quello che gli americani non avevano….

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Archeologia degli anni Ottanta

Nel 1977 avevo quindici anni e un Commodore 64 collegato al televisore di casa. Quindici minuti per caricare un gioco da cassetta, il registratore che gracchiava, e quella schermata blu con il cursore lampeggiante che prometteva tutto. Mio padre tornava dal lavoro, guardava lo schermo, scuoteva la testa. “Ma cosa ci fai con quella roba?”

Quarantasei anni dopo, guardo un video americano sulle “25 tecnologie obsolete degli anni Ottanta” e mi accorgo che manca metà della storia. La nostra metà.


La lista americana e i suoi vuoti

Il video — uno di quei compilation nostalgici che girano su YouTube — elenca VHS, Walkman, floppy disk, telefoni a disco, cercapersone. Tecnologie globali, diffuse ovunque, con la stessa traiettoria di adozione e declino. Ma c’è un problema: la lista è scritta da chi viveva in un altro ecosistema tecnologico. Non sbagliata — incompleta.

L’Italia degli anni Ottanta aveva un suo paesaggio di oggetti e rituali che non esistevano altrove, o esistevano in forma diversa. Alcuni anticipavano il futuro, altri erano vicoli ciechi magnificamente italiani. Tutti raccontano qualcosa di come assorbivamo — e trasformavamo — la modernità.


Il gettone: una moneta che non esisteva

Il gettone telefonico SIP è l’esempio perfetto di tecnologia che diventa cultura materiale. Dal 1984 valeva 200 lire [1], ma il suo vero valore era un altro: era denaro parallelo. Lo accettavano nei bar come resto, lo davano i tabaccai quando mancavano gli spiccioli. Durante la crisi monetaria degli anni Settanta — quella dei miniassegni — il gettone aveva già dimostrato di funzionare meglio della lira [2].

Nel 1978 si raggiunse il picco: sette gettoni per ogni italiano [3]. Seicento milioni di pezzi coniati tra il 1927 e il 1980. Non era più un mezzo di comunicazione — era un indicatore economico, un barometro della fiducia nel sistema.

Gli americani avevano le cabine a monetine. Noi avevamo inventato una valuta alternativa con tre scanalature e un telefono impresso nel bronzo. Il gettone è sopravvissuto fino al 2001, quando l’euro l’ha mandato in pensione — non la tecnologia, ma il cambio di valuta.

C’è qualcosa di profondamente italiano in questo: prendere uno strumento tecnico e trasformarlo in prassi sociale, aggirando le regole senza violarle. Come il condono edilizio, ma in miniatura.


Il Televideo: l’internet prima di internet

Pagina 100 per l’indice, 101 per le ultime notizie, 501 per il meteo, 777 per i sottotitoli. Chi è cresciuto negli anni Ottanta conosce questi numeri come conosce il proprio numero di telefono di casa.

Il Televideo RAI, inaugurato il 15 gennaio 1984 [4], era qualcosa che gli americani non avevano — non in quella forma. Era un servizio gratuito, integrato nel televisore, che anticipava di un decennio il concetto di informazione on-demand. Piero Angela lo presentò così: “I televisori della prossima generazione saranno in grado di captare un nuovo servizio” [5].

Il sistema girava su un MiniPDP della Digital Equipment con 748 KB di RAM e hard disk rimovibili da 10 megabyte [4]. Tecnologia che oggi farebbe ridere un orologio da polso, ma che nel 1984 sembrava fantascienza. La cosa straordinaria è che il Televideo funziona ancora. Nel 2008 lo usavano venticinque milioni di italiani [6]. Un fossile digitale che respira.

In Ginger e Fred, Fellini mostra la televisione italiana come un carnevale grottesco di varietà e pubblicità. Ma il Televideo era l’altra faccia: sobrio, testuale, quasi monastico. La riga gialla che scorreva lenta, l’attesa della pagina che si caricava — un’esperienza meditativa rispetto al bombardamento di stimoli che sarebbe venuto dopo.


Il Videotel: la chat prima delle chat

Sperimentale dal 1981, operativo dal 1985, morto a metà anni Novanta: il Videotel SIP è il grande rimosso della storia tecnologica italiana [7]. Era il nostro proto-internet, il cugino povero del francese Minitel — che invece sopravvisse fino al 2012.

Il terminale costava 7.000 lire al mese di noleggio, più 150 lire ogni tre minuti di connessione [8]. Per i parametri dell’epoca, un lusso. Ma chi se lo poteva permettere scopriva qualcosa di inedito: le messaggerie, antenate delle chat, dove sconosciuti si scrivevano messaggi. Nei pub di Milano — Phenomena, Metropolis — e di altre città si formavano comunità di utenti che anticipavano di un decennio i forum online [8].

Nel 1990, su Videotel, nacque il primo MUD italiano: Necronomicon [7]. Un mondo testuale dove si giocava di ruolo, si costruivano avventure, si interagiva con altri utenti. Tutto questo quando il World Wide Web non esisteva ancora.

Il Videotel fallì per ragioni banalmente italiane: tariffe troppo alte, sicurezza delle password ridicola, nessuna strategia di diffusione di massa. In Francia, dove il Minitel era gratuito per gli abbonati al telefono, divenne un fenomeno di costume. Da noi rimase una curiosità per appassionati. Nel 1993, alla vigilia di internet, l’Italia contava 180.000 terminali contro i 6 milioni francesi [9].

Eppure, chi l’ha usato ricorda ancora il suono del modem che componeva il 165, la schermata arancione, l’eccitazione di ricevere un messaggio da uno sconosciuto. Era il futuro, arrivato troppo presto e gestito troppo male.


Il Commodore 64: un computer diverso

La lista americana menziona i floppy disk, ma non coglie la specificità dell’esperienza italiana con il computer domestico. Negli Stati Uniti, l’Apple II dominava le scuole; il Commodore 64 era una delle tante opzioni. In Italia, il C64 era il computer — l’unico che contava, quello che tutti avevano o desideravano.

Le ragioni erano economiche: costava meno. Ma le conseguenze furono culturali. Intorno al C64 si sviluppò un ecosistema tutto italiano: le riviste come MC Microcomputer e LIST, con i listati BASIC da copiare a mano; i negozi che vendevano cassette copiate a cinquemila lire; i club di appassionati che si scambiavano trucchi e programmi.

C’è un dettaglio che spesso si dimentica: la pirateria come alfabetizzazione. Le cassette vendute in edicola con nomi taroccati — Aliens che diventava Mostri Spaziali, Boulder Dash trasformato in Caccia ai Diamanti — erano illegali, certo. Ma quell’illegalità tollerata ha permesso a una generazione di famiglie operaie e impiegatizie di portare un computer in casa. Con i prezzi dei software originali americani, non sarebbe mai successo. La pirateria italiana non era furto; era sussidio culturale mascherato.

Nel 1987 arrivò l’Adattatore Telematico 6499, che permetteva di collegare il C64 al Videotel [7]. Era una riedizione del modem inglese Miracle/Y2, adattata per il mercato italiano. Chi lo possedeva poteva accedere a Lasernet800, un servizio dedicato agli home computer. Convergenza tecnologica ante litteram, nata dal basso.

Il C64 insegnò a una generazione di italiani che i computer non erano magia — erano macchine che rispondevano a istruzioni precise. Quei quindici minuti di attesa per caricare un gioco erano una lezione di pazienza e di comprensione: il computer non era istantaneo, aveva i suoi tempi, i suoi limiti. Una consapevolezza che si è persa con l’avvento del tutto-subito.


Gli oggetti-rituale: tecnologia zero, memoria infinita

La lista americana si concentra sulle tecnologie — VHS, floppy, modem. Ma gli anni Ottanta italiani avevano un’altra categoria di oggetti che non erano tecnologici nel senso stretto, eppure strutturavano il tempo e le relazioni quanto qualsiasi dispositivo elettronico. Chiamiamoli oggetti-rituale.


L’album Panini e il protocollo “ce l’ho, mi manca”

“Ce l’ho, ce l’ho, mi manca.”

Tre parole che erano un algoritmo di scambio più sofisticato di qualsiasi blockchain. I fratelli Panini di Modena avevano inventato, nel 1961, qualcosa che andava oltre la semplice figurina: un sistema economico parallelo con le sue regole, la sua scarsità artificiale, i suoi beni rifugio [10].

La prima figurina stampata fu quella di Bruno Bolchi, mediano dell’Inter — “Maciste”, lo chiamavano [10]. Ma per la mia generazione il nome che contava era un altro: Gigi Riva. Rombo di Tuono. L’uomo che aveva portato lo scudetto al Cagliari nel 1970, il miglior marcatore della nazionale italiana con 35 gol [11].

La sua figurina dell’album 1969-70 — a figura intera, braccia conserte, sguardo fiero — era l’equivalente di un lingotto d’oro nel cortile della scuola. Oggi vale circa 310 euro sul mercato del collezionismo [12]. All’epoca valeva molto di più: valeva il rispetto dei compagni, il potere contrattuale negli scambi, la prova tangibile di una fortuna che ti aveva sorriso.

Il meccanismo Panini era geniale nella sua crudeltà: alcune figurine erano sistematicamente più rare. Non lo dicevano, ma tutti lo sapevano. L’ultima figurina che mancava per completare l’album era sempre la stessa per tutti — un esercizio di frustrazione programmata che preparava alla vita adulta meglio di qualsiasi lezione di filosofia.

Nel 1978 la Panini vendeva 15 milioni di bustine all’anno [10]. Un’industria costruita sul desiderio incompiuto.


I volumi di francobolli: collezionare il mondo

Da bambino passavo ore con i volumi delle raccolte di francobolli. Non era solo filatelia — era geografia emotiva. Ogni francobollo era una finestra su un paese che probabilmente non avrei mai visto: la fauna australiana, i monumenti sovietici, le regine africane di stati che non esistono più.

I francobolli avevano una qualità che le figurine non avevano: erano ufficiali. Emessi da governi, timbrati da uffici postali, viaggiati attraverso confini. Possedere un francobollo della Rhodesia significava possedere un frammento di storia — di una storia che stava finendo mentre tu la collezionavi.

C’era anche un aspetto economico. Alcuni francobolli valevano qualcosa; la maggior parte no. Ma il catalogo Bolaffi ti faceva credere che ogni collezione fosse un investimento. Era falso, ovviamente — come quasi tutti gli “investimenti alternativi” — ma la sensazione di accumulare valore era reale.

La filatelia insegnava pazienza, ordine, attenzione al dettaglio. E insegnava anche che il valore è una convenzione sociale: un pezzo di carta dentellata vale quello che qualcun altro è disposto a pagare. Lezione utile, a pensarci.


L’album delle fotografie: memoria senza undo

L’album fotografico — quello grande, rilegato, con le pagine adesive e la pellicola trasparente da sollevare — era il cloud storage degli anni Ottanta. Con una differenza fondamentale: non c’era undo.

Il rituale era questo: portavi il rullino dal fotografo (o alla Standa, se volevi risparmiare), aspettavi una settimana, ritiravi la busta. Aprirla era sempre un momento di verità. Metà delle foto erano venute male — sfocate, sovraesposte, con il dito davanti all’obiettivo. Le incollavi comunque, perché buttarle sembrava uno spreco.

Sfogliare quegli album oggi è un’esperienza straniante. Le foto brutte — quelle che su Instagram cancelleresti in un secondo — sono spesso le più evocative. Il difetto tecnico diventa documento: così si vedeva il mondo attraverso una Kodak Instamatic.

C’era anche una disciplina implicita. Un rullino aveva 24 o 36 pose. Ogni scatto costava — sviluppo incluso — circa mille lire. Non fotografavi tutto; fotografavi quello che meritava di essere ricordato. La scarsità produceva selezione, la selezione produceva significato.

Oggi scattiamo migliaia di foto che non guarderemo mai. Allora ne scattavamo poche decine che guardavamo per anni.


Gli altri rituali

L’autoradio estraibile — questo era teatro sociale puro. Non era solo tecnologia audio; era una performance di insicurezza. Il rituale: parcheggi, sfili il frontalino (o l’intera autoradio), te la porti sottobraccio come una valigetta. Al ristorante, al cinema, in ufficio. La micro-criminalità urbana era entrata nel design industriale, e noi l’avevamo accettato come normale. Gli americani avevano le autoradio fisse; noi avevamo trasformato l’ascolto musicale in un esercizio di logistica preventiva.

Il duplicatore a doppia piastra — il vero antenato di Spotify, ma analogico e illegale. In America si compravano i dischi; in Italia si facevano le compilation. Per la ragazza, per l’auto, per la festa. Era curating algoritmico fatto a mano: scegliere i brani, calcolare i tempi perché non si tagliasse l’ultima canzone, scrivere i titoli sul foglietto con la calligrafia migliore. La TDK SA90 era il nostro formato di scambio, la mixtape il nostro protocollo emotivo.

Il ciclostile — prima delle fotocopiatrici accessibili, l’odore dell’inchiostro viola sui fogli dei compiti in classe. Una tecnologia che sembrava antica già negli anni Ottanta, ma che resisteva nelle scuole per ragioni di costo.

Il mangiadischi — lettore portatile per 45 giri, istituzione da spiaggia. Esisteva anche altrove, ma in Italia era il modo di ascoltare musica all’aperto, prima del Walkman.

I clic clac — le infradito di plastica con la fascetta che si rompeva sempre. Il suono sul lungomare, il calore dell’asfalto sotto i piedi, la certezza che prima o poi la fascetta avrebbe ceduto. Tecnologia zero, memoria uditiva totale.

La schedina del Totocalcio — ogni domenica, milioni di italiani compilavano tredici risultati sperando nel colpo di fortuna. Non c’era nulla di digitale, eppure era un sistema informativo complesso: probabilità, statistiche, previsioni. I bar erano centri di calcolo ante litteram.


Lo strato si deposita

Queste tecnologie e questi rituali non sono scomparsi per caso. Si sono stratificati — come sedimenti geologici, come strati archeologici. Il gettone è diventato oggetto da collezione; il Televideo continua a trasmettere; il Videotel è ricordato solo da chi c’era; il C64 vive nei musei e negli emulatori. E le figurine Panini? Quelle esistono ancora — ma il “ce l’ho, mi manca” si è spostato sui gruppi Facebook, perdendo per strada qualcosa di essenziale.

Ogni generazione ha i suoi fossili. La mia ha il rumore del registratore a cassette che caricava International Soccer, l’attesa della pagina 501 che mostrava finalmente il meteo, il peso del gettone in tasca. Ha l’odore della colla vinilica con cui si attaccavano le figurine, le pagine plastificate dell’album fotografico, i francobolli della Rhodesia che non esisteva più. Ha il frontalino dell’autoradio sottobraccio e la TDK SA90 con la compilation per il viaggio.

Chi è nato dopo non può capire davvero — può solo studiare, come si studia l’archeologia. O ascoltare chi c’era, con quel misto di scetticismo e curiosità che si riserva ai racconti dei vecchi.


C’è una differenza di fondo tra come l’America ha inventato la tecnologia e come l’Italia l’ha adottata. Gli americani costruivano per efficienza — rendere le cose più veloci, più economiche, più scalabili. Noi adottavamo per relazione — trasformare ogni strumento in un’occasione di scambio, negoziazione, chiacchiera.

Il gettone non era efficiente — era sociale. Il Videotel non era scalabile — era un bar digitale. L’album Panini non ottimizzava nulla — creava comunità effimere nei cortili delle scuole. La compilation su cassetta non era comoda — era una lettera d’amore in formato audio.

Abbiamo usato il silicio e il bronzo per continuare a fare quello che abbiamo sempre fatto: negoziare, collezionare, corteggiare, raccontare. La tecnologia passava; il modo italiano di abitarla restava.

Come il gettone che diventava moneta. Come il Televideo che sopravvive all’era di internet. Come il Videotel che moriva prima di nascere davvero. Come Gigi Riva che diventava mito prima ancora di diventare figurina rara.

La modernità italiana è sempre stata così: un’appropriazione creativa del futuro altrui, con risultati che oscillano tra il geniale e il disastroso. Spesso entrambi, nella stessa tecnologia, nello stesso album, nella stessa bustina da dieci lire.


Riferimenti

[1] Wikipedia, “Gettone telefonico” — Dal 1984 il valore fu fissato a 200 lire, mantenuto fino al 2001.

[2] Treccani, “1945 · gettone (telefonico)” — Durante la crisi degli spiccioli anni ’70, i gettoni furono usati insieme ai miniassegni.

[3] Zeus News, “Il successo del gettone, dagli anni ’70 in poi” — Nel 1978 si raggiunsero 7 gettoni per abitante; 600 milioni emessi dal 1927 al 1980.

[4] Wikipedia, “Televideo” — Inaugurato il 15 gennaio 1984 con circa 200 pagine, su sistema MiniPDP con 748 KB RAM.

[5] S&H Magazine, “La Rai celebra i 40 anni di Televideo” — Annunci di Piero Angela e Enzo Tortora prima del lancio.

[6] Il Sole 24 Ore/Luca De Biase (2008) — Sondaggio che stimava 25 milioni di utenti Televideo.

[7] Wikipedia, “Videotel” — Sperimentale 1981, operativo 1985. Primo MUD italiano Necronomicon nel 1990.

[8] Gli Anni ’80/Kinetica — Costo 7.000 lire/mese per terminale, 150 lire ogni 3 minuti. Chat nei pub: Phenomena, Metropolis (Milano), Fuori Orario (Pavia).

[9] Gli Anni ’80, “Quando si chattava con il Videotel” — Nel 1993: 180.000 terminali Italia vs 6 milioni Francia (1992).

[10] Wikipedia, “Calciatori Panini” — Prima figurina Bruno Bolchi 1961. Nel 1961 vendute 15 milioni di bustine.

[11] Imagemag, “Salutiamo Gigi Riva” — 35 gol in nazionale (record italiano), scudetto Cagliari 1970.

[12] Il Bollettino/Metropolitano.it — Figurina Gigi Riva valutata circa 310 euro nel mercato del collezionismo.

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