Quando 3I/ATLAS ci ha visitato e noi cercavamo ancora astronavi
Da ragazzo ero convinto che gli extraterrestri esistessero e che prima o poi sarebbero venuti a prenderci. Non era fede religiosa — era qualcosa di più viscerale. Una certezza che abitava lo stesso piano delle cose ovvie: la pioggia bagna, il fuoco scotta, loro arriveranno.
Era il 1978 e Finardi cantava quello che molti di noi pensavano senza saperlo articolare: Extraterrestre portami via, voglio una stella che sia tutta mia. Nello stesso periodo Incontri ravvicinati del terzo tipo riempiva i cinema italiani. Spielberg ci mostrava alieni benevoli che comunicano con la musica, non con i raggi della morte. Il messaggio era chiaro: là fuori c’è qualcuno, e quel qualcuno ci vuole bene.
Poi sono cresciuto, ho studiato, ho imparato che il cosmo non funziona secondo i nostri desideri. Ma il desiderio — quello è rimasto.
Il messaggero che non aspettavamo
Nel luglio 2025 i telescopi ATLAS in Cile hanno intercettato qualcosa di straordinario: il terzo oggetto interstellare mai osservato nella storia dell’astronomia. Dopo 1I/’Oumuamua nel 2017 e 2I/Borisov nel 2019, ecco 3I/ATLAS — una cometa che non appartiene al nostro Sistema Solare.
I numeri sono vertiginosi. Le stime indicano un’età compresa tra 7 e 14 miliardi di anni: più vecchia del Sole, più vecchia della Terra. Ha viaggiato nel vuoto interstellare per un tempo che non riusciamo nemmeno a concepire, bombardata dai raggi cosmici, congelata a temperature prossime allo zero assoluto. Poi, per puro caso geometrico, la sua traiettoria iperbolica l’ha portata a sfiorare il nostro angolo di galassia.
Il James Webb Space Telescope l’ha analizzata in agosto e ha trovato qualcosa di insolito: un rapporto tra anidride carbonica e acqua di circa 8:1, tra i più alti mai registrati in una cometa. Tradotto: questa cometa è nata attorno a una stella con una chimica diversa dalla nostra. È, letteralmente, un campione di un altro sistema planetario consegnato a domicilio.
Il copione che si ripete
Eppure, appena la notizia è circolata, è successo quello che succede sempre.
Qualcuno ha notato che l’orbita presentava piccole anomalie. Qualcun altro ha tirato in ballo LIGO e Virgo, gli interferometri per onde gravitazionali — strumenti che non hanno nulla a che fare con comete, ma il cui nome evoca frontiere esotiche. È bastato poco perché nei canali meno sorvegliati della rete si diffondesse il sospetto: e se non fosse una cometa?
Il pattern è sempre lo stesso. L’ho visto con ‘Oumuamua nel 2017, quando Avi Loeb — astrofisico di Harvard — suggerì che potesse essere una vela solare aliena. L’ipotesi fece più rumore di tutti i paper tecnici messi insieme. Poi, nel marzo 2023, uno studio su Nature ha spiegato l’anomalia in modo elegante: l’accelerazione non gravitazionale era causata dal rilascio di idrogeno molecolare intrappolato nel ghiaccio, liberato dal calore solare. Nessun motore, nessuna tecnologia — solo fisica delle comete, applicata a un oggetto che ha viaggiato più a lungo di qualsiasi altra cometa locale.
Ma la spiegazione semplice non fa notizia. Il mistero sì.
E quando gli alieni sembrano troppo azzardati, si cerca una via di mezzo. C’è chi ha tirato fuori la meccanica quantistica applicata a oggetti macroscopici — “quantum re-syncs” che spiegherebbero le accelerazioni anomale senza invocare motori alieni. Altri hanno proposto modifiche alla dinamica newtoniana (MOND), estendendo teorie nate per spiegare le curve di rotazione delle galassie a una cometa di venti chilometri.
È un fenomeno curioso: il desiderio di mistero controllato. Non vogliamo la spiegazione banale (gas che evapora), non vogliamo credere agli omini verdi (troppo da tabloid), quindi inventiamo una terza via che suona scientifica ma preserva lo stupore. Come se l’universo ci dovesse qualcosa di più interessante della termodinamica.
L’archeologia del desiderio
C’è qualcosa di commovente in questa coazione a ripetere. Ogni volta che il cielo ci manda qualcosa di insolito, una parte di noi spera che sia il messaggio. Che finalmente qualcuno si sia accorto di noi.
Finardi lo aveva capito nel 1978, e la sua canzone racconta proprio questo: il tipo che vive in un abbaino, che manda messaggi mentali alle stelle, che una notte viene davvero portato via. Ma il finale non è quello che ci aspettiamo. Sul pianeta nuovo, con il cielo viola e il sole più caldo, il protagonista scopre che le sue paure non se ne sono andate. Anzi — dalla solitudine amplificate. E il ritornello cambia: Extraterrestre portami via, voglio tornare indietro a casa mia.
È una parabola sulla fuga, non sul contatto. E forse è per questo che continua a risuonare: perché il desiderio di essere trovati è, in fondo, un desiderio di essere altrove. Di ricominciare. Di lasciare che qualcun altro risolva quello che non sappiamo risolvere da soli.
Quello che abbiamo davvero trovato
Per la prima volta nella storia, abbiamo davvero qualcosa che viene da un altro sistema stellare. Non un segnale radio ambiguo, non una luce nel cielo — un oggetto fisico, fatto di ghiaccio e polvere e composti organici, che possiamo analizzare con i nostri strumenti.
Il James Webb ha misurato anidride carbonica, acqua, monossido di carbonio, forse solfuro di carbonile. Hubble ha fotografato la coma a forma di lacrima. Una flotta di sonde — da Perseverance su Marte a Europa Clipper — ha puntato i sensori nella sua direzione. È la più grande mobilitazione scientifica mai dedicata a un visitatore interstellare.
E cosa impariamo? Che là fuori le ricette per fare i pianeti sono simili alle nostre, con dosi leggermente diverse. Che il ghiaccio si comporta allo stesso modo a quattro anni luce da qui come nel nostro cortile cosmico. Che l’universo è comprensibile — non perché sia semplice, ma perché le leggi della fisica sono le stesse ovunque.
Dovrebbe essere una buona notizia. E invece.
Il silenzio che resta
C’è qualcosa che le teorie esotiche — gli alieni, la meccanica quantistica macroscopica, le vele solari — cercano di evitare. Non è la termodinamica. È la solitudine.
Finché c’è un’anomalia inspiegata, l’universo resta un interlocutore potenziale. Qualcuno o qualcosa che potrebbe rispondere, un giorno. Quando Bergner e Seligman spiegano tutto con l’idrogeno intrappolato nel ghiaccio, quell’interlocutore svanisce. Resta un meccanismo. Immenso, coerente, indifferente.
3I/ATLAS non ci ignora. Non sa che esistiamo. Non può saperlo. È un sasso di quattordici miliardi di anni che attraversa il nostro angolo di galassia per puro caso geometrico, e proseguirà il suo viaggio senza registrare nulla di noi. Tra qualche mese sarà di nuovo nel buio interstellare, portando con sé la stessa informazione che aveva all’arrivo: nessuna.
Mark Fisher parlava di hauntology: l’ossessione per futuri che non si sono realizzati. L’alieno benevolo di Spielberg — quello che comunica con la musica, che viene in pace, che ci sceglie — era un futuro possibile. 3I/ATLAS è la conferma che quel futuro non arriverà. Non perché l’universo sia ostile, ma perché non è niente. Non nei nostri confronti.
Finardi cantava portami via. Ma il protagonista della canzone, una volta arrivato sul pianeta nuovo, scopre che le sue paure non se ne sono andate — dalla solitudine amplificate. E chiede di tornare.
Forse è questo il vero messaggio di una cometa che non porta messaggi: non c’è un altrove che ci salvi. C’è solo qui, e il tempo che ci resta per capire cosa farne.
La domanda che non so risolvere è un’altra. Se un giorno trovassimo su un oggetto interstellare non tecnologia, ma una firma biologica — microbi fossili, vita che è esistita e si è estinta miliardi di anni fa senza incontrare nessuno — sarebbe una consolazione o la conferma definitiva? Dimostrerebbe che la vita è possibile altrove. E che muore da sola, senza che nessuno venga a prenderla.
Il cielo non tace. Il cielo non sa parlare.
Riferimenti
[1] Cordiner, M. A. et al. (2025). JWST Detection of a Carbon-dioxide-dominated Gas Coma Surrounding Interstellar Comet 3I/ATLAS. The Astrophysical Journal Letters. DOI: 10.3847/2041-8213/ae0647
[2] Bergner, J. B. & Seligman, D. Z. (2023). Acceleration of 1I/’Oumuamua from radiolytically produced H₂ in H₂O ice. Nature, 615, 610–613. DOI: 10.1038/s41586-022-05687-w
[3] Hopkins, M. et al. (2025). Age estimation of interstellar comet 3I/ATLAS from Galactic thick disk stellar populations. arXiv preprint.
[4] NASA Science. Comet 3I/ATLAS Overview. https://science.nasa.gov/solar-system/comets/3i-atlas/
[5] Santana-Ros, T. et al. (2025). Temporal Evolution of the Third Interstellar Comet 3I/ATLAS: Spin, Color, Spectra, and Dust Activity. Astronomy & Astrophysics. arXiv:2508.00808
[6] Fisher, M. (2014). Ghosts of My Life: Writings on Depression, Hauntology and Lost Futures. Zero Books.
Eugenio Finardi, “Extraterrestre”, da Blitz (1978). Steven Spielberg, Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977). Due opere coeve che raccontano lo stesso desiderio — essere trovati, essere portati via. Quarantasette anni dopo, il desiderio è intatto. Solo che adesso sappiamo cosa c’è dall’altra parte del messaggio: niente che possa rispondere.

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