. L’ha detta al podcast BSMT di Gazzoli, con il ciuffo, il sorriso, quella disinvoltura da palcoscenico che funziona benissimo quando spieghi la termodinamica in trenta secondi ma che diventa pericolosa quando tocchi un nervo scoperto del Paese. Ha detto supermercato. Ha detto prodotto. Ha detto che la conoscenza non deve essere per forza gratuita. E il tritacarne si è messo in moto.
La polemica ha già la sua traiettoria prevedibile: indignazione, replica accorata, studenti che firmano comunicati di solidarietà, e tra due settimane nessuno se ne ricorda più. Quello che resta è lo schema — e lo schema l’ho già visto, e chi fa il mio stesso mestiere di formatore e divulgatore dovrebbe saperlo riconoscere.
Christian Raimo gli ha contrapposto Maturadio, il podcast gratuito di RaiPlay Sound con lezioni per la maturità. Grazia Sambruna ha dissotterrato il racconto delle dirette su YouTube dove Schettini, ai tempi dei primi quattro iscritti, “costringeva” gli studenti a collegarsi il pomeriggio minacciando interrogazioni il giorno dopo. Dettaglio che lui ha raccontato ridendo, da aneddoto simpatico, senza capire che suonava come abuso di posizione — perché un professore che usa il potere del voto, che è potere certificatorio dello Stato, per gonfiare le visualizzazioni del proprio canale privato non è un aneddoto, è un conflitto di interessi. Poi è spuntato un ex alunno anonimo che ha raccontato di aule trasformate in set per i contenuti social e voti influenzati dalle reazioni online. Quanto sia vero non si sa — è anonimo, non verificabile. Ma la risposta degli studenti attuali, quelli dell’IISS Luigi dell’Erba, è arrivata con nomi e cognomi sotto una nota ufficiale di solidarietà. La differenza è istruttiva: chi accusa si nasconde, chi difende ci mette la faccia. Selvaggia Lucarelli ci ha costruito sopra un pezzo lungo su Substack, e la parola che circola adesso è teach-toker — l’insegnante che è anche intrattenitore, e che a un certo punto non sa più quale delle due cose viene prima.
E sempre nella replica, un altro scivolone. Per difendersi dall’accusa di voler privatizzare la scuola, ha detto: “Se credete che la cultura debba essere gratuita, andate in un museo e pretendete di entrare gratis”. L’argomento crolla appena lo esamini fuori dall’Italia. Nel Regno Unito i grandi musei sono gratuiti non da ieri — il British Museum lo è dalla fondazione, nel 1759. La politica del 2001 ha esteso il principio a tutti i musei nazionali, ma per alcuni la gratuità è una tradizione secolare. National Gallery, Tate Modern, Science Museum, Natural History Museum — tutti a ingresso libero. Non per negligenza o per povertà: per scelta politica. A Londra ci andavo spesso, nel 2015 — cinque volte in un anno, amici trasferiti lì, una company registrata per arrotondare e coltivare il sogno di entrare nel tech britannico. Apple arrivo, India scostati. Non ho mai pagato un solo museo. Quella gratuità era parte di un’idea di società: aperta, cosmopolita, convinta che la cultura fosse un bene comune da finanziare con la fiscalità generale. Poi è arrivata la Brexit, e quella società si è scoperta molto meno libera di quanto credesse. Ma i musei sono rimasti gratuiti — perché certe scelte, una volta fatte, diventano identità. Cinquanta milioni di visite l’anno ai musei nazionali inglesi non sono un costo da recuperare col biglietto: sono un investimento in coesione sociale. Quando negli anni Novanta alcuni musei introdussero il biglietto, il Royal Observatory perse il 55% dei visitatori. E il pubblico delle classi svantaggiate, che oggi è il 2,5% del totale, sarebbe semplicemente sparito.
Schettini ha usato il museo come se fosse una verità universale — “la cultura si paga, punto” — quando invece è una scelta di modello. E le scelte di modello si discutono, non si brandiscono come prove. Ha normalizzato: ha sostituito la complessità del panorama europeo con il senso comune italiano, dove sì, i musei costano, ma non perché sia giusto — perché lo Stato non investe abbastanza per renderli gratuiti. Sono due cose molto diverse.
Lo stesso schema si è già visto altrove, e di recente. Chiara Ferragni e il pandoro Balocco: stessa dinamica strutturale, contesto completamente diverso. Ferragni non vendeva pandori, vendeva fiducia. Schettini non vende fisica, vende reputazione — le stelline, i like, la simpatia del professore che ti fa amare la materia. Sono entrambi nel mercato della credibilità personale, e quel mercato ha una regola ferrea: l’ambiguità nella comunicazione è l’unica cosa che non puoi permetterti. Ferragni l’ha scoperto quando la gente ha capito che comprare il pandoro rosa non significava donare all’ospedale Regina Margherita — la donazione era già stata fatta a prescindere dalle vendite. Il danno non è stato legale (la multa dell’Antitrust è stata gestibile), è stato reputazionale. Schettini non ha truffato nessuno. Ma sta percorrendo la stessa strada: monetizzare un capitale di simpatia senza avere il linguaggio per spiegarlo senza ambiguità. E chi vive di stelline, delle stelline può morire. In Nosedive, l’episodio di Black Mirror che in Italia hanno tradotto “Caduta libera”, Lacie Pound insegue ossessivamente il punteggio sociale — sorride a tutti, calibra ogni interazione per guadagnare mezzo punto — e quando la spirale si inverte, crolla senza rete. È fantascienza solo fino a un certo punto. Schettini non vive in una distopia: vive su Instagram, che è peggio, perché le conseguenze sono reali e l’algoritmo non ti manda nemmeno una notifica quando la curva gira.
Io faccio un mestiere simile, in scala molto più piccola, corsi, seminari, divulgazione. E da anni uso un modello diverso: donazioni volontarie, calibrate sul valore percepito, possibilmente a fine corso. Non cambiali in bianco. Chi può dona, chi non può non dona, nessuno resta fuori. Non è un modello scalabile — non diventerò mai un personaggio da tre milioni e mezzo di seguaci — ma è un modello che non mi mette nella posizione di dover spiegare perché la cultura è un “prodotto da supermercato”. Semplicemente non lo è. È un servizio che vale qualcosa, e quel qualcosa lo decide chi lo riceve.
Schettini poteva dire tutto questo. Poteva dire: “Faccio divulgazione gratuita su YouTube, e offro anche percorsi a pagamento per chi vuole approfondire. Le due cose non si escludono. La scuola pubblica resta il pilastro, i miei corsi sono un di più”. Sarebbe stato inattaccabile. Invece ha scelto il supermercato. Forse nessuno gliel’ha detto, o forse nel mondo dei podcast il provocatorio funziona meglio del calibrato. Ma chi fa il mestiere di parlare al pubblico prima o poi scopre che le parole non sono neutre, e che certe metafore — una volta pronunciate — non si ritirano.
Il punto non è criminalizzare Schettini. Il punto è che la divulgazione italiana ha un problema di registro: sa parlare di scienza, ma non sa ancora parlare di sé stessa senza inciampare. E quando inciampa, il pubblico non perdona — perché quel pubblico, in larga parte, è fatto di persone che la scuola pubblica l’hanno difesa, l’hanno subita, l’hanno amata, e non sopportano di sentirla trattare come una corsia del supermercato.
Lo schema è questo: un comunicatore che ha costruito la sua reputazione su un registro — quello del professore simpatico, accessibile, “pop” — a un certo punto deve giustificare il modello economico che lo sostiene. E scopre che il registro che lo ha reso famoso non è quello giusto per parlare di soldi. Schettini sa parlare di fisica ai quindicenni. Non sa parlare di economia della cultura agli adulti. E quando ci prova, gli esce il supermercato.
Lo stesso Schettini, nella replica, ha ammesso una certa “dipendenza dai like” — intesa, dice lui, come ossessione per la diffusione dei contenuti. Però una volta che pronunci quella frase, il danno è fatto: stai confermando esattamente il sospetto che il pubblico aveva. Che il confine tra insegnare e fare spettacolo, nel tuo caso, sia diventato sottile.
Un divulgatore che lavora gratis per principio spesso lavora male, perché non ha risorse per migliorare. Il punto non è se farsi pagare — è come ne parli. Se dici “prodotto” e “supermercato”, stai usando il lessico del commercio per descrivere qualcosa che commercio non è. E quel lessico, una volta scelto, ti definisce più di quanto volevi.
La domanda vera, quella che la polemica copre invece di illuminare, è un’altra: cosa succede quando la scuola pubblica è così debole che i contenuti a pagamento di un divulgatore smettono di essere un complemento e diventano una stampella? Perché è lì che il discorso cambia segno. Se la scuola funziona, i corsi extra di Schettini sono un arricchimento per chi se lo può permettere. Se la scuola non funziona, diventano un pedaggio: chi paga impara meglio, chi non paga resta indietro. E in un Paese dove solo il 13% delle scuole integra strumenti digitali avanzati nei programmi, dove la formazione docenti sull’intelligenza artificiale è ancora un miraggio per la maggioranza, il rischio non è teorico.

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