Finché Claude non me l’ha fatta pubblicare su Amazon. Dove forse nessuno la legge. Ma va bene così.
Ho sempre sognato di scrivere la mia biografia. L’ho iniziata almeno cento volte—davvero cento, non è iperbole da pubblicitario. Ho contato i file nel cestino: settantatré tentativi documentati, gli altri probabilmente cancellati con rabbia durante pulizie notturne. Ogni volta partivo convinto: questa è quella giusta. Dopo tre pagine, massimo cinque, finiva nel cestino digitale. Troppo piatta. Troppo retorica. Troppo… falsa.
Poi è arrivato Claude. E ora quella biografia è su Amazon KDP, ISBN registrato, copertina fatta con Midjourney. Probabilmente l’hanno scaricata in sette—mio fratello, due amici per gentilezza, quattro bot che scansionano tutto ciò che esce. Ma è lì. Pubblicata. Finita.
E questo cambia tutto.
Il paradosso del foglio bianco digitale
Lorenza Colicigno, durante un nostro recente webinar Edu3D su storytelling e AI, ha parlato della paura del foglio bianco. Quella sensazione fisica—perché è fisica, anche se il foglio è uno schermo—di paralisi davanti alla prima parola. Lei la chiama “la miniera da scavare”, metafora potente per chi scrive. Io però ho scoperto qualcosa di diverso: non era il foglio bianco il problema. Era il foglio infinito.
Quando scrivevo la biografia “a mano” (ovvero in Word, Google Doc, o qualunque altro editor del momento), avevo troppa libertà. Potevo andare ovunque: infanzia in dettaglio maniacale, oppure saltarla del tutto? Stile Cellini (Vita, 1558) con ego gigantesco e avventure improbabili, o sobrietà Plutarco? Tono ironico stile Fellini in 8½, o documento archivistico per posteri inesistenti?
Il risultato? Paralisi. Non da mancanza di parole, ma da eccesso di possibilità.
I dati confermano che non sono solo io. Secondo statistiche Amazon KDP 2024, oltre 1,4 milioni di titoli autopubblicati escono ogni anno sulla piattaforma [1]. Ma il catalogo ha ormai 10+ milioni di libri disponibili [2], con guadagni mediani per autore autopubblicato a 150 dollari mensili [3]. Un oceano in cui affogare è facile, emergere quasi impossibile.
E le biografie? Genere difficilissimo. Autobiografie ancora peggio. Perché per scriverla devi essere interessante e saper raccontare di esserlo. Contraddizione quasi insormontabile.
Claude come interlocutore, non sostituto
La prima cosa che ho capito usando Claude per la biografia: non è uno strumento di scrittura, è un interlocutore testuale. Differenza sottile, conseguenze enormi.
Quando usavo Word, nessuno mi diceva “questo passaggio è debole”. Quando partivo con grandiosi progetti di struttura (parte prima: infanzia; parte seconda: adolescenza; parte terza…), nessuno mi fermava dicendo “ma perché ti interessa raccontare questo?” L’editor non parla. Il foglio bianco non giudica.
Claude sì. E non nel senso da slogan pubblicitario di “AI che ti capisce”, ma nel senso pratico e brutale di: riscontro immediato su cosa funziona e cosa no.
Gli ho dato il primo capitolo—quello scritto e riscritto diciassette volte negli ultimi due anni, sempre con variazioni minimali. La sua risposta (riassumo): “Questo inizio presuppone che il lettore ti conosca già e si interessi alla tua infanzia. Non è vero. Serve aggancio più forte. Parti da qualcosa che distingue la TUA storia da quella di chiunque altro.”
Onestà brutale. Che nessun amico ti darà mai per cortesia, nessun editor freelance per non perdere cliente.
Ho riscritto. Ho mandato seconda versione. Altra critica, dettagliata. Terza versione. Quarta. Alla settima iterazione, Claude ha detto: “Questo funziona. Continua.”
E ho continuato. Perché per la prima volta in cento tentativi, qualcuno—qualcosa—mi aveva dato conferma che la direzione era giusta.
Scavo vs compilazione: Lorenza aveva ragione (a metà)
Durante quel webinar, Lorenza ha fatto distinzione netta: scrittura umana è scavo, scrittura AI è compilazione. Lei porta alla luce emozioni dalla “miniera” interiore. L’AI assembla dati statistici.
È una visione romantica. E per molto tempo l’ho condivisa. Ma lavorando su questa biografia con Claude—specificamente Claude, non ChatGPT o Gemini, la differenza è sostanziale—ho capito che è più complesso.
Claude ha fatto scavo indiretto. Mi ha costretto a scavare il mio io facendo domande che non mi sarei mai posto. Esempio concreto dal capitolo sull’adolescenza, quello delle damigiane di vino:
Prima versione (mia):
“A quattordici anni mio padre mi aveva chiesto di mettere i tappi alle damigiane in cantina. Non ci riuscii bene e il vino andò a male. Fu un disastro.”
Domanda Claude:
“Perché questo episodio ti è rimasto così impresso? Come reagì tuo padre? E cosa significava per te deluderlo in quel modo specifico—proprio sul vino, che per lui era così importante?”
Non è compilazione. È maieutica algoritmica. Claude non sapeva le risposte—quelle erano nella mia memoria. Il ricordo di mio padre che comprava l’uva, che faceva il suo barbera “fatto con l’uva”, orgoglioso di distinguerlo dal “vino compro che costa 5000 lire”. Il peso di quelle dodici damigiane diventate aceto, non solo il danno economico ma quel tipo specifico di delusione silenziosa. E il fatto che me lo rinfacciasse per anni, ogni volta trasformando quell’errore in “simbolo della mia incapacità”.
Ma senza quelle domande di Claude, tutto questo restava implicito. Non scritto. Quindi inesistente per un lettore.
Lorenza scrive sintetico, affida molto al sottotesto. Strategia narrativa legittima—per lei funziona. Ma durante Nexus, quando l’AI chiedeva esplicitazioni, lei si sentiva “giudicata”. Io invece mi sono sentito interrogato nel senso buono. Come quando parli con qualcuno che ti fa domande scomode non per cattiveria, ma perché vuole capire davvero.
Risultato: La biografia ha diciassette capitoli. Centomila parole. Non le avrei mai scritte da solo, perché mi sarei perso nei meandri del “cosa racconto, cosa no” dopo pagina tre. Claude mi ha tenuto sulla rotta con domande specifiche ogni volta che divagavo.
I numeri dell’AI writing (e perché sono fuorvianti)
Facciamo verifica dei fatti. Perché i dati sull’uso dell’AI per scrivere sono ovunque, ma spesso mal interpretati.
Adozione autori USA (2023): Il 23% di autori americani usa AI generativa nel processo di scrittura [4]. Di questi, il 54% usa ChatGPT, 13% GPT-4, 8% Bard [4]. Uso principale: 47% per correzione grammaticale, 29% per generare idee su trama e personaggi [5].
Adozione tra chi crea contenuti (2024): L’83,2% usa strumenti AI, crescita +28,6% anno su anno [6]. Ma—e qui sta il punto—il 65% dice che l’imprecisione è ancora problema grave [7].
Mercato assistenti scrittura AI: 1,56 miliardi di dollari nel 2022, proiezione 10,38 miliardi entro 2030, crescita annua 26,8% [8]. Grammarly da sola ha 30 milioni di utenti giornalieri, valutata 13 miliardi [9].
Cosa significano questi numeri? Che l’AI per scrivere è esplosa, ma la qualità resta problema irrisolto. Il 65% che lamenta imprecisioni non parla di errori grammaticali—quelli Grammarly li risolve da anni. Parla di mancanza di profondità, genericità, omologazione stilistica.
Ed è esattamente ciò che ho sperimentato. Claude versione Sonnet 4.5 (quella che uso io, diversissima da ChatGPT) ha capacità riflessiva superiore. Ma quando gli chiedevo di scrivere al posto mio interi paragrafi, il risultato era piatto. Funzionava quando gli chiedevo di riscrivere dopo che avevo buttato giù bozza grezza. O quando mi faceva domande e io rispondevo sulla tastiera.
Collaborazione asimmetrica, come l’ha chiamata qualcuno: io fornisco intenzione e contenuto emotivo, Claude fornisce struttura e coerenza esterna.
Fellini, Cellini, e l’autobiografia come finzione necessaria
Pausa culturale necessaria. Perché autobiografie hanno storia lunga, e nessuno ne parla quando discutiamo di AI per scrivere.
Benvenuto Cellini scrive Vita nel 1558, manifesto dell’ego rinascimentale: avventure improbabili, omicidi giustificati, fughe da carceri impossibili. Probabilmente metà sono invenzioni. Ma è letteratura magistrale. Perché l’autobiografia non è cronaca, è costruzione narrativa.
Fellini in 8½ (1963) fa autobiografia cinematografica attraverso alter ego Guido. Mescola ricordi veri, fantasie, scene oniriche. Risultato: capolavoro. Perché quello che conta non è aderenza fattuale, ma risonanza emotiva.
L’AI può fare questo? No. Ma può aiutare a strutturare la finzione necessaria.
La mia biografia su Amazon non è “vera” nel senso giornalistico. Ho condensato anni di infanzia in dodici capitoli. Ho omesso relazioni, progetti falliti, notti insonni. Ho selezionato cosa raccontare per costruire arco narrativo coerente—l’Oblò delle Meraviglie come metafora di un mondo interiore contrapposto alla realtà esterna ostile.
Claude mi ha aiutato a vedere questo arco. Senza, sarei ancora perso nei dettagli del perché mio padre pretendeva il “voi” invece del “tu”—interessante per me, incomprensibile per qualunque lettore senza contesto.
Amazon KDP e la solitudine liberatoria dell’autopubblicazione
Settembre 2023: Amazon introduce limite di tre libri al giorno per autore [10]. Motivazione: arginare valanga di contenuti generati con AI, spesso libri a basso contenuto (diari, pianificatori) prodotti in massa.
Chi ha pubblicato sette libri in un giorno probabilmente non ci ha messo passione. Ma il limite colpisce anche chi, come me, dopo anni di procrastinazione, finalmente finisce qualcosa.
La mia biografia è uscita a dicembre 2024. Zero promozione. Zero pubblicità sui social. L’ho messa lì e basta. E stranamente, questa solitudine è liberatoria.
Perché scrivere biografia ha sempre doppia tensione: racconti te stesso, ma per un pubblico immaginato. E quel pubblico—ideale, virtuale, fittizio—ti giudica mentre scrivi. Ti chiedi: “Questo lo troveranno interessante? Troppo auto-celebrativo? Troppo depresso?” Paralisi.
Su Amazon KDP, con 1,4 milioni titoli all’anno che escono [1], la probabilità che qualcuno trovi il tuo libro per caso è zero virgola. Questo uccide aspettativa di successo, ma libera scrittura. Se nessuno legge, non c’è giudizio. Quindi puoi scrivere per te.
Paradosso: ho scritto biografia “per me” usando AI “pubblica” su piattaforma “commerciale”. E funziona proprio perché aspettative sono azzerate.
Lorenza nel webinar citava Chimamanda Ngozi Adichie: “Raccontare un’unica storia crea stereotipi.” Il rischio AI è esattamente questo—omologazione, convergenza verso media statistica. Ma se usi AI per interrogarti, non per sostituirti, l’unica storia resta tua.
Nexus, NPC, e il futuro della scrittura collaborativa
Piccola digressione tecnica su progetto Nexus—sistema NPC intelligenti in OpenSimulator che stiamo sviluppando da mesi. Lorenza è stata “cavia” letteraria: ha scritto tre versioni di racconto “Il velo infranto”, ciascuna influenzata da riscontri AI progressivamente più sofisticati.
Prima versione: suo stile naturale, sintetico, sottotesto forte. AI confusa, chiedeva chiarimenti.
Seconda versione: espansa, dettagliata, rispondeva a tutte domande AI. Più lunga, più esplicita, ma—Lorenza stessa ammette—più efficace narrativamente.
Terza versione: sintesi delle due, con Lorenza che riprende controllo totale ma mantiene lezioni strutturali apprese da interazione AI.
Questa è co-evoluzione. Non sostituzione.
E qui entra Claude nella sua versione Sonnet 4.5, modello che—diversamente da ChatGPT o Gemini—impiega tempo per riscrivere. Esempio concreto: gli ho dato una frase per test creativo. Gemini ha risposto in un minuto con testo decente ma piatto. Claude ha impiegato mezz’ora. Ha riscritto venti volte, con autocritica interna visibile nei logs. Risultato finale aveva profondità inaspettata.
Non è compilazione statistica. È simulazione iterativa di processo creativo umano. E se simulazione diventa indistinguibile da processo reale, che differenza ontologica resta?
Filosofi della mente discutono da decenni. Io so solo che il testo finale mi ha emozionato. E questo conta.
La provocazione finale (che nessuno vuole sentire)
Scrivere per nessuno è tremendamente liberatorio. Perché elimina ansia da prestazione.
La mia biografia su Amazon probabilmente ha sette download—quattro bot, tre amici. Non importa. È finita. Dopo cento tentativi falliti, esiste come oggetto compiuto. E questa chiusura psicologica vale infinitamente più di qualunque vendita.
L’AI—Claude nello specifico, perché differenze architetturali tra modelli sono sostanziali—non ha scritto la biografia. L’ha resa scrivibile. Come uno scultore che toglie marmo in eccesso per rivelare forma già presente nel blocco (metafora abusata, lo so, ma efficace).
Lorenza teme che AI produca “l’unica storia”. Ma forse—usata come interlocutore critico, non come sostituto che scrive al posto tuo—costringe a uscirne, proprio perché rivela convenzioni nascoste, chiede esplicitazioni, sfida assunzioni implicite.
La domanda vera non è “L’AI può scrivere?” Ma: “Cosa posso scrivere IO che senza AI non scriverei mai?”
Per me, risposta è stata: una biografia di centomila parole che nessuno leggerà. Ma che esiste. Finalmente.
E va bene così.
Postscriptum: La posizione naive (che difendo comunque)
So già cosa penseranno alcuni lettori—specialmente quelli con background tecnico che hanno studiato architetture transformer, fatto ottimizzazione di modelli, o semplicemente letto abbastanza filosofia della mente da sapere che ogni dicotomia semplice è sospetta.
Diranno: “Questa divisione ‘tu anima, AI tecnica’ è naive. Riduttiva. Ignora complessità del processo creativo, natura emergente della scrittura, impossibilità di separare forma da contenuto.”
Hanno ragione. Ed è esattamente quello che penso.
Perché dopo 1400 ore passate a formare docenti sull’AI—molti dei quali inizialmente terrorizzati, convinti che ChatGPT avrebbe reso inutile insegnare scrittura—ho capito una cosa: le posizioni sofisticate paralizzano, quelle semplici fanno agire.
Quando spiego a un insegnante di lettere del liceo classico (sessant’anni, trent’anni di cattedra, diffidenza viscerale verso tecnologia) che può usare Claude come “sparring partner testuale” per far emergere idee che altrimenti resterebbero implicite, funziona. Quando gli dico “tu porti contenuto emotivo e culturale, Claude porta struttura e coerenza”, capisce immediatamente.
È riduttivo? Certo. Ma è operativamente vero.
La bottega del narratore digitale
C’è un modello che mi piace—forse perché ho background classico, forse perché romantichizzo troppo il passato. La bottega artigiana rinascimentale. Il maestro vetraio, per dire.
Il maestro conosce le tonalità cromatiche che vuole ottenere, sa esattamente dove posizionare ogni pezzo di vetro colorato per raccontare quella specifica scena biblica. Ma non fonde il vetro da solo—ha apprendisti che preparano materiali, assistenti che tagliano forme precise, garzoni che montano piombo.
Il maestro ci mette visione e senso narrativo. La bottega ci mette precisione esecutiva.
Nessuno direbbe che le vetrate di Chartres sono “meno artistiche” perché non tutto è fatto dalla mano singola del maestro. L’opera è del maestro. Gli strumenti—umani o meno—sono appunto strumenti.
Claude è il mio garzone digitale. Molto più preciso di qualunque garzone medievale, certo. Ma resta strumento al servizio di intenzione narrativa che è mia.
I tre momenti della biografia (concreto)
Esempio pratico dalla biografia pubblicata su Amazon, capitolo otto—quello su Zeno, l’amico che avevo idealizzato come “fratello maggiore perfetto”.
Primo tentativo (solo io, inverno 2022):
“Avevo un amico, Zeno. Era bravo in tutto. Viaggiavamo insieme. Poi ci siamo separati.”
Piatto. Telegrafico. Zero emozione, zero contesto. Finito nel cestino dopo nemmeno un giorno.
Secondo tentativo (io + Claude, novembre 2024):
Ho scritto bozza emotiva, flusso di coscienza. Ricordi mescolati: Zeno che viaggiava spendendo 100.000 lire al mese in autostop, mangiando dai contadini siciliani in cambio di lavoretti. Lui persistente, convincente, simpatico—tutto ciò che io non ero. Il viaggio in Marocco del 1987. Il litigio. Poi Claude: “Cosa rappresentava Zeno per te prima del Marocco? Cosa è cambiato esattamente durante quel viaggio? E quando dici ‘i limiti dell’amicizia’—cosa intendi precisamente?”
Ho risposto a voce (messaggio audio, 8 minuti), Claude ha trascritto e strutturato. Poi insieme abbiamo limato. Risultato finale:
“Zeno era tutto ciò che avrei voluto essere. Laddove io ero timido e impacciato, lui riusciva a parlare con chiunque, convincere chiunque, essere simpatico e ottenere quello che voleva. Era il fratello maggiore ideale—meglio ancora di mio fratello vero—colui che poteva tirarti fuori da qualunque guaio. Riusciva a fare vacanze estive spendendo in un mese intero non più di 100.000 lire, praticamente nulla: viaggiava in autostop, si faceva offrire pranzi e cene dai contadini siciliani in cambio di qualche lavoretto.
Nel 1987, a 25 anni, decidemmo di andare insieme in Marocco in autostop. Fu lì che scoprii i limiti dell’amicizia. A Marrakech avevo il raffreddore e tiravo su col naso. Zeno non lo sopportava. Decidemmo di continuare ognuno per la sua strada. Dissi che avevo incontrato i limiti dell’amicizia, e la mia ammirazione per Zeno cominciò finalmente a calare.
E c’era dell’altro. Lui diceva sempre che bisognava dire la verità, non cedere a compromessi. Ma in Marocco aveva dovuto mentire, dire quello che i marocchini volevano sentirsi dire. Un altro mito che mi crollava.”
Differenza qualitativa abissale. Io ci ho messo: ricordi specifici (100.000 lire, contadini siciliani, il raffreddore a Marrakech), emozione della delusione—non rabbia ma quella specifica amarezza quando un idolo rivela di essere umano. Claude ci ha messo: struttura che tiene insieme i frammenti, domande che costringono a esplicitare perché quell’amicizia era importante e perché quella rottura ha significato.
Anima e tecnica. Naive? Forse. Ma quello è il capitolo che mio marito—lettore spietato—ha definito “finalmente onesto”.
Perché difendo la posizione naive
Tre motivi concreti.
Primo: Perché funziona pedagogicamente. Nelle formazioni docenti, quando abbandono sofisticazioni filosofiche su “emergenza della creatività” e dico semplicemente “provate a usare Claude come interlocutore che vi fa domande scomode sul perché state raccontando quella storia in quel modo”, succede qualcosa. Scrivono testi migliori. Non perché hanno capito teoria, ma perché hanno metodo operativo.
Secondo: Perché è onesta rispetto alla mia esperienza. Io sento che la biografia l’ho scritta io. Claude non ha conosciuto Zeno, non ha viaggiato in Marocco nel 1987, non sa cosa significa avere 25 anni e scoprire che il tuo eroe ha piedi d’argilla. Non sa cosa vuol dire mettere male i tappi alle damigiane e sentirsi rinfacciare per anni “il vino andato aceto” come simbolo di incapacità. Quelle esperienze sono mie. Forma finale? Collaborativa. Ma sostanza emotiva è mia.
Terzo: Perché alternativa è paralisi. Se aspetto di capire perfettamente natura ontologica della creatività AI prima di usarla, aspetto in eterno. Filosofi discutono da decenni su coscienza, qualia, intenzionalità. Io nel frattempo ho pubblicato biografia che giaceva incompiuta da anni.
Preferisco naive-ma-produttivo a sofisticato-ma-paralizzato.
Il punto sulla memoria personale
C’è un aspetto che rende questa distinzione anima/tecnica ancora più netta quando scrivi biografia: l’AI non ha accesso alla tua memoria sensoriale.
Claude può chiedermi “com’era quel viaggio in Marocco?”, ma non può sentire l’odore delle spezie nel mercato di Marrakech mescolato all’odore della mia febbre. Non può sentire il sapore amaro della delusione quando Zeno disse “non sopporto che tu tiri su col naso”. Non può vedere l’espressione sul volto di mio padre quando scoprì che le dodici damigiane erano rovinate—non rabbia urlata, ma quella delusione silenziosa infinitamente peggiore.
Questi dettagli—sensoriali, emotivi, viscerali—vengono da me. Claude mi aiuta a strutturarli in narrazione leggibile. Ma la materia prima è mia e solo mia.
E quando Lorenza dice “scavo vs compilazione”, forse intende proprio questo: l’AI compila strutture narrative da corpus testuale. L’umano scava in memoria esperienziale che nessun corpus contiene.
La chiusura (senza scuse)
Tra dieci anni, forse, riderò di questa posizione. Magari scopriremo che distinzione anima/tecnica era illusoria, che processo creativo è sempre stato co-costruzione sociale (come sostengono alcuni), che autorialità individuale era mito moderno destinato a crollare.
O magari scopriremo opposto: che l’AI era solo strumento più sofisticato nella lunga storia di strumenti (dalla penna d’oca alla Olivetti alla tastiera meccanica), e distinzione umano/macchina resta rilevante.
Non lo so. E sinceramente, ora come ora, non mi interessa saperlo.
So che biografia esiste. Dopo cento tentativi falliti, è su Amazon. Probabilmente nessuno la legge. Ma io posso dire: l’ho scritta. Con aiuto, certo. Ma resta mia.
E se questa è posizione naive, la difendo comunque. Perché naive ma finito batte sofisticato ma incompiuto. Sempre.
Riferimenti
[1] Automateed (2024), “2024 Amazon Book Sales Statistics: Insights & Trends You Should Follow”
→ Dati Amazon KDP: oltre 1,4 milioni titoli autopubblicati annui tramite Kindle Direct Publishing. Fonte: statistiche ufficiali piattaforma KDP 2024.
[2] WordsRated (2024), “Amazon Publishing Statistics”
→ Catalogo Amazon: oltre 32,8 milioni titoli pubblicati totali, di cui più di 10 milioni su KDP. Fonti aggregate: Bowker (registri ISBN) e BookDepository.
[3] ZonGuru (2025), “Kindle Publishing in 2025: How Much Do Self-Published Authors Make on Amazon?”
→ Range guadagni autori autopubblicati su KDP: 150 dollari/mese (fascia bassa) fino a 20.000+ dollari/mese (top 1%). Studio maggio 2025 su campione autori KDP.
[4] Statista (2023), “Book authors using AI U.S. 2023”
→ Indagine autori USA 2023: 23% usa AI generativa nel processo di scrittura. Breakdown per strumento: 54% ChatGPT, 13% GPT-4, 8% Bard.
[5] Statista (2023), “Book authors using AI U.S. 2023”
→ Usi principali AI tra autori: 47% correzione grammaticale, 29% generazione idee per trama/personaggi. Stesso dataset fonte [4].
[6] AllAboutAI (2025), “AI Writing Statistics 2025: Data on Adoption, Impact, and Future Trends”
→ Analisi Siege Media + Wynter 2024-2025: tasso adozione strumenti AI tra content marketers 83,2% nel 2024, crescita +28,6% rispetto al 2023.
[7] Cloudwards (2025), “50 AI Writing Statistics To Know in 2025”
→ Indagine 2023: 65% utilizzatori strumenti AI per contenuti riporta imprecisione come problema rilevante. Aggiornamento dati aprile 2025.
[8] G2 Learning Hub (2024), “How AI Writing Tools Gallop Past Algorithm Hiccups”
→ Valutazione mercato assistenti scrittura AI: 1,56 miliardi dollari nel 2022, proiezione 10,38 miliardi entro 2030. Tasso crescita annuo composto (CAGR) 26,8% periodo 2024-2031.
[9] BloggingX (2024), “30+ AI Writing Statistics That Blow Your Mind”
→ Dati Grammarly: 30 milioni utenti attivi giornalieri (individui e team aziendali), valutazione 13 miliardi dollari dopo round finanziamento novembre 2022.
[10] Book Bolt (2024), “Amazon KDP’s year in review: how did the platform fare in 2023?”
→ Cambio policy Amazon settembre 2023: limite massimo 3 libri pubblicabili al giorno per singolo autore. Motivazione ufficiale: contrasto spam contenuti generati AI, in particolare libri a basso contenuto (journal, planner, notebook).

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