Nella posta trovo la newsletter di Andrew Price — Blender Guru, uno che seguo da anni per i tutorial, non per le opinioni. Di solito le mail sul tema AI le smisto in due secondi: o apologetica entusiasta, o lamento luddista. Entrambe prevedibili, entrambe cestinabili. Questa invece mi fermo a leggerla.
Il taglio è diverso. Price non difende l’AI, ma non la maledice nemmeno. Dice una cosa che nel suo ambiente suona quasi eretica: resistere non serve, anzi produce danni. Chi si rifiuta di toccare gli strumenti generativi non sta proteggendo il mestiere — sta accelerando la propria obsolescenza. È un riconoscimento amaro, senza trionfalismi. “La cavalleria non arriverà”, scrive. La legge non vi salverà, la Cina non aspetta, i modelli open-source girano sui portatili. Adattatevi.
Detto così suona brutale, e lo è. Ma la brutalità non è il problema.
Il problema è che la newsletter è un oggetto strano — dice cose giuste con una struttura che le contraddice. “Sviluppa un buon gusto”, scrive Price, e due righe sotto consiglia di delegare le texture a Nano Banana “in secondi”. La tensione non è risolta, forse non è nemmeno vista. Da un lato il gusto come bussola, dall’altro l’efficienza come metrica. Ma il gusto non si sviluppa guardando risultati: si sviluppa facendo, sbagliando, correggendo a mano. Se deleghi la texture a un generatore, impari a riconoscere texture decenti — non a crearne. È la differenza tra un direttore d’orchestra e uno che fa playlist su Spotify. Entrambi “scelgono”, ma uno sa perché un crescendo funziona lì e non altrove, l’altro riconosce solo un segnale di piacere — è un consumatore con potere di veto, non un autore.
Ma qui devo deviare, perché c’è un precedente che illumina la faccenda meglio di qualsiasi analogia musicale.
Negli anni Sessanta il cinema italiano aveva un problema simile: l’industria produceva più film di quanti ne potesse curare. Servivano maestranze veloci, non artisti. I direttori della fotografia delle commedie di serie B non erano Vittorio Storaro — erano artigiani che sapevano dove mettere le luci per non fare danni, giravano tre scene al giorno, e andavano a casa. Non sviluppavano gusto: applicavano formule. Il gusto era un lusso per chi lavorava con Antonioni. Per chi girava Pierino contro tutti, il gusto era superfluo — serviva mestiere.
E il mestiere funzionava. Quei film uscivano, incassavano, nessuno si lamentava della fotografia. Ma nessuno ricorda come erano illuminati. Mentre Il conformista lo riconosci da un fotogramma.
Price sta dicendo agli artisti 3D di diventare artigiani — di imparare gli strumenti abbastanza da non fare danni, di riempire le commesse senza pretese autoriali. È un consiglio onesto. Solo che lo vende come se fosse qualcos’altro. “Develop good taste” non significa “impara a scegliere tra varianti generate”. Significa acquisire una sensibilità che richiede tempo, errori, e soprattutto fare — non selezionare. Il consiglio vero di Price è: diventa un selezionatore efficiente. Ma lo formula come: diventa un artista con gusto che usa strumenti AI.
Non è granché, come operazione retorica.
E qui entra la questione del controllo, che Price sfiora senza sviluppare. Dice che “quasi nessuno ha il controllo che vuole” con l’AI generativa, e che questa è l’opportunità per il 3D tradizionale. Oggi ha ragione — vuoi una vite con filettatura metrica M6 su un pannello di acciaio brunito a 45 gradi rispetto all’inquadratura? Con un modello 3D lo fai. Con un generatore preghi. Ma è un vantaggio a scadenza. Tra dieci anni, forse meno, la filettatura sarà un problema risolto. E allora?
Allora resta il paradosso del difetto. Nei corsi di modellazione insegnano una cosa che sembra banale ma non lo è: un errore in un modello unico si nota subito; lo stesso errore ripetuto cento volte diventa quasi una firma stilistica — sembra voluto. La serializzazione non assorbe l’imperfezione: la trasforma in tratto. Ma c’è un livello ulteriore: l’artigianale si distingue dall’industriale proprio per le irregolarità. Il mobile fatto a mano ha venature che non tornano, giunture leggermente asimmetriche, segni di utensile. Il mobile Ikea è perfetto — e per questo anonimo.
Se l’AI generativa converge verso risultati sempre più puliti, sempre più “giusti”, il suo destino è l’industriale: precisione senza firma. Il 3D tradizionale, paradossalmente, potrebbe sopravvivere non perché più preciso, ma perché capace di scegliere le imperfezioni. Di metterle dove servono. Di fare quello che l’artigiano fa: lasciare traccia del processo.
Boh, forse è ottimismo.
E qui, stranamente, Price centra qualcosa: la raccomandazione su FZD School. Feng Zhu viene dal design industriale applicato all’intrattenimento — ha lavorato con George Lucas su Star Wars Episodio III, con Spielberg, con la Industrial Light+Magic. Lì si insegna che form follows function — il principio che Louis Sullivan formulò nel 1896 per l’architettura dei grattacieli — non è uno slogan, è un metodo. Una cassetta degli attrezzi in un videogioco non è “una cassetta bella”: è un oggetto che comunica cosa contiene, quanto è pesante, in che mondo siamo. Questo è design, non estetica. E questo, sì, resiste all’automazione — perché richiede comprensione del problema, non solo del risultato.
Ma qui sta l’ironia: il design si impara facendo, sbagliando, rifacendo. Non selezionando tra varianti generate. FZD School funziona perché fa disegnare, non perché fa scegliere. Se il flusso di lavoro futuro è “genera dieci cassette, scegli la migliore”, il design non si impara — si applica a posteriori, come critica, non come processo. È la differenza tra saper cucinare e saper riconoscere un piatto buono. Entrambe competenze utili. Ma solo una ti salva quando il ristorante chiude.
Price scrive per gente spaventata, e lo capisco. Il problema è che il conforto che offre è ambiguo: ti dice di sviluppare gusto mentre ti consiglia di delegare le occasioni in cui il gusto si forma. Ti dice che il 3D è ancora rilevante, ma la rilevanza che descrive è quella del traduttore — uno che converte specifiche in prodotti, non che le inventa. È un futuro possibile, forse probabile. Ma non è quello che la parola “artista” promette.
Il copista di Montecassino non aveva gusto. Aveva mestiere. Sapeva copiare senza errori, a volte migliorava la leggibilità. Qualche volta, normalizzando, perdeva un arcaismo che avremmo voluto conservare. Il modello generativo fa la stessa cosa: copia, media, normalizza. Il mestierante che lo usa efficacemente è il nuovo copista — utile, necessario, dimenticabile.
L’artista è un’altra cosa. Ma forse Price non stava parlando a loro.
Riferimenti:
- Louis H. Sullivan, The Tall Office Building Artistically Considered, Lippincott’s Magazine, marzo 1896. Wikipedia
- Richard Sennett, L’uomo artigiano, Feltrinelli 2008. Sul legame tra mano, mente ed errore nel fare — il gusto come sedimento di micro-decisioni scartate.
- FZD School of Design, Singapore — fondata da Feng Zhu nel 2009. fzdschool.com
- Feng Zhu, concept artist: curriculum include Star Wars Ep. III, Transformers, Alita: Battle Angel. IMDb
- Design Cinema, canale YouTube di Feng Zhu con tutorial gratuiti. youtube.com/@FZDSCHOOL

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