… senza mai descrivere lo stesso paese
7 febbraio 2026 — Milano-Cortina, cerimonia d’apertura
Stessa sera. Stessa cerimonia. Tre prime pagine che sembrano parlare di tre paesi diversi. Non è complottismo editoriale — è il modo in cui le gerarchie di attenzione costruiscono realtà incompatibili partendo dagli stessi fatti.
L’osservazione è puntuale: tre istantanee dello stesso momento, non un’analisi longitudinale. Ma quello che suggeriscono merita di essere guardato da vicino, perché le divergenze non sono casuali.
Repubblica: la sostituzione del soggetto
La testata italiana apre sulle gaffe RAI. Alberto Petrecca confonde De Angelis con Mariah Carey, saluta lo “Stadio Olimpico” invece del Meazza. Franco Bragagna commenta amaro: “Serve prepararsi una vita per un evento così. Enorme sottovalutazione.” Le proteste antagoniste a Milano occupano più spazio del sabotaggio ferroviario. La polemica “TeleMeloni” domina i commenti.
Chiamarla autocritica sarebbe generoso. Quello che succede è più sottile: l’evento sportivo viene rimosso per far posto allo psicodramma politico domestico. La cerimonia d’apertura sparisce — restano le gaffe, le polemiche, il processo al servizio pubblico. Non è autoconsapevolezza, è sostituzione del soggetto. L’Italia di Repubblica non guarda le Olimpiadi: guarda sé stessa che guarda le Olimpiadi, e si trova inadeguata.
Virzì in Il capitale umano filma esattamente questo meccanismo: la provincia che si crede metropoli, l’ambizione tradita dall’esecuzione raffazzonata. Ma il vero veleno è più sottile del dilettantismo — è che l’errore tecnico (la gaffe di Petrecca) diventa prova esistenziale di decadenza. Non si discute la preparazione del cronista. Si discute l’identità nazionale. Lo scarto tra le due cose è un abisso, e Repubblica ci si butta dentro con entusiasmo.
Il conteggio parole lo conferma: sulle prime pagine web di quella sera, le gaffe RAI occupano circa il triplo dello spazio dedicato al sabotaggio ferroviario. La gerarchia editoriale dice più delle parole.
BBC: la classificazione del rischio
L’apertura britannica è un’altra storia — letteralmente. “Italy says railways hit by ‘serious sabotage’ as Winter Olympics begin.” Cornice di sicurezza nazionale: cavi tranciati, ordigni, indagini antiterrorismo.
Delle gaffe RAI, nessuna traccia. Per il pubblico britannico quelle Olimpiadi sono una questione geopolitica seria, non una farsa televisiva. Ma attenzione a leggere questo come solidarietà o come “dignità concessa”. È qualcosa di più freddo: classificazione burocratica del rischio. Per il mondo anglosassone, l’Europa continentale è un’infrastruttura critica. Se i treni si fermano per sabotaggio, la notizia entra nella tassonomia delle minacce alla sicurezza continentale. Il resto — la cerimonia, le gaffe, le polemiche televisive — è folclore locale, irrilevante per il contribuente britannico.
L’Italia della BBC non è un paese che riceve rispetto. È un nodo in uno scacchiere — e un nodo sotto attacco va segnalato, non per empatia ma per calcolo. Il contrasto con Repubblica non potrebbe essere più netto: stessi fatti, architettura narrativa rovesciata. Ma entrambe le cornici ignorano qualcosa di essenziale — una la cerimonia, l’altra il contesto nazionale.
NYT: l’assenza come dato
E poi c’è il New York Times, che è forse il caso più istruttivo — proprio per quello che non c’è.
Nella prima pagina web di quella sera: copertura sportiva standard (medagliere, atleti americani, Lindsey Vonn), nessun cenno al sabotaggio ferroviario, nessuna traccia delle polemiche televisive italiane. Le Olimpiadi sono sfondo per storie americane. Il paese ospitante è trasparente.
Va detto con onestà: un’assenza da una prima pagina in un momento specifico può significare molte cose. Il giornale era dominato da altra cronaca. La cerimonia non aveva ancora generato notizie rilevanti per il pubblico statunitense. Il pezzo poteva essere in un’altra sezione. Non è prova di irrilevanza geopolitica — è un’osservazione contingente.
Ma è un’osservazione che suggerisce qualcosa, soprattutto confrontata con le altre due. Per il pubblico americano, le Olimpiadi invernali sono un contenuto che avviene in un luogo innevato intercambiabile. Che sia Cortina o Salt Lake City, conta l’atleta (Lindsey Vonn), non il paese. Il sabotaggio ferroviario viene ignorato non perché l’Italia sia irrilevante in assoluto, ma perché non ha toccato interessi americani diretti. È indifferenza logistica, prima che culturale.
Mentre Repubblica si flagella e la BBC classifica minacce, il NYT sta raccontando che Bad Bunny al Super Bowl è la vera storia del weekend. L’Italia fa le Olimpiadi invernali e il giornale di riferimento americano guarda altrove.
Tre cornici, una domanda
Messe in fila, le tre coperture disegnano una progressione che — con tutte le cautele del caso — è difficile ignorare:
Repubblica (interno): “Siamo buffoni incompetenti.” Non autocritica — sostituzione dell’evento con lo psicodramma identitario.
BBC (vicino europeo): “L’Italia è sotto attacco.” Non solidarietà — classificazione burocratica di una minaccia infrastrutturale.
NYT (oltreoceano): “L’Italia? Ah, fanno le Olimpiadi.” Non disprezzo — il paese non ha superato la soglia di rilevanza.
L’ipotesi iniziale — una gerarchia di attenzione mappata sulla distanza geopolitica — regge, ma va riformulata in modo più preciso. Non è questione di prestigio concesso o negato. È questione di soglia di rilevanza calibrata sul pubblico di ciascuna testata. E la domanda giusta non è “chi vede l’Italia reale?”, che non ha risposta possibile. La domanda giusta è: quali condizioni devono verificarsi perché un evento italiano superi la soglia di attenzione di ciascuna testata?
Per Repubblica basta una gaffe — qualunque incidente che alimenti il processo permanente all’identità nazionale. Per la BBC serve una minaccia infrastrutturale classificabile — sabotaggio, terrorismo, emergenza sicurezza. Per il NYT serve una sfida al modello occidentale — e delle Olimpiadi invernali a Cortina non ne costituiscono una.
I precedenti lo confermano, almeno in forma embrionale. Al G8 di Genova nel 2001, il NYT c’era — e come — perché la contestazione era al modello di sviluppo globale, non all’Italia. All’Expo 2015, l’indifferenza americana era simile a quella odierna, finché l’evento non è diventato un caso di successo gestionale (sorpresa che ha superato la soglia). La variabile non è il paese. È il tipo di storia che il paese genera in quel momento.
Il quarto specchio: i social e la cerimonia senza paese
Ma c’è un livello che l’analisi fin qui ignora, e che probabilmente quella sera raccontava una quarta Italia ancora — incompatibile con le prime tre.
Sui social italiani, la logica è prevedibile: amplificazione caotica del ciclo Repubblica. Le gaffe di Petrecca diventano meme nel giro di minuti, la polemica TeleMeloni si frammenta in migliaia di commenti che ripetono la stessa indignazione in varianti minime. È lo psicodramma identitario di Repubblica accelerato e compresso — stessa ansia, ritmo più isterico. Chiunque abbia aperto X quella sera sa com’è andata, perché va sempre così.
Sulle piattaforme globali, però, succede qualcos’altro. Instagram e TikTok quella sera circolano probabilmente immagini spettacolari della cerimonia — luci, montagne, scenografie — scollegate da qualunque cornice politica o securitaria. Pura estetica senza contesto. L’Italia non è inadeguata (Repubblica), non è sotto attacco (BBC), non è invisibile (NYT). È bella. Fine. Nessuna narrazione, nessun significato, nessuna conseguenza. Solo superfici che viaggiano per gradevolezza visiva.
Il che introduce una variabile che le tre testate tradizionali non contemplano: la possibilità che l’evento venga consumato senza cornice narrativa. Non distorto — dissolto. Dove Repubblica sovrainterpreta e il NYT ignora, il social globale assorbe e dimentica nello stesso gesto. È una quinta postura — dopo l’autocritica, la classificazione, l’indifferenza: la fruizione estetica senza residuo.
Non è necessariamente peggio. Ma è un dato che complica il quadro: le soglie di rilevanza delle testate tradizionali presuppongono che la notizia debba significare qualcosa. I social dimostrano che può anche solo apparire — e sparire.
L’ironia che i dati costruiscono da soli
C’è un dettaglio che chiude il cerchio senza bisogno di forzature. L’ironia più tagliente di quella sera non è nelle gaffe di Petrecca — è nella simmetria delle rimozioni. Ogni sguardo vede una cosa e ne cancella un’altra. Repubblica cancella l’evento sportivo. La BBC cancella il contesto nazionale. Il NYT cancella il paese intero. I social cancellano il significato. Quattro cecità complementari che, sommate, non producono visione completa — producono frammenti incompatibili.
Rossellini in Roma città aperta filmava un’Italia ferita ma eroica — lo sguardo che la BBC ancora le presta, per ragioni meno nobili di quelle rosselliniane. Risi in I mostri filmava un’Italia grottesca e autodistruttiva — lo sguardo che Repubblica si autoinfligge con una certa voluttà. E l’Italia del NYT? È fuori campo. Non tragica, non comica. Assente.
Il fatto vero — una cerimonia olimpica, un sabotaggio ferroviario, un paese che ospita il mondo — sta da qualche parte nel non-detto tra il cavo tranciato, la gaffe del cronista e l’immagine che scorre su uno schermo e scompare. Nessuno di questi sguardi lo racconta per intero. Forse nessuno sguardo può. Ma saperlo è già qualcosa.
Nota metodologica: Le osservazioni sulle testate si basano sulle prime pagine web di Repubblica, BBC e New York Times nella sera del 7 febbraio 2026, durante la cerimonia d’apertura delle Olimpiadi Milano-Cortina. Si tratta di un’istantanea puntuale, non di un’analisi sistematica della copertura complessiva. I precedenti citati (G8 Genova 2001, Expo 2015) sono richiami indicativi, non analisi comparative strutturate. La sezione sui social è un’estensione ipotetica basata su dinamiche ricorrenti e verificabili delle piattaforme, non su dati raccolti quella sera specifica.

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