Avevo una radiolina ad onde corte, una Grundig grigia che portavo sotto le coperte dopo che i miei avevano spento le luci. Giravo la manopola nel buio e cercavo frequenze lontane — Radio Praga, Voice of America, segnali che arrivavano a tratti tra i fischi delle interferenze. Se perdevi una parola, era persa. Non esisteva il tasto per tornare indietro. Il segnale passava una volta sola, come un treno, e tu potevi solo sperare di essere alla stazione giusta al momento giusto.
Non sapevo, allora, che quella era la condizione normale di tutta l’esperienza mediale. Non un limite della mia radiolina: la regola del mondo.
Nel 1952, la televisione americana andava in onda in diretta. Non “quasi diretta” o “con leggero ritardo”: diretta, come il teatro. Gli attori recitavano, le telecamere riprendevano, e milioni di persone guardavano nello stesso istante. Se qualcuno sbagliava una battuta, la battuta sbagliata entrava nelle case. Se un attore inciampava, l’inciampo diventava parte della storia.
C’è un episodio leggendario di Tales of Tomorrow, serie di fantascienza antesignana di Ai confini della realtà. Nel gennaio 1952 mandarono in onda “Frankenstein” con Lon Chaney Jr. nel ruolo del mostro [1]. Chaney, secondo la leggenda, era convinto che fosse una prova generale. Forse era ubriaco, forse confuso — le versioni divergono. Fatto sta che invece di sfasciare il laboratorio come da copione, spostava delicatamente i mobili. Li sollevava, fingeva di lanciarli, poi li rimetteva a posto con cura. Per non rovinarli. Per la “vera” ripresa.
La vera ripresa era quella. Milioni di americani videro il mostro di Frankenstein riordinare educatamente la scenografia. E quello restò — perché non esisteva alternativa, non esisteva “rifacciamo”, non esisteva il giorno dopo. L’errore divenne il canone.
C’è qualcosa di prezioso in questa imperfezione forzata. La tecnologia odierna ha eliminato l’errore, ma ha eliminato anche il rischio. Senza rischio non c’è performance — c’è prodotto. Il passaggio dal kinescope al digitale non è solo un aumento di definizione: è la transizione dall’evento, unico e irripetibile, all’oggetto, riproducibile all’infinito. Walter Benjamin l’aveva intuito: quando l’opera perde la sua unicità nel tempo e nello spazio, perde anche la sua aura [2]. Il Frankenstein di Chaney aveva un’aura — sgangherata, alcolica, ma aura.
Quello che ci rimane oggi è appunto un kinescope: una cinepresa puntata verso un monitor televisivo che registrava la trasmissione. Qualità da incubo, immagini fantasma. Ma almeno esiste. Di quegli 85 episodi, più della metà sono scomparsi nel nulla [3]. Effimeri per progettazione.
Trent’anni dopo, negli anni Ottanta, le cose erano cambiate — ma meno di quanto si pensi.
La diretta non era più la norma, certo. I programmi venivano registrati, montati, confezionati. Ma dal punto di vista dello spettatore, la condizione restava identica: il palinsesto decideva, tu obbedivi. Se la RAI metteva un film alle 20:30, tu c’eri alle 20:30 o non lo vedevi. Fine.
Dico “tiranno benevolo”, ma dovrei essere più onesto: era un monopolio. La RAI decideva cosa vedevi, quando, e se mai più. La “conversazione del giorno dopo” — “hai visto ieri sera?” — era possibile perché eravamo tutti prigionieri dello stesso palinsesto. Coesione sociale? Forse. O forse addomesticamento del tempo libero. La differenza è sottile, e probabilmente la nostalgia me la fa dimenticare.
E poi c’erano le repliche. Ah, le repliche. Distribuite secondo una logica imperscrutabile, forse astrologica. Sandokan lo ridavano ogni estate, puntuale come le zanzare. Ma quel film che avevi perso per un compleanno, quella puntata saltata per la febbre — quelli scomparivano nel nulla, e potevi solo sperare.
Io persi La freccia nera.
Il televisore si ruppe, non ricordo come. Schermo nero, silenzio. Mio padre non vedeva l’urgenza di farlo riparare. Per lui era un mobile tra i mobili, come la credenza o l’armadio buono. Non capiva — non poteva capire — che senza quel rettangolo luminoso il tempo si fermava. La sera diventava un buco. I giorni si allungavano come in un castigo. La freccia nera andava in onda, e io non la vedevo.
La televisione era la nostra internet. Senza TV: noia mortale. Il mondo continuava ad accadere, e tu ne eri escluso.
Qualche anno dopo, la RAI la rimise in palinsesto. Replica [4]. Quando vidi i titoli di testa — quella sigla che tutti i ragazzini d’Italia sapevano a memoria, “La freccia nera fischiando si scaglia” — piansi quasi. Non per la storia, che poi rividi ed era bellissima, ma per il sollievo. Per la grazia ricevuta. Per la clemenza di un sistema che avrebbe potuto ignorarmi per sempre.
Non tutti erano così fortunati.
C’era poi il problema del bagno.
Chiunque abbia più di quarant’anni lo ricorda: la vescica come nemesi narrativa. Il film andava avanti, tu resistevi, ma a un certo punto la fisiologia vinceva sulla drammaturgia. Ti alzavi, correvi, e quando tornavi qualcuno era morto, qualcuno si era sposato, qualcuno aveva tradito. “Cos’è successo?” — “Dopo ti spiego.” Ma la spiegazione non era mai abbastanza. Avevi perso il momento, e il momento era irrecuperabile.
I film della mia infanzia sono pieni di buchi. Lacune narrative che nessun riassunto familiare ha mai davvero colmato. Ancora oggi, rivedendo certi classici, scopro scene che non avevo mai visto. Ah, ecco perché poi lui faceva così. Ecco cosa c’era in quella lettera. Decenni di equivoco, risolti in trenta secondi.
Ma quei buchi, forse, non erano solo perdita. L’immaginazione lavorava per colmare le lacune. Ricostruivi la scena mancante con i tuoi mezzi, e quel film diventava anche tuo — co-autore involontario di una versione che esisteva solo nella tua testa.
Il VHS cambiò tutto, naturalmente. Arrivò come una rivoluzione silenziosa, all’inizio quasi clandestina — i primi videoregistratori costavano quanto un motorino, e programmarli richiedeva competenze da ingegnere. Ma il principio era chiaro: potevi catturare la trasmissione. Fermarla. Possederla. La cassetta era lì, fisica, tua.
Ricordo la prima volta che misi in pausa un film per andare in bagno. Il senso di potere era quasi osceno. Come fermare il tempo. Come dire al palinsesto: adesso comando io.
Ma quel potere aveva un costo nascosto. Il tasto pausa — e poi il riavvolgimento, il fermo immagine, il rallentatore — ci ha trasformati in autoptici. Facciamo l’autopsia ai film. Li fermiamo per cercare l’errore di continuità, il microfono nell’inquadratura, il dettaglio da trasformare in meme. Analizziamo invece di guardare. L’illusione cinematografica richiede flusso, abbandono, fiducia. Noi l’abbiamo sostituita con la dissezione.
Poi vennero i DVD, poi lo streaming, poi l’on demand. Oggi tutto è disponibile, sempre, ovunque. Puoi guardare La freccia nera adesso, se vuoi — è su RaiPlay [5]. Puoi vedere l’episodio di Frankenstein con Lon Chaney che sposta i mobili: qualcuno l’ha messo su YouTube, digitalizzato dal kinescope, salvato dall’oblio.
Niente si perde più. In teoria.
Ma qualcosa si è perso comunque.
La conversazione del giorno dopo, per esempio. “Hai visto ieri sera?” presupponeva che tutti avessimo visto la stessa cosa nello stesso momento. Oggi, se qualcuno ti chiede “hai visto quella serie?”, la risposta è quasi sempre “no, ma è nella mia lista”. La lista infinita. Il “poi lo recupero” che spesso non arriva mai.
E qui sta l’inganno. Crediamo di essere liberi dal palinsesto, ma ne abbiamo solo cambiato la forma. L’algoritmo che decide cosa appare nella tua home, cosa ti viene suggerito, cosa sparisce nel rumore — quello è un palinsesto. Solo che è invisibile, personalizzato, e non puoi odiarlo perché non sai nemmeno che esiste. Il tiranno visibile della RAI almeno aveva un volto. Questo no.
L’urgenza è scomparsa. E con l’urgenza, forse, una certa forma di attenzione. Quando sapevi che il segnale passava una volta sola, guardavi davvero. Ascoltavi con la concentrazione di chi sa che non ci sarà replica. Sotto le coperte, con la radiolina che gracchiava, ogni parola contava perché ogni parola poteva essere l’ultima udibile.
Scrivo tutto questo, e mi chiedo quanto sia nostalgia e quanto sia analisi. Probabilmente più nostalgia di quanto voglia ammettere.
I nativi digitali stanno sviluppando capacità che non capisco: attenzione distribuita su più flussi, elaborazione parallela, una forma di dialogo con i testi che noi chiamavamo “mancanza di rispetto” e loro chiamano remix. Forse non è declino — è evoluzione. Forse la sacralità dell’opera che rimpiangiamo era solo un effetto della scarsità, non un valore in sé. Forse stanno guadagnando qualcosa che non riesco a vedere perché non ho gli occhi per vederlo.
Ma una cosa la so: La freccia nera su RaiPlay non è la stessa Freccia nera che aspettai per anni. Il file è identico, i fotogrammi sono gli stessi. Ma l’aura — quella cosa che Benjamin chiamava “l’unicità della sua presenza nel luogo in cui si trova” — quella non c’è più. Non perché sia sparita dall’opera. Perché è sparito il bambino che la aspettava.
Il mondo dell’on demand, con tutta la sua abbondanza, offre tutto tranne questo: la possibilità di perdere qualcosa, e poi di riaverlo. La grazia presuppone la mancanza. E la mancanza, oggi, è l’unica cosa che manca.
Riferimenti
[1] Tales of Tomorrow, “Frankenstein” (S01E16), trasmesso in diretta il 18 gennaio 1952 su ABC. Lon Chaney Jr. nel ruolo del mostro, John Newland come il dottor Frankenstein. L’aneddoto sulla presunta confusione di Chaney (prova/trasmissione) è riportato in numerose fonti dell’epoca, sebbene i dettagli varino. Cfr. IMDb, Tales of Tomorrow (1951-1953).
[2] Benjamin, W., L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica (1935). Il concetto di “aura” come autenticità legata all’hic et nunc dell’opera originale, che si dissolve nella riproduzione meccanica.
[3] La serie produsse 85 episodi tra il 1951 e il 1953. Circa 40 sopravvivono su supporti video, il resto è andato perduto. Cfr. Wikipedia EN, “Tales of Tomorrow”.
[4] La freccia nera, sceneggiato RAI diretto da Anton Giulio Majano, 7 puntate trasmesse dal 22 dicembre 1968 al 2 febbraio 1969 sul Programma Nazionale. Media di 16 milioni di spettatori, indice di gradimento 80. Fu replicato nel gennaio-febbraio 1977 (Rai 2, prima serata), nel 1983 (Telemontecarlo), nel 1984 (Rai 3 e Rai 2). Cfr. Wikipedia IT, “La freccia nera (miniserie televisiva 1968)”.
[5] Lo sceneggiato è attualmente disponibile su RaiPlay. Commercializzato in VHS e DVD dal 2001 (Rai Trade, Elleu Multimedia).
Letture ulteriori
- Postman, N., Divertirsi da morire (1985). Sulla trasformazione della televisione da mezzo informativo a intrattenimento puro, e la perdita di contesto critico.
- Augé, M., Che fine ha fatto il futuro? (2009). Sull’eccesso di memoria digitale e la stagnazione del tempo presente.

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