Perché voto NO (senza fotoritocco)

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Qualche anno fa circolò un’immagine del grattacielo Intesa Sanpaolo di Torino, quello di Renzo Piano. Era stato allungato digitalmente — sembrava una scheggia aliena piantata nel tessuto sabaudo. Il messaggio era giusto: quell’edificio ha un impatto. Ma l’immagine era sbagliata: mostrava un problema reale con una prova falsa.

Chi l’aveva fatto pensava di aiutare. Invece regalava un alibi a chi voleva ignorare la questione.


Voto NO alla separazione delle carriere. Ma non vi dirò che “il governo darà ordini ai magistrati” — non è scritto così, e chi lo dice regala appigli ai fact-checker. Vi dico cosa è scritto, e perché mi preoccupa.

La riforma non tocca ciò che rallenta la giustizia. Organici, carichi di lavoro, digitalizzazione, procedure: tutto invariato. Se il problema è la lentezza, questo non è lo strumento. È come cambiare l’insegna di un ospedale senza assumere infermieri.

Introduce una modifica costituzionale senza un problema dimostrato. Dove sono i dati che mostrano giudici “appiattiti” sull’accusa a causa della carriera comune? Se esistono, non li ho visti citare. Una riforma costituzionale dovrebbe curare una patologia accertata, non un sospetto.

Il sorteggio dei togati non è neutro. Li priva di legittimazione rappresentativa. I “laici” — scelti dalla politica — mantengono la loro. Sulla carta i magistrati restano maggioranza. Nella sostanza, il loro peso politico si riduce. Non è scritto nel testo, ma è prevedibile. E prevedere effetti è il mestiere di chi ha visto abbastanza riforme.

Molti effetti dipendono da leggi future. Il referendum approva principi. Le regole decisive arriveranno dopo — scritte da chi avrà vinto. È una delega in bianco mascherata da scelta.


Il non detto: cosa diventa il PM?

C’è una domanda che nessuno pone ad alta voce. Se le carriere si separano, il pubblico ministero resta un magistrato o diventa, nel tempo, un avvocato dello Stato?

Nei sistemi a carriere separate — Francia, Germania — il PM risponde all’esecutivo. Non è complotto: è architettura istituzionale. Un corpo separato, con un CSM separato, con criteri di carriera separati, tende a sviluppare una cultura separata. E una cultura che non condivide più nulla con i giudici è una cultura che può essere orientata.

Non oggi. Non con questa legge. Ma tra dieci anni, con le leggi attuative che verranno, con i governi che passeranno? Il seme è nel testo. Il raccolto dipenderà da chi lo coltiva.

Calamandrei scriveva che la psicologia del magistrato è fatta di indipendenza percepita, non solo scritta. Un PM che sa di appartenere a un ordine diverso dal giudice, che risponde a organi diversi, che viene valutato con criteri diversi — quel PM, anche senza ordini espliciti, inizierà a pensare diversamente. È fisica istituzionale, non dietrologia.


Ho visto passare abbastanza referendum per riconoscere il copione.

Nel 1987 votammo contro il nucleare. Trentasette anni dopo compriamo energia atomica dalla Francia — stesse scorie, prodotte altrove, coscienza pulita e bolletta salata. La coerenza è rimasta sul fondo dell’urna.

Abbiamo abolito il finanziamento pubblico ai partiti. Ora si chiamano “rimborsi elettorali” e costano di più. Il nome cambia, la sostanza peggiora.

Abbiamo importato le primarie all’americana: il 3% degli aventi diritto sceglie i candidati, e poi ci stupiamo se la gente non va a votare. Fingiamo democrazia diretta con sondaggi fatti cinque minuti prima del seggio.

Il maggioritario doveva “semplificare” il sistema. Ha binarizzato sessanta milioni di persone in due caselle: destra o sinistra. Come se le opinioni fossero un interruttore.

Questo non prova che questa riforma sia sbagliata. Prova che le promesse costituzionali vanno pesate con la storia, non con le intenzioni dichiarate. Il gattopardismo italiano non è un incidente: è un metodo.


Ferreri in La grande abbuffata mostrava commensali che mangiano fino a morire. Non per fame — per inerzia, per incapacità di fermarsi. A volte la politica italiana somiglia a quel tavolo: si produce per produrre, si riforma per riformare, anche quando il piatto è già pieno di cose non digerite.

Votare NO non è difendere lo status quo. È rifiutare una risposta sbagliata, non la domanda.

La domanda — come rendere la giustizia più efficiente, più credibile, più giusta — resta aperta. Ma si risponde con organici, digitalizzazione, riforma dei codici, riduzione dei riti. Cose che si possono contare, misurare, verificare. Non con architetture costituzionali che promettono cultura e consegnano burocrazia.


Chi voterà SÌ non è irrazionale.

C’è un argomento serio dalla parte del SÌ, e va riconosciuto: l’apparenza di imparzialità, in diritto, è sostanza. Un sistema in cui il PM e il giudice condividono carriera, formazione, spirito di corpo può generare — anche solo nella percezione — una vicinanza che inquina la terzietà. Chi vota SÌ non cerca efficienza: cerca un segnale culturale. È una posizione legittima.

Ma è una scommessa. Scommette che separare le carriere cambierà la psicologia del processo, senza sapere come le leggi attuative struttureranno quella separazione. Scommette che il simbolo produrrà sostanza, senza garanzie.

Io preferisco le riforme che tra cinque anni permettono di dire: ha funzionato, oppure no. Questa no. Questa chiede un atto di fede.

E di atti di fede, nella politica italiana, ne abbiamo già fatti abbastanza.


Riferimenti:

  • Piero Calamandrei, Elogio dei giudici scritto da un avvocato
  • Giuseppe Di Federico, La separazione delle carriere (per la prospettiva opposta)

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