Dall’economia delle figurine alla bacheca
Il complimento più alto che potessi ricevere, a otto anni, era “graffia come le bambine”.
Significava che nella lotta non ero pericoloso. Che il mio corpo — grasso, lento, inadatto — non rappresentava una minaccia nelle regole del cortile. Potevo partecipare, a patto di perdere. Le figurine le accumulavo comprandole, mai vincendole. Il muro era un mistero: capivo le regole, non il ritmo. Rubamazzetto richiedeva un’aggressività che non possedevo e che nessuno mi aveva insegnato a fingere.
Il mercato dei pari non perdonava. Non c’era bollino che compensasse un corpo sbagliato.
A scuola il rituale si formalizzava. Educazione fisica, scelta delle squadre: due capitani, venti corpi da valutare. Un’asta al ribasso dove il prezzo lo faceva chi comprava. Io sapevo già dove sarei finito. Ultimo, o penultimo se c’era qualcuno col gesso. Non scelto — residuato. L’insegnante fischiava, e quel fischio certificava un valore che nessun voto in italiano avrebbe mai compensato.
Esistevano strategie di sopravvivenza. Rendersi utile in altri modi: quello che tiene il punteggio, quello che recupera il pallone finito oltre la rete. Ruoli ausiliari che ti permettevano di stare in campo senza giocare davvero. Occupazione marginale nell’economia dei corpi.
Ma c’era anche chi rifiutava. Chi capiva le regole e decideva che il gioco non valeva la pena. Alcuni se ne andavano — in biblioteca, a casa, in qualunque altrove fosse disponibile. Altri restavano a guardare con un distacco che i vincitori scambiavano per invidia e che invece era già, senza saperlo, una forma di critica. Non partecipare non significava sempre non potere. A volte significava non volere — o almeno così ci si raccontava, per sopravvivere.
Intanto, alle 20:50, la televisione prometteva altro.
Carosello raccontava un’Italia dove i problemi si risolvevano con il prodotto giusto. Andava in onda tutti i giorni tranne il Venerdì Santo e il 2 novembre — persino la pubblicità rispettava i morti. Durava dieci minuti esatti: prima lo spettacolo, poi il “codino” col messaggio commerciale. La regola era che le due parti fossero rigidamente separate. Come se vendere richiedesse una giustificazione narrativa, un permesso da chiedere al pubblico.
Calimero era nero e nessuno lo voleva. “È un’ingiustizia però” — la frase che ripeteva ogni sera, con quell’accento veneto che all’epoca segnalava la provincia, l’arretratezza, chi non era ancora entrato nel miracolo economico. Poi arrivava il detersivo, e Calimero diventava bianco come gli altri. L’esclusione si lavava. Il prodotto normalizzava. Consuma e apparterrai.
La Mira Lanza distribuiva punti, le famiglie accumulavano bollini, e alla fine dell’anno si riscattava il premio: un’enciclopedia, un servizio di piatti, una promessa di appartenenza attraverso il consumo domestico. Non serviva saper giocare a muro. Bastava che tua madre comprasse il detersivo giusto, e il catalogo premi ti restituiva una dignità che il cortile ti negava.
Ma erano economie che non comunicavano.
Nel cortile circolava un’altra moneta — le figurine Panini, i calciatori, i ciclisti del Giro — e un altro sistema di scambio. Chi padroneggiava le regole accumulava capitale sociale. Chi no, guardava. Esistevano inflazione, speculazione, squilibri informativi che nessun adulto ci aveva spiegato e che imparavamo sulla pelle. Il bambino che aveva il fratello maggiore sapeva quali figurine erano rare prima degli altri. Quello che frequentava più edicole comprava qui e rivendeva là. Era un mercato nel senso più brutale: efficiente, amorale, implacabile.
Le raccolte punti Mira Lanza invertivano la logica. Lì contava il consumo familiare, non la tua abilità personale. Capitale ereditato contro capitale guadagnato. Se tua madre era una grande consumatrice di detersivi, accumulavi punti senza merito. Se la tua famiglia comprava poco, potevi essere il più abile nel cortile e restare comunque indietro nel catalogo premi.
Due pedagogie economiche parallele, due sistemi di valore che non si toccavano mai. E in mezzo, i corpi: alcuni adatti a entrambi i giochi, altri a nessuno dei due.
Qualcuno, in quegli stessi anni, scriveva della mutazione antropologica in corso. Osservava i ragazzi delle borgate romane entrare nei jeans e nelle magliette tutti uguali, perdere i dialetti, i gesti, i corpi che li rendevano riconoscibili. La televisione stava omologando gli italiani a un modello unico — borghese, settentrionale, consumistico. E lui ne soffriva, perché vedeva sparire qualcosa che amava: una diversità corporea e culturale che il boom economico stava cancellando.
Scriveva delle lucciole scomparse come metafora. Dell’Italia che conosceva e che non esisteva più.
Non aveva previsto quelli che restavano fuori anche dall’omologazione.
Il bambino grasso del cortile non era il corpo televisivo di Carosello — efficiente, desiderabile, pronto al consumo. Non era nemmeno il corpo sottoproletario che qualcuno rimpiangeva — autentico, premoderno, ancora non corrotto. Era semplicemente sbagliato per entrambi i copioni. Troppo borghese per essere esotico, troppo inadatto per essere incluso. Un residuo che nessuna narrazione raccoglieva.
Cinquant’anni dopo, l’economia delle figurine si è smaterializzata.
I “mi piace” sono la nuova moneta. I seguaci sono il capitale accumulato. L’algoritmo è il capitano che sceglie le squadre, e lo fa in continuazione, ogni volta che scorri la bacheca. Non c’è più il fischio dell’insegnante a certificare il tuo valore — c’è il contatore pubblico, visibile a tutti, aggiornato in tempo reale.
Le regole sono cambiate, la dinamica no.
Chi le padroneggia accumula. Chi no, guarda. Esistono ancora inflazione (la svalutazione progressiva dell’attenzione), speculazione (i contenuti costruiti per l’algoritmo), squilibri informativi (chi conosce i meccanismi delle piattaforme prima degli altri). Il mercato dei pari non perdona, oggi come allora. Ha solo cambiato interfaccia.
E i corpi sbagliati?
Sono diventati profili sbagliati. Presenze digitali che l’algoritmo relega in fondo alla bacheca, residuati dell’asta al ribasso. L’esclusione si è virtualizzata, non dissolta. “Ultimo scelto” oggi significa oscuramento, visibilità azzerata, contenuti che nessuno vede. Il fischio dell’insegnante è diventato silenzioso — ma il messaggio è identico.
O almeno così sembrava.
Perché il sistema ha imparato. L’algoritmo di oggi non esclude più il corpo sbagliato — lo assorbe. Lo trasforma in nicchia, in contenuto, in merce. Accettazione del corpo, cultura dell’imbarazzo, autenticità come marchio: il mercato ha scoperto che anche il residuo ha valore, se lo impacchetti bene. Il bambino grasso del cortile oggi potrebbe avere un canale sull’autoaccettazione con trecentomila iscritti e tre inserzionisti.
Non è liberazione. È un nuovo catalogo premi.
Qui sta il punto: non ti escludono se sei sbagliato, ti escludono se non sei vendibile. Se il tuo stigma non rende, se la tua diversità non genera coinvolgimento, resti invisibile esattamente come prima. L’unica cosa che il sistema ancora non sa assorbire è il silenzio. Chi capisce le regole ma rifiuta il ritmo — quello resta fuori, oggi come nel cortile. L’unico vero residuo è chi non vuole giocare.
Carosello chiuse il primo gennaio 1977. L’ultima puntata: cinque scenette, nessuna particolarmente memorabile. Il mercato pubblicitario italiano si era trasformato, i tempi di attenzione si erano accorciati, i prodotti internazionali avevano bisogno di immagini standardizzate.
Nessuna nostalgia è dovuta. La separazione tra spettacolo e vendita non era gentilezza — era solo omologazione con anestesia. Calimero che diventava bianco non veniva accolto: veniva cancellato. Il prezzo dell’inclusione era l’annullamento di ciò che ti rendeva diverso. L’algoritmo di oggi fa lo stesso — ti premia solo se la tua estetica funziona, solo se il tuo “codino” commerciale rende. È più veloce, non più brutale.
Le raccolte punti sopravvissero più a lungo — ancora oggi esistono, in forme aggiornate. Ma l’economia delle figurine si è evoluta in qualcosa di più pervasivo. Non si collezionano più i calciatori: si collezionano interazioni, validazioni, prove di esistenza sociale. Il bollino Mira Lanza è diventato la spunta blu. Il catalogo premi è diventato la monetizzazione.
Pier Paolo Pasolini morì il 2 novembre 1975, poco più di un anno prima che Carosello chiudesse. Non vide la fine di quel formato, né l’inizio di quello che sarebbe venuto dopo. Scrisse delle lucciole e della mutazione antropologica, del genocidio culturale operato dalla televisione. Aveva ragione su molto. Vedeva solo metà del quadro.
Vedeva chi veniva omologato. Non vedeva chi restava fuori.
Il bambino grasso del cortile — quello che graffiava come le bambine, ultimo scelto a educazione fisica, collezionista per acquisto e mai per conquista — non stava perdendo un’identità autentica. Non ne aveva mai avuta una riconosciuta. Escluso dalla tradizione e dalla modernità, dal corpo sottoproletario e da quello televisivo. Un errore di sistema che nessuna narrazione contemplava.
Cinquant’anni dopo, guardo la bacheca e riconosco la stessa struttura. Capitani invisibili che scelgono le squadre. Regole che premiano chi le padroneggia. Corpi — ora digitali — che non si conformano e restano in fondo alla lista.
L’esclusione non si è dissolta. Ha cambiato supporto.
E da qualche parte, ancora, qualcuno guarda gli altri giocare.
Riferimenti
- Pasolini, P.P. (1975). “Il vuoto del potere in Italia”, Corriere della Sera, 1 febbraio 1975. Raccolto come “L’articolo delle lucciole” in Scritti corsari, Garzanti, 1975.
- Veltroni, W. (1992). I programmi che hanno cambiato l’Italia. Quarant’anni di televisione. Feltrinelli.
- Giusti, M. (1995). Il grande libro di Carosello. Sperling & Kupfer.
- Ballio, L. e Zanacchi, A. (2009). Carosello story. La via italiana alla pubblicità televisiva. ERI.

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