Il solaio della fantascienza: prima di Black Mirror

Published on

in

,

Come The Outer Limits anticipò Black Mirror di cinquant’anni — e perché continuiamo a dimenticare i nostri avvertimenti

Torino, anni Novanta. Appartamento comune di sette stanze in zona universitaria in fondo a Via Po, freddo, VHS impilate come mattoni, vino rosso che sapeva di “facciamo finta di capirci qualcosa”. Avevo già cambiato facoltà due volte — informatica, matematica, filosofia — e stavo per tornare a informatica ridando tutti gli esami. Non sapevo ancora che quel vagabondaggio mi avrebbe insegnato a guardare lo stesso oggetto da angolazioni diverse. Serviva, per capire certe cose.

The Twilight Zone veniva fuori sempre, nei nostri cineforum. Come un santo patrono: tutti devoti, pochi praticanti. L’episodio del mostro sull’ala dell’aereo era il nostro rosario.

The Outer Limits… niente. Non una volta. Eppure era lì: un baule nel solaio della fantascienza televisiva. Non dimenticato per mancanza di valore — dimenticato perché non aveva un volto, non aveva una liturgia, e soprattutto non concedeva consolazioni.

Oggi lo apri e trovi qualcosa di imbarazzante: episodi che sembrano proposte per Black Mirror scritte nel 1963. Con un’aggravante morale: noi, ogni generazione, ci raccontiamo di aver inventato l’ansia tecnologica. In realtà l’abbiamo solo rispolverata. E ogni volta che dimentichiamo di avere questi archivi, smettiamo di vedere le ricorrenze che contengono.


Due serie, due dispositivi morali

The Twilight Zone (1959) è una macchina compatta: mezz’ora, ribaltamento, sentenza. Rod Serling entra in scena come un giudice laico e ti consegna la morale in giacca e cravatta. È rassicurante proprio perché è crudele con precisione: il mondo torna a essere leggibile, anche quando è spietato.

Le sue radici non sono solo la fantascienza: sono il racconto morale travestito da soprannaturale. Il fantastico come specchio dell’ordinario. Il “mostro” non è l’alieno; sei tu, ma con una luce più cattiva.

The Outer Limits (1963) usa un dispositivo diverso. La durata raddoppia (quasi cinquanta minuti) e non è un dettaglio tecnico: è spazio per la conseguenza. Meno colpi di scena come punizione, più esperimenti mentali portati fino in fondo. La tecnologia non è un simbolo. È un oggetto d’indagine.

Serling ti dice: “ecco la lezione.”
Stevens/Stefano ti dice: “ecco la macchina, adesso guardala funzionare. E dimmi se ti piace quello che fa di te.”

È qui che la linea sotterranea verso Brooker diventa evidente. Black Mirror non è figlio del colpo di scena; è figlio della premessa che non ti lascia scappare.


Il ponte Stefano: Psycho infilato nella presa elettrica

Per capire perché The Outer Limits “puzza” ancora addosso, bisogna guardare chi c’era dietro. Joseph Stefano: sceneggiatore di Psycho (1960), premiato nel 1961. Hitchcock lo voleva ancora; lui scelse altro. Scelse la fantascienza, che all’epoca era ancora considerata roba da ragazzi — e ci infilò dentro la psicologia sporca del motel.

Il terrore, in Psycho, non viene da Transilvania: viene dalla casa accanto, dalla madre al piano di sopra, dal quotidiano che si crepa. Stefano porta lo stesso principio nelle storie tecnologiche: l’orrore non viene dallo spazio. Viene da ciò che la tecnologia rivela di noi quando smettiamo di recitare.

Questo è il suo colpo di genio: far sembrare l’alieno meno inquietante dell’umano che lo incontra.

E lo vedi subito nei casi migliori:

  • The Zanti Misfits: prigionieri alieni consegnati alla terra come “mostri”; gli umani li massacrano per paura. L’estraneo è il pretesto, la violenza è domestica.
  • The Invisibles: parassiti che controllano menti e potere; e quella scivolata della voce (“razza um… stavo per dire umana”) che sembra uno scherzo e invece è un refuso rivelatore: linguaggio come crepa ideologica.
  • The Forms of Things Unknown: Vera Miles dentro una casa gotica, con un inventore che vuole resuscitare la madre. Psycho senza motel, ma con un’ossessione ancora più asciutta.

Poi Stefano si spezza e se ne va. Rete contro autore: volevano più mostri, meno psicologia. Classica storia dell’industria culturale: la cosa migliore muore per richiesta di semplificazione.


“Fine della trasmissione”: The Galaxy Being e l’alieno che ci giudica

Il pilot (The Galaxy Being, 16 settembre 1963) è già manifesto. Un tecnico radio capta un segnale da Andromeda. Compare un essere: curioso, non ostile. Parlano. L’essere dice una cosa devastante nella sua calma: il contatto con la Terra è vietato perché gli umani sono un pericolo.

In un attimo la fantascienza fa un salto: l’alieno non è invasore. È testimone.

E quando l’essere viene teletrasportato per errore sulla Terra e la sua presenza elettromagnetica ferisce e uccide senza volerlo, la reazione è automatica: sparare. Sempre la stessa scorciatoia morale, sempre la stessa pedagogia della paura.

Qui sta il primo parallelismo archeologico — e vale più di cento editoriali sull’AI:

Negli anni Sessanta sparavamo a ciò che non capivamo.
Oggi “spegniamo” ciò che non controlliamo — ma lo facciamo con termini di servizio, sistemi di reputazione, decisioni automatizzate. È la stessa pulsione, solo più educata. Più amministrativa.

Ci sono poteri in questo universo oltre ogni vostra conoscenza. Andate alle vostre case. Andate e riflettete…

Poi svanisce nelle microonde. Fine della trasmissione.

Il punto non è se l’episodio “predice” qualcosa. Il punto è che descrive un riflesso umano che non abbiamo aggiornato. Come un programma lasciato lì, a macinare gli stessi errori.


Ellison e il debito nascosto

Demon with a Glass Hand (1964), scritto da Harlan Ellison, gira tutto su una semplice struttura: uomo senza memoria, mano-computer, inseguimento dal futuro. La rivelazione finale è che non è un uomo ma un contenitore: dentro porta letteralmente la sopravvivenza della specie.

Ellison sostenne che Terminator avesse preso struttura e nervatura da suoi episodi. Ne uscì un accordo, un riconoscimento nei titoli. La domanda buona non è “chi ha copiato chi”. È: quante volte un’idea sembra nuova solo perché abbiamo perso l’accesso a dove era stata già pensata?


I, Robot: quando processi una macchina stai processando te stesso

I, Robot (1964), da racconti di Eando Binder: il robot Adam Link accusato di omicidio, il processo, la domanda che ancora oggi non sappiamo farci bene.

Una macchina senziente può testimoniare? Può avere diritti? Può essere responsabile?

Nel finale Adam si sacrifica per salvare un bambino e si riduce a rottami. Il tribunale può archiviare il caso perché il “mostro” non esiste più.

È una parabola che oggi riconosci subito, solo che noi l’abbiamo resa più elegante: al posto del tribunale c’è un comitato etico, al posto delle catene c’è un dataset, al posto del martello del giudice c’è un punteggio di rischio. Ma l’oggetto è identico: non stiamo decidendo che cosa è la macchina. Stiamo decidendo che cosa ci autorizziamo a fare quando una cosa “sembra” viva.


Perché Twilight Zone è mito e Outer Limits è baule: la logistica della memoria

La risposta non è estetica, è industriale. Twilight Zone aveva Serling come volto: presentatore, firma, marchio. Mitizzabile. Intervistabile. Riproducibile in un aneddoto.

The Outer Limits aveva una “Control Voice” e una formula (“non c’è nulla che non va nel vostro televisore”), ma la promozione senza faccia fatica a trasformarsi in culto.

Poi la fascia oraria. Spostare una serie è come cambiare binario a un treno in corsa. La seconda stagione finì al sabato sera in concorrenza con un colosso; gli ascolti crollarono; la serie non durò abbastanza da diventare rituale generazionale. Quarantanove episodi contro centocinquantasei.

La memoria popolare non è democratica: è logistica. Vince chi è più facile da ritrovare. E quando non è facile da ritrovare, scompare non perché sia stato giudicato, ma perché è scomodo da conservare.

Ma la logistica è solo la descrizione. La spiegazione è politica.

L’industria culturale ha bisogno che tu dimentichi The Outer Limits per poterti vendere Black Mirror come “visionario”. L’industria tecnologica ha bisogno che tu dimentichi Second Life per venderti il metaverso come rivoluzione. Non è un difetto del sistema; è la sua funzione principale. La cognizione perduta di cui parlo non è un effetto collaterale: è il plusvalore di chi rivende vecchie ansie in confezioni nuove.

Accettare che “avevamo già capito tutto nel 1963” significa ammettere che la nostra attuale “etica dell’AI” è solo un riconfezionamento del senso di colpa. E questo non conviene a nessuno — né a chi vende, né a chi compra la sensazione di essere all’avanguardia.


Il baule che ho già visto aprire e richiudere

Nel 2013 c’era una comunità che si chiamava edu3d. Mondi virtuali per la didattica. Second Life era il futuro dell’apprendimento immersivo; lo dicevano i convegni, le riviste, i finanziamenti europei. Ci credevo anch’io. Passavo i sabati a costruire aule virtuali e a spiegare a docenti perplessi come muovere un avatar.

Oggi edu3d è un archivio. Second Life è una nota a piè pagina. Il “metaverso” di Zuckerberg ha riciclato le stesse promesse, quasi parola per parola, senza che nessuno ricordasse che le avevamo già sentite. Stessa curva di entusiasmo, stesso oblio programmato.

Lo stesso schema l’ho visto con i CD-ROM interattivi negli anni Novanta. Con le lavagne multimediali nei Duemila. Con i tablet a scuola nel 2012. Con l’AI generativa oggi.

The Outer Limits descrive questo ciclo con precisione chirurgica: tecnologia che arriva, promessa che si gonfia, paura che monta, oblio che copre. E ogni volta ripartiamo da zero, convinti di essere i primi a preoccuparci.


Black Mirror è una discendenza rovesciata

Brooker cita Twilight Zone — ed è naturale: è il riferimento “pulito”, quello che capiscono tutti. Però la genealogia vera, quella di corpo e non di etichetta, assomiglia di più a The Outer Limits: tecnologia non come allegoria, ma come infrastruttura del destino. Esperimento mentale in forma televisiva.

C’è però una differenza che non è solo cronologica. È ontologica.

Stefano cercava ancora il sublime. L’alieno di Andromeda parla con linguaggio da rivelazione: “ci sono poteri in questo universo oltre ogni vostra conoscenza”. È tragico, quasi cristologico. La tecnologia, per Stefano, rivela l’anima — la mette a nudo, la costringe a mostrarsi.

Brooker ha eliminato il sacro. In Black Mirror la tecnologia non rivela l’anima: l’ha già sostituita. Non c’è più nulla da svelare perché non c’è più un interno da proteggere. Se The Outer Limits è un esperimento mentale, Black Mirror è un test di usabilità fallito. Nessuna trascendenza, solo interfacce.

E c’è un’altra differenza, più strutturale. Nel 1963 l’errore era individuale: il tecnico radio commette un atto di hybris, paga, impara. Nel 2026 l’errore è distribuito, algoritmico, privo di un “tecnico” da incolpare. Il sistema non assorbe più l’eroe tragico; lo rende un dato statistico irrilevante. Non c’è catarsi possibile quando nessuno è responsabile.

Negli anni Sessanta, anche nella cupezza, restava una residua idea di esterno: l’alieno, la macchina, “l’altro”. Qualcosa che arriva e ti interroga.

In Black Mirror l’esterno è finito. La tecnologia non viene a bussare: è già dentro casa. Più precisamente: è già dentro di te, come interfaccia del mondo. Non c’è invasione, c’è adesione. Non c’è resistenza eroica, c’è arrendevolezza quotidiana — quella che firmi senza leggere.

E qui torniamo al solaio: ogni generazione crede di scoprire l’ansia tecnologica perché la vive con strumenti nuovi. Ma le strutture emotive sono antiche. E la televisione — prima di internet — le aveva già messe in scena con una lucidità che fa quasi rabbia.


Il prezzo dell’oblio

In Italia The Outer Limits sparisce e riappare come un titolo fantasma. Cataloghi che cambiano senza avvisare. Edizioni fisiche che diventano introvabili. È una condizione perfetta per l’oblio: se una cosa non si trova, la mente la chiama “minore” per non ammettere che ha solo perso accesso.

Mario Bava girò Terrore nello spazio nel 1965 — stesso anno della seconda stagione di The Outer Limits. Astronauti su un pianeta alieno, corpi posseduti, atmosfera di claustrofobia cosmica. Ridley Scott l’ha citato come influenza per Alien. Eppure Bava, in Italia, è più ricordato per i gialli che per la fantascienza. Anche qui: la memoria seleziona per comodità, non per valore.

Ma c’è una conseguenza che non diciamo abbastanza spesso: ogni volta che dimentichiamo una serie, dimentichiamo anche gli schemi di pensiero che conteneva. Non è solo nostalgia perduta. È cognizione perduta. La prossima volta che una tecnologia ci pone la stessa domanda morale, non abbiamo più gli strumenti mentali per riconoscerla.

Quando The Galaxy Being è sparito dai cataloghi, abbiamo perso non solo un episodio. Abbiamo perso il linguaggio per dire “state per fare quello che abbiamo già visto, e sa di male”. Quando I, Robot è diventato introvabile, abbiamo continuato a processare macchine intelligenti senza la prova su carta che già sapevamo come funzionava quel processo — e quali erano i risultati.

La memoria culturale non è archivistica. È operativa. Serve non a farci sentire colti. Serve a impedirci di ripetere il nostro stesso errore a distanza di sessant’anni.

E ogni volta che un catalogo scompare, che una serie diventa “obsoleto” e inarrivabile, che gli algoritmi decidono che non conviene distribuire qualcosa perché “non ha pubblico”, perdiamo un pezzo della nostra capacità di vedere il presente. Non ricordiamo il passato. Perdiamo il permesso di averlo visto.

Il solaio rimane sporco. E noi continuiamo a inciampare nei gradini al buio.

Una domanda resta, però. The Outer Limits durava cinquanta minuti — spazio per la conseguenza, dicevo. Oggi andiamo nella direzione opposta: pillole di contenuto, video da sessanta secondi, attenzione frammentata. Possiamo ancora permetterci la conseguenza? O siamo condannati alla sentenza rapida — quella di Serling, ma senza la sua statura morale?

Forse il vero solaio non è quello delle serie dimenticate. È quello della nostra capacità di restare fermi abbastanza a lungo da vedere cosa succede dopo.


Riferimenti

  1. David J. Schow, The Outer Limits: The Official Companion, Ace Books, 1986.
    Fonte primaria per interviste, dettagli produttivi, attribuzioni episodiche.
  2. Eando Binder, “I, Robot”, Amazing Stories, 1939.
    Stabilisce genealogia della storia al di là di Asimov; ancoraggio letterario per l’episodio The Outer Limits.
  3. Joseph Stefano, archivi WGA (Writers Guild of America).
    Verifica riconoscimenti e carriera (Psycho 1960, Outer Limits 1963–1965).
  4. Accordo Ellison–Cameron / Harlan Ellison, “Demon with a Glass Hand”, The Outer Limits, 1964.
    Dettagli su riconoscimenti successivi in edizioni home video di Terminator.
  5. Rod Serling, Twilight Zone — analisi comparativa con struttura narrativa di The Outer Limits (Stevens/Stefano).
    Contrasto “morale in giacca” vs. “esperimento aperto”.
  6. Mario Bava, Terrore nello spazio, 1965.
    Fantascienza italiana coeva, influenza dichiarata su Alien (Ridley Scott).

Leave a comment


Benvenuto su Salahzar.com

Qui trovi analisi critiche sull’intelligenza artificiale e le sue implicazioni sociali, scritte da chi viene da una impostazione umanistica e ha passato vent’anni a costruire mondi virtuali prima che diventassero “metaverso”.

Niente hype da Silicon Valley o entusiasmi acritici: sul tavolo ci sono le contraddizioni dell’innovazione tecnologica, i suoi miti fondativi, le narrazioni che usiamo per darle senso. Dai diari ucronici (storie alternative come strumento per capire i nostri bias cognitivi) alle newsletter settimanali sugli sviluppi dell’AI che richiedono aggiornamenti continui perché i trimestri sono già preistoria.

Se cerchi guide su come “fare soldi con ChatGPT” o liste di prompt miracolosi, sei nel posto sbagliato. Se invece ti interessa capire cosa sta succedendo davvero – tra hype, opportunità concrete e derive distopiche – sei nel posto giusto.

Umanesimo digitale senza retorica, analisi senza paternalismi, ironia senza cinismo.


Join the Club

Stay updated with our latest tips and other news by joining our newsletter.