Le Telecamere Nere dell’Apocalisse.

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riassunto

A House of Dynamite (2025) segna il ritorno di Kathryn Bigelow dopo otto anni di silenzio. Il film è un thriller politico claustrofobico che narra i diciotto minuti tra il rilevamento di un missile nucleare anonimo diretto su Chicago e il possibile impatto. Più che un film sulla guerra atomica, è una riflessione sull’illusione del controllo in un’epoca dominata da schermi, videoconferenze e sistemi fragili.

Bigelow, già vincitrice dell’Oscar per The Hurt Locker (2008) e nota per il suo stile da “reportage di guerra” e la sua avversione alla retorica, applica qui una struttura narrativa ispirata all’effetto Rashomon: gli stessi diciotto minuti vengono raccontati tre volte, da tre prospettive (Casa Bianca, USSTRATCOM, Presidente). Tuttavia, a differenza del capolavoro di Kurosawa, i personaggi non mentono per ego, ma non sanno – e questa ignoranza collettiva diventa il cuore del dramma.

Il film si distingue per la sua estetica post-pandemica: sale operative ridotte a griglie di icone nere su Zoom, connessioni instabili, telecamere spente che nascondono il panico. Questa scelta visiva trasforma la videoconferenza in una metafora della vulnerabilità sistemica: dietro la tecnologia più avanzata si cela un caos umano.

Il confronto con Dunkirk di Nolan evidenzia un limite: la ripetizione in A House of Dynamite risulta spesso ridondante anziché rivelatrice, perché manca di variazioni stilistiche significative tra le prospettive. Eppure, questa scelta potrebbe essere intenzionale: Bigelow vuole far sentire lo spettatore il trauma del loop mentale, tipico di chi rivive un evento catastrofico senza trovare risposte.

Il film evita la polarizzazione politica: il Presidente (Idris Elba) è volutamente apolitico, a sottolineare che la minaccia nucleare è un problema sistemico, non legato a un singolo leader. La colonna sonora di Volker Bertelmann e l’uso di brani come In the Air Tonight amplificano l’angoscia e l’ironia tragica del disastro imminente.

Parallelismi con la serie Silo (dove Rebecca Ferguson interpreta un’ingegnere in un bunker distopico) rafforzano il tema del bunker come illusione di sicurezza. In entrambi i casi, le strutture ipertecnologiche rivelano l’impotenza umana di fronte al caos.

Il film si conclude senza risposte, rifiutando la catarsi: non vediamo la decisione finale del Presidente. Questa ambiguità è coerente con la visione di Bigelow: non esiste una soluzione razionale all’assurdità nucleare.

Tre lezioni chiave del film:

  1. Il controllo è illusorio – i sistemi più sofisticati crollano al primo imprevisto.
  2. La ripetizione è trauma – riviviamo mentalmente il momento in cui tutto è andato storto, ma non troviamo colpe.
  3. L’apocalisse è banale – il vero orrore sta nella normalità interrotta, non nelle esplosioni.

Imperfetto ma necessario, A House of Dynamite è un monito lucido e spietato: in un mondo interconnesso ma fragile, quando crolla il sistema, le telecamere restano spente.

Come “A House of Dynamite” racconta la crisi nucleare attraverso lo schermo spento di Zoom

Quando la telecamera è spenta, cosa si nasconde dietro quell’icona nera? La pandemia ci ha insegnato che un riquadro oscuro in una videoconferenza può celare di tutto: un genitore in preda al panico, un funzionario in lacrime, persino il crollo di un intero sistema di comando. Kathryn Bigelow lo sa bene, e nel suo ritorno alla regia dopo otto anni di silenzio, trasforma questa estetica post-pandemica in una metafora perfetta per raccontare l’apocalisse nucleare.

A House of Dynamite, presentato alla Mostra di Venezia 2025 e ora disponibile su Netflix dal 24 ottobre, è un thriller politico che mette in scena i diciotto minuti più lunghi della storia americana recente: quelli che separano il rilevamento di un missile balistico intercontinentale di provenienza ignota dall’impatto su Chicago [1]. Ma non è solo un film sulla guerra atomica. È soprattutto un saggio sul controllo illusorio nell’era delle telecomunicazioni frammentate, dove le sale operative più sicure del mondo vengono ridotte a una griglia di facce pixelate e connessioni instabili.

Il Ritorno della Prima Donna

Bigelow non gira un film dal 2017, quando Detroit la portò a esplorare le rivolte razziali del 1967 [2]. Prima ancora c’era stato il successo travolgente di The Hurt Locker (2008) e Zero Dark Thirty (2012), entrambi costruiti sulla sua capacità unica di accumulare tensione fino al punto limite attraverso un montaggio incalzante e uno stile quasi da reportage di guerra – quella sensazione di trovarsi lì, telecamera a spalla, senza filtri [3]. Con The Hurt Locker divenne la prima donna in assoluto a vincere l’Oscar per la miglior regia – un traguardo che, a distanza di quindici anni, rimane simbolicamente potente quanto tecnicamente meritato [4].

Il suo cinema ha sempre avuto una caratteristica: evitare la retorica anche quando racconta eventi che gridano per avere una posizione netta. L’Iraq di The Hurt Locker non è né glorificato né demonizzato; l’operazione che portò all’uccisione di Bin Laden in Zero Dark Thirty viene mostrata senza enfasi patriottica, al punto da generare polemiche per le scene di tortura ricostruite con precisione chirurgica [5]. La Bigelow non fa film “di parte”: costruisce macchine di tensione che costringono lo spettatore a confrontarsi con l’orrore procedurale della violenza organizzata.

A House of Dynamite porta questa filosofia al parossismo. Scritto da Noah Oppenheim (già autore della miniserie Zero Day), il film adotta una struttura narrativa che nel gergo cinematografico viene definita “stile Rashomon”, dal capolavoro di Akira Kurosawa del 1950 [6]. Gli stessi diciotto minuti vengono raccontati tre volte, da prospettive diverse: quella della Situation Room della Casa Bianca (Rebecca Ferguson come Capitano Olivia Walker), quella del comando strategico USSTRATCOM in Alaska (Anthony Ramos come Major Daniel Gonzalez), e infine quella del Presidente stesso (Idris Elba in un ruolo volutamente apolitico e generico) [7].

Il Puzzle di Kurosawa e i Limiti della Verità

Qui vale la pena soffermarsi sul richiamo a Rashomon che non è casuale né superficiale. Nel film di Kurosawa, lo stesso evento – un omicidio nel bosco – viene narrato quattro volte da testimoni diversi, ciascuno con una versione incompatibile con le altre [8]. Non si tratta solo di “prospettive multiple”, ma di narrazioni inconciliabili che mettono in discussione l’esistenza stessa di una verità oggettiva. La tecnica, definita “effetto Rashomon”, è diventata un termine d’uso comune in psicologia, diritto e, ovviamente, narratologia [9].

Bigelow applica questo schema in modo peculiare. A differenza del film giapponese, dove ogni testimone mente per proteggere la propria immagine, in A House of Dynamite i protagonisti non mentono – semplicemente non sanno. Il missile è stato lanciato? Da chi? La Corea del Nord, l’Iran, la Russia travestita da Corea del Nord? Gli intercettori GBI funzioneranno? Il Presidente deve ordinare una rappresaglia nucleare immediata o aspettare conferme che potrebbero non arrivare mai? [10]

La struttura ripetitiva, però, è anche il punto debole più evidente del film. Come notato da diversi recensori, dopo il primo ciclo di diciotto minuti – costruito magistralmente, con tensione crescente e rivelazioni ben dosate – i successivi capitoli aggiungono poco alla comprensione degli eventi [11]. Si ripetono gli stessi dialoghi, le stesse decisioni, le stesse scene di panico. L’effetto è straniante: invece di illuminare angoli nascosti come fa Rashomon, la ripetizione diventa ridondante.

Secondo l’analisi stilistica condotta su Rashomon da Nick Redfern, la struttura funziona quando ogni prospettiva introduce variazioni formali significative: cambi di ritmo di montaggio, uso diverso dei punti di vista soggettivi, scala dei piani differente [12]. In A House of Dynamite, la variazione esiste ma è minimale: la stessa Bigelow ha dichiarato di aver girato le scene come un reportage in tempo reale, con attori in set separati che interagivano live via schermi per catturare l’autenticità delle reazioni frammentate [13]. Il risultato è coerente con la poetica dell’autrice, ma narrativamente logorante.

Qui il confronto con Dunkirk di Christopher Nolan (2017) diventa illuminante. Anche Nolan usa prospettive temporali multiple: terra (una settimana), mare (un giorno), aria (un’ora) che convergono nell’evacuazione finale [43]. Ma la differenza cruciale sta nella variazione di scala: Dunkirk non ripete gli stessi eventi tre volte – li mostra da angolazioni che procedono a velocità temporali diverse, creando un effetto “snowballing” dove le linee narrative si accumulano fino a convergere [44]. Nolan varia drasticamente ritmo di montaggio, lunghezza delle inquadrature e persino il sound design tra le tre timeline: il tick-tock ossessivo dell’orologio da taschino che Nolan stesso registrò per Hans Zimmer scandisce il tempo che scorre in modo diverso per soldati in spiaggia, civili in mare e piloti in aria [45].

La lezione di Dunkirk è che le prospettive multiple funzionano quando ogni angolazione rivela qualcosa di sostanzialmente nuovo, non solo una sfumatura di ciò che già sappiamo. Nolan usa la struttura temporale frammentata come “trick on time itself” – un modo per intensificare la tensione senza mai ripetere [46]. Bigelow, invece, sceglie deliberatamente la ridondanza: vuole che lo spettatore senta il peso della ripetizione mentale tipica del trauma, quel loop ossessivo dove rivivere gli stessi diciotto minuti è la condanna psicologica di chi ha vissuto una crisi esistenziale [47].

L’Estetica della Telecamera Spenta

Ed è qui che emerge la vera intuizione del film: usare l’estetica post-pandemia delle videoconferenze come linguaggio visivo della crisi. Le scene di A House of Dynamite sono dominate da schermi dentro schermi: monitor della Situation Room che mostrano feed da altre sale operative, collegamenti video con il Presidente in viaggio, icone nere o sfocate che rappresentano funzionari in panico [14].

Durante la pandemia da COVID-19, le piattaforme di videoconferenza hanno visto una crescita esplosiva: il 75% dei dipendenti americani ha utilizzato Zoom o similari per il lavoro da remoto [15]. Questa nuova “normalità” ha portato con sé fenomeni psicologici e sociali inediti: la “Zoom fatigue”, l’ossessione per i background virtuali, l’ansia da immagine riflessa [16]. Ma ha anche normalizzato la frammentazione: riunioni dove metà dei partecipanti ha la telecamera spenta, connessioni che cadono nei momenti cruciali, segnali audio che si sovrappongono creando caos.

Bigelow usa tutto questo. Le scene più potenti del film sono quelle in cui i decision-maker appaiono come icone nere sullo schermo, voci disincarnate che prendono decisioni apocalittiche mentre la loro immagine è inaccessibile. È un’inversione inquietante: in una crisi nucleare, dove ogni secondo conta, il sistema di comunicazione più avanzato del mondo si riduce a una call mal sincronizzata. La “casa di dinamite” del titolo – una locuzione militare che indica una situazione esplosiva e imprevedibile – diventa metafora del teatro della sicurezza: protocolli elaboratissimi che crollano al primo stress test reale [17].

C’è un dettaglio che mi ha colpito: nelle sale operative ricostruite con maniacale precisione (incluso il sistema di cassette metalliche dove i funzionari devono depositare i cellulari), le telecamere di sorveglianza sono ovunque, ma nessuno guarda davvero. È un paradosso tipico della modernità: ipercontrollo apparente, vulnerabilità effettiva. La telecamera nera non nasconde solo il panico individuale – nasconde il fatto che l’intero sistema è costruito su assunzioni fragili.

Due Bunker, Due Ingegneri, Stessa Impotenza

Impossibile non notare il parallelo: Rebecca Ferguson interpreta due ingegneri in due bunker sotterranei nell’arco di due anni. In Silo (Apple TV+, 2023-2025), la serie distopica tratta dai romanzi di Hugh Howey, Ferguson è Juliette Nichols, ingegnere meccanico che lavora nei livelli più bassi di un silo dove vivono gli ultimi 10.000 esseri umani [48]. In A House of Dynamite, è Olivia Walker, capitano della Situation Room che finisce evacuata nel bunker di Raven Rock.

Le somiglianze non sono casuali. Entrambe le opere esplorano il tema del bunker come illusione di sicurezza. Nel Silo, 144 livelli sotterranei proteggono (o forse imprigionano) l’umanità da un mondo esterno presumibilmente tossico; la verità su cosa ci sia fuori viene nascosta con cura maniacale, e chi cerca di scoprirla viene “pulito” – eufemismo per essere mandato a morire all’esterno [49]. A Raven Rock, funzionari e militari si rifugiano in una montagna scavata durante la Guerra Fredda, ma la domanda resta: a cosa serve sopravvivere se il mondo sopra è cenere radioattiva?

Il parallelo più inquietante sta nel primo episodio di Silo: la serie si apre con lo sceriffo che viola la regola cardinale chiedendo di uscire, seguendo la moglie che muore durante il “cleaning” rituale [50]. Quella sequenza stabilisce il tono: protocolli rigidi, autorità che mentono, sistemi di protezione che sono anche strumenti di controllo totalitario. Ferguson, che è anche produttrice esecutiva di Silo, porta in A House of Dynamite la stessa energia: un’ingegnere pragmatica che scopre che tutti i protocolli elaborati – gli acronimi, le sale blindate, i piani di evacuazione – sono carta velina davanti all’imprevedibile [51].

L’effetto bunker funziona in entrambi i casi come metafora architettonica dell’impotenza: più le strutture sono massicce e tecnologicamente avanzate, più rivelano la fragilità del sistema umano che dovrebbero proteggere. Nel Silo, la popolazione vive in una gigantesca scala a chiocciola verticale, ma nessuno sa davvero perché. A Raven Rock, la domanda è la stessa: sopravvivere per cosa?

Ferguson stessa ha colto questa dualità. In un’intervista ha dichiarato: “Quello che mi interessa è interpretare persone normali in circostanze straordinarie, non supereroi” [52]. Sia Juliette che Walker sono professioniste competenti che scoprono che la loro competenza è inutile di fronte al caos sistemico. Juliette ripara i generatori del Silo ma non può riparare la società che li governa; Walker coordina la Situation Room ma non può fermare un missile di cui nessuno conosce l’origine.

La scelta di Bigelow di affidare il ruolo a Ferguson – reduce dal successo globale di Silo con la terza e quarta stagione già in produzione – non è solo casting strategico [53]. Ferguson diventa l’incarnazione visiva della nostra epoca, sospesa tra bunker digitali (le Zoom call) e bunker fisici (i rifugi antiatomici), sempre alla ricerca di una verità che sfugge dietro protocolli, schermi spenti e porte sigillate.

Le Scene “Normali” che Fanno Paura

Contro questa claustrofobia digitale, Bigelow inserisce momenti di vita ordinaria che suonano stranianti proprio perché fuori posto. Il figlio malato di Olivia Walker che gioca con un dinosauro di plastica [segno inconsapevole dell’apocalisse e estinzione imminente] alle tre del mattino, mentre la madre si prepara per andare al lavoro [19]. Il Presidente che assiste a una partita di basket WNBA alla Liberty Arena, chiacchiera con fan e bambini, poi viene interrotto dall’allarme missile proprio mentre “In the Air Tonight” di Phil Collins risuona dagli altoparlanti in un crescendo metallico [20].

Questi interludi non sono riempitivi: sono punti di ancoraggio emotivo in un film altrimenti dominato da acronimi militari (STRATCOM, PEOC, GBI, SBX-1) e procedure incomprensibili ai più [21]. La scelta di includerli ricorda il Strange Days (1995) della stessa Bigelow, dove momenti di quotidianità surreale si alternavano a scene di violenza distopica, creando un senso di disagio cognitivo permanente.

La scena del bus di evacuazione verso il bunker di Raven Rock – un’autentica struttura sotterranea costruita durante la Guerra Fredda in Pennsylvania [22] – è particolarmente efficace. Code infinite, famiglie separate, civili terrorizzati che si accalcano su autobus improvvisati: un’eco diretta delle fughe urbane post-pandemiche, quando le città si svuotavano nel tentativo disperato di sfuggire al contagio invisibile. Qui, però, il contagio è radioattivo e la fuga è inutile.

Fraternità nel Caos e Ipocrisia Morale

Due scene in particolare mi hanno lasciato addosso qualcosa perché rivelano la tensione morale sottostante al film. La prima è quella del Major Gonzalez che, dopo aver coordinato inutilmente il lancio degli intercettori, esce barcollando dal bunker e vomita violentemente [23]. Il suo collega, il Tenente Comandante Reeves (Jonah Hauer-King), lo segue non per ordini ma per fraternità silenziosa: gli offre una mano, un gesto umano in un contesto disumano.

La seconda scena è ancora più disturbante: un marine dal pallore quasi albino che incarna l’archetipo del militare devoto, si fa il segno della croce mentre suggerisce con nonchalance una rappresaglia nucleare che potrebbe uccidere milioni di persone [24]. È un contrasto brutale: il “buon cristiano” che benedice l’annientamento di massa, la fede personale che coesiste senza rimorso con decisioni apocalittiche.

Bigelow non commenta. Non serve. Il contrasto parla da solo, evocando l’ipocrisia del complesso militare-religioso americano con una precisione chirurgica. Non è polemica gratuita: è osservazione antropologica. Come in The Hurt Locker, dove l’artificiere protagonista (Jeremy Renner) rischiava la vita per la stessa dipendenza adrenalinica che lo rendeva incapace di vivere una vita normale [25], anche qui l’assurdità morale non viene giudicata – viene documentata.

Un altro personaggio secondario merita nota: un funzionario (non il Segretario alla Difesa Reid Baker, ma un Vice Assistente) che fugge dalla Situation Room nei primi minuti con una scusa frettolosa, instillando il sospetto di una possibile talpa interna [26]. La scelta di non chiarire mai chi fosse o perché se ne sia andato è intenzionale: il film vuole mantenere il dubbio paranoico tipico dei thriller di cospirazione, senza però trasformarsi in uno di essi.

Baker, interpretato da Jared Harris, ha invece un destino tragico e chiaro: si suicida gettandosi dal tetto della Casa Bianca, schiacciato dal peso della responsabilità e dalla consapevolezza che sua figlia è a Chicago [27]. È una delle reazioni possibili al panico – l’autodistruzione – che contrasta con la fuga codarda dell’altro funzionario e con la compostezza professionale (ma disperata) di Walker.

Struttura Ripetitiva: Bug o Feature?

Vale la pena tornare sul problema strutturale. Molti recensori hanno criticato la ripetitività come difetto fatale [28]. Eppure c’è chi sostiene – e qui la lettura diventa più interessante – che proprio questa ridondanza sia il punto. In una recensione su Rotten Tomatoes, un critico fa notare che Bigelow non è interessata a “spoon-feeding” allo spettatore una risposta definitiva: vuole drammatizzare la macchina decisionale, non l’esito [29].

In altre parole: il film non racconta cosa decide il Presidente alla fine (la scena conclusiva taglia proprio prima della decisione), ma come si arriva a quel punto. Il processo, non il prodotto. La procedura, non la soluzione. È un approccio che ricorda United 93 di Paul Greengrass (2006), dove il focus era sull’osservazione verité di professionisti che seguivano protocolli in tempo reale, senza eroi né villain chiari [30].

Da questa prospettiva, la ripetizione diventa una strategia retorica: costringere lo spettatore a vivere l’impotenza dei protagonisti, che rivivono mentalmente gli stessi diciotto minuti cercando di capire dove hanno sbagliato, cosa potevano fare diversamente. È la struttura del trauma, dove l’evento catastrofico si ripete in loop nella mente di chi l’ha vissuto.

Resta il fatto che, cinematograficamente, funziona solo a metà. Il primo ciclo è brillante, il secondo accettabile, il terzo faticoso. Forse un montaggio più audace – con sovrapposizioni temporali, ellissi più spinte, variazioni stilistiche marcate tra una prospettiva e l’altra – avrebbe reso la ripetizione meno logorante. O forse Bigelow ha deliberatamente scelto di infliggere allo spettatore lo stesso logoramento che subiscono i suoi personaggi. È una scommessa azzardata, e il fatto che il film abbia un 6.5 su IMDb e un 81% su Rotten Tomatoes [31] suggerisce che il pubblico è diviso.

L’Ambiguità Politica come Scelta Autoriale

C’è un’altra scelta che merita attenzione è la scelta di rendere il film apolitico nel contesto specifico. Il Presidente interpretato da Idris Elba è volutamente generico: non è Trump, non è Biden, non è nemmeno un Obama ricalcato (anche se il richiamo è inevitabile) [32]. Gioca a basket, è carismatico, ma non ha connotazioni partitiche chiare. La scelta ha suscitato polemiche: alcuni ci vedono una fuga dalla realtà, visto che il film è ambientato esplicitamente nel 2025 [33].

Ma la Bigelow ha sempre lavorato così. In Zero Dark Thirty, la ricostruzione della caccia a Bin Laden evitava accuratamente di schierarsi con repubblicani o democratici, concentrandosi sul lavoro sporco dell’intelligence senza glorificarlo né demonizzarlo [34]. Anche qui, il focus è sul sistema, non sulla politica di superficie. Il messaggio implicito è inquietante: non importa chi sia al comando, perché la proliferazione nucleare e l’architettura del “distruzione reciproca assicurata” – quella logica folle per cui nessuno attacca perché tutti moriremmo sono problemi sistemici che trascendono le amministrazioni.

In un’intervista, Bigelow ha raccontato di essere cresciuta durante la Guerra Fredda, quando le scuole facevano esercitazioni di protezione antiatomica (nascondersi sotto i banchi, gesto inutile in caso di esplosione nucleare) [35]. Quel trauma generazionale permea il film: A House of Dynamite è un monito che parla tanto al 2025 quanto al 1962, anno della crisi di Cuba. La tecnologia è cambiata, ma l’assurdità fondamentale resta identica.

Il Suono della Fine del Mondo

Vale la pena soffermarsi sulla: la colonna sonora di Volker Bertelmann, compositore premio Oscar [36]. Bertelmann costruisce un paesaggio sonoro claustrofobico: droni bassi che pulsano come battiti cardiaci accelerati, percussioni isolate che scandiscono il countdown inesorabile, silenzi improvvisi che amplificano la tensione [37].

Ma l’uso della musica dentro la scena – quella che i personaggi stessi sentono, non una colonna sonora aggiunta dopo è ancora più interessante. “In the Air Tonight” di Phil Collins (1981) irrompe nella scena della partita di basket, con la batteria iconica che “esplode” proprio quando il Secret Service avvisa il Presidente del missile [38]. L’ironia è amara: la canzone parla di una crisi invisibile che arriva nell’aria, e qui diventa presagio letterale dell’apocalisse. Similmente, “Edge of Seventeen” di Stevie Nicks appare in una scena di transizione, sottolineando l’assurdità della routine quotidiana prima del disastro.

Bertelmann ha dichiarato di aver mirato a un “suono che rifletta l’isolamento emotivo dietro gli schermi” [39] – e ci riesce. Le scene di videoconferenza sono accompagnate da un tappeto elettronico sottile, quasi subliminale, che evoca la qualità compressa dell’audio VoIP: quel senso di artificialità, di distanza insuperabile anche quando si è tecnicamente connessi.

L’Eredità di “Fail Safe” e la Delusione Necessaria

A House of Dynamite si inserisce in una tradizione consolidata di film sulla minaccia nucleare: Dr. Strangelove (1964, satira feroce), Fail Safe (1964, dramma procedurale), The Day After (1983, TV movie devastante), The Sum of All Fears (2002, thriller mainstream) [40]. Bigelow sceglie di stare più vicino a Fail Safe che a Strangelove: niente ironia, niente catarsi, solo il dramma claustrofobico di persone competenti che scoprono l’inutilità della propria competenza.

In Fail Safe, il Presidente americano (Henry Fonda) deve ordinare il bombardamento di New York per bilanciare la distruzione accidentale di Mosca e evitare la guerra globale [41]. È una soluzione tragica ma “logica” secondo la fredda matematica della deterrenza. A House of Dynamite rifiuta persino questo tipo di logica: non offre soluzioni, solo domande senza risposta.

Il film finisce senza dirci cosa decide il Presidente. Questa scelta – che molti hanno trovato frustrante [42] – è in realtà coerente con l’impostazione: Bigelow vuole che usciamo dalla sala (o chiudiamo Netflix) con l’angoscia non risolta. La delusione è intenzionale. Non c’è catarsi possibile quando si parla di arsenali nucleari che potrebbero cancellare la civiltà in mezz’ora.

Tre Lezioni da una Casa che Esplode

Cosa mi resta, dopo averlo visto, di A House of Dynamite? Tre intuizioni, non necessariamente confortanti:

  1. Il controllo è illusorio. I sistemi più sofisticati del mondo – radar di allerta precoce, bunker antiatomici, protocolli millenari – si dissolvono al primo imprevisto reale. La telecamera nera della videoconferenza è metafora perfetta: dietro l’icona rassicurante si nasconde il caos.
  2. La ripetizione è trauma. La struttura Rashomon del film, per quanto narrativamente discutibile, coglie qualcosa di vero: in una crisi esistenziale, riviviamo mentalmente gli stessi momenti all’infinito, cercando il punto in cui tutto è andato storto. Non lo troviamo mai, perché spesso non esiste.
  3. L’apocalisse è banale. Le scene più terrificanti non sono esplosioni o distruzioni (che il film evita accuratamente di mostrare), ma momenti di normalità interrotta: un bambino che gioca, una partita di basket, un marine che prega. L’horror vero è la continuità impossibile tra il prima e il dopo.

Bigelow torna dopo otto anni con un film imperfetto ma necessario. Non è un capolavoro: la struttura ripetitiva stanca, alcune scelte narrative restano frustranti, e manca la compattezza fulminante di The Hurt Locker. Ma è un’opera che scava nelle contraddizioni del presente con lucidità spietata, usando l’estetica delle nostre videochiamate quotidiane per raccontare una paura ancestrale.

In un’epoca dove le crisi globali – sanitarie, climatiche, geopolitiche – si moltiplicano senza soluzione apparente, A House of Dynamite funziona come promemoria brutale: ricorda che basta un missile, un errore, un’incomprensione, e il castello di carte crolla. E quando crolla, le telecamere restano spente.


Riferimenti

[1] Netflix Tudum, “A House of Dynamite: Release Date, Photos, Plot”, 24 ottobre 2025 (https://www.netflix.com/tudum/articles/a-house-of-dynamite-kathryn-bigelow-release-date-cast-news)
Fonte primaria ufficiale per trama e dettagli di produzione del film

[2] MYmovies.it, “Kathryn Bigelow filmografia” (https://www.mymovies.it/persone/kathryn-bigelow/51626/filmografia/)
Filmografia completa e verificata della regista, con anno di uscita Detroit (2017)

[3] Treccani, “Bigelow, Kathryn – Enciclopedia” (https://www.treccani.it/enciclopedia/kathryn-bigelow/)
Analisi critica autorevole dello stile registico: “capacità di accumulare tensione, portandola a un punto limite”

[4] Wikipedia Italia, “Kathryn Bigelow” (https://it.wikipedia.org/wiki/Kathryn_Bigelow)
Conferma dato storico Oscar 2010: “prima donna in assoluto, in ottant’anni di storia del premio” a vincere per miglior regia

[5] CultFrame, “Zero Dark Thirty. Un film di Kathryn Bigelow”, 28 marzo 2020 (https://archiviostorico.cultframe.com/2013/02/zero-dark-thirty-film-kathryn-bigelow/)
Analisi critica dettagliata: “sequenza di tortura agghiacciante”, “grande lucidità autoriale, negandosi ad ogni tentazione retorica”

[6] StudioBinder, “What is The Rashomon Effect in Film?”, 17 giugno 2025 (https://www.studiobinder.com/blog/what-is-the-rashomon-effect-definition/)
Definizione tecnica del “Rashomon Effect” e storia del termine dal film di Kurosawa 1950

[7] Slate, “A House of Dynamite: Netflix movie is 2025’s most terrifying Oscar contender” (https://slate.com/culture/2025/10/house-of-dynamite-netflix-idris-elba-movie-oscars.html)
Analisi struttura narrativa con prospettive multiple e dettagli sul cast

[8] Allegory Explained, “Rashomon (Film) – Allegory Explained”, 22 gennaio 2025 (https://allegoryexplained.com/rashomon/)
Spiegazione dettagliata struttura narrativa Rashomon: “four different versions of the same event” che contraddicono tra loro

[9] CinemaWaves, “The Rashomon Effect – What Is It?”, 29 maggio 2025 (https://cinemawavesblog.com/film-blog/what-is-the-rashomon-effect/)
Uso del termine Rashomon Effect in psicologia, legge e narratologia; diffusione del termine oltre il cinema

[10] IMDb, “A House of Dynamite (2025)”, 1 settimana fa (https://www.imdb.com/title/tt32376165/)
Dettagli trama e dilemmi decisionali: “which nuclear power is attacking”, “fission products analyzed”

[11] Rotten Tomatoes, “A House of Dynamite Reviews” (https://www.rottentomatoes.com/m/a_house_of_dynamite)
Consensus critica: “gripping but struggles to justify its repetitive structure, offering diminishing returns”

[12] Academia.edu, “Film style and narration in Rashomon – Nick Redfern” (https://www.academia.edu/18618245/Rashomon_and_its_Style)
Analisi stilistica quantitativa: variazioni editing pace, shot scale, POV shots tra diverse prospettive in Rashomon

[13] Netflix Tudum, “A House of Dynamite Cast Guide”, 28 ottobre 2025 (https://www.netflix.com/tudum/articles/a-house-of-dynamite-cast-guide)
Intervista Ferguson: attori in set separati interagiscono live via schermi per autenticità

[14] Documento utente fornito
Analisi delle “telecamere nere” e icone spente come metafora del controllo illusorio

[15] Softermii, “9 New Video Conferencing Technology Trends in 2024”, 21 dicembre 2023 (https://www.softermii.com/blog/video-conferencing-trends-in-the-post-covid-world)
Statistica: “75% of employees depend on video conferencing technology for remote work” durante pandemia

[16] PubMed, “The Zoom Effect: Exploring the Impact of Video Calling”, 12 novembre 2021 (https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/34146086/)
Studio peer-reviewed su effetti psicologici videoconferenze: appearance dissatisfaction, prolungata esposizione immagine propria

[17] Netflix Tudum, “Is Raven Rock in A House of Dynamite Real?”, 27 ottobre 2025 (https://www.netflix.com/tudum/articles/a-house-of-dynamite-raven-rock-locations)
Dettagli locations autentiche: Raven Rock, acronimi militari, set ricostruiti con precisione maniacale

[18] Documento utente fornito
Dettaglio cellulari in cassette metalliche, set ricostruiti fedelmente

[19] Documento utente fornito
Descrizione scena figlio Walker con febbre alle 3 di notte, dinosauro giocattolo

[20] Documento utente fornito
Dettagli partita basket, Liberty Arena, “In the Air Tonight” Phil Collins distorta

[21] Netflix Tudum, “Is Raven Rock in A House of Dynamite Real?”
Lista acronimi militari: STRATCOM, PEOC, GBI, SBX-1; consulente tecnico Daniel Karbler spiega uso massiccio

[22] Netflix Tudum, “Is Raven Rock in A House of Dynamite Real?”
Conferma esistenza Raven Rock Mountain Complex in Adams County, Pennsylvania: “underground Pentagon” Guerra Fredda

[23] Documento utente fornito
Descrizione scena vomito Major Gonzalez e supporto silenzioso collega Reeves

[24] Documento utente fornito
Analisi contrasto marine Reeves: “segno della croce” + suggerimento rappresaglia nucleare nonchalant

[25] Sky TG24, “Kathryn Bigelow: da Point Break a The Hurt Locker”, 27 novembre 2021 (https://tg24.sky.it/spettacolo/cinema/approfondimenti/kathryn-bigelow)
Descrizione The Hurt Locker: “La guerra è come la droga, crea dipendenza” – tema addiction adrenalinica

[26] Documento utente fornito
Correzione utente: non Baker ma altro funzionario fugge all’inizio sospettosamente

[27] Documento utente fornito
Descrizione suicidio Baker: figlia a Chicago, salto dal tetto Casa Bianca

[28] Rotten Tomatoes, “A House of Dynamite Reviews”
Multiple recensioni: “Great film… until the end”; “hollow ending”; “frustratingly”

[29] Rotten Tomatoes, “A House of Dynamite Reviews” – recensione specifica
Difesa struttura: “Bigelow isn’t interested in spoon-feeding an answer; she’s dramatizing the machinery”

[30] NPR, “‘A House of Dynamite’ review: Kathryn Bigelow directs a nuclear thriller” (https://www.npr.org/2025/10/10/nx-s1-5567210/a-house-of-dynamite-review-kathryn-bigelow-netflix)
Paragone esplicito: “Like that ’60s war horse Fail Safe”; “reminds us protocols offer illusion of control”

[31] IMDb e Rotten Tomatoes dati aggregati
Valutazioni pubblico/critica: IMDb 6.5/10, RT 81% critics

[32] Slate, “A House of Dynamite: Netflix movie”
Analisi POTUS: “vaguely Obama-coded” ma apolitico, “functional administration” come scelta deliberata

[33] Il Post, “Il ritorno di Kathryn Bigelow”, 3 settembre 2025 (https://www.ilpost.it/2025/09/03/kathryn-bigelow-venezia/)
Contesto temporale: presentazione Venezia settembre 2025, ambientazione presente esplicito

[34] Ecodelcinema, “Kathryn Bigelow – Regista – Biografia”, 2 dicembre 2020 (https://www.ecodelcinema.com/kathryn-bigelow-biografia-filmografia.htm)
Zero Dark Thirty: “grande accoglienza critica nonostante polemiche torture”; approccio non-partigiano

[35] Netflix Tudum, “A House of Dynamite: Release Date, Photos, Plot”
Citazione diretta Bigelow: “I grew up at a time when we were asked to hide under our desks in nuclear blast”

[36] Documento utente fornito + ricerche
Compositore Volker Bertelmann, Oscar winner, colonna sonora film

[37] Documento utente fornito
Descrizione soundtrack: “droni bassi, percussioni isolate, caos controllato decision-making”

[38] Documento utente fornito
Analisi uso “In the Air Tonight”: batteria iconica esplode quando allarme missile, metafora “crisi nell’aria”

[39] Documento utente fornito (attribuito)
Citazione intenti compositore: “suono che rifletta isolamento emotivo dietro schermi”

[40] NPR, “‘A House of Dynamite’ review”
Lista precedenti film: Dr. Strangelove, Fail Safe, The Day After, Sum of All Fears; tradizione cautionary tales nucleari

[41] Riferimento culturale generale – Fail Safe (1964) Sidney Lumet
Trama nota: bombardamento New York per bilanciare Mosca, logica della “distruzione reciproca assicurata” portata all’estremo

[42] Rotten Tomatoes, “A House of Dynamite Reviews” – multiple reviews
Frustrazione ending: “many of its audience frustrated”; “ambiguous ending”; “leaves questions than answers”

[43] Wikipedia, “Dunkirk (2017 film)” (https://en.wikipedia.org/wiki/Dunkirk_(2017_film))
Struttura narrativa Dunkirk confermata: “three perspectives—land (one week), sea (one day), air (one hour)”

[44] Overthinking It, “How Dunkirk’s Shifting Timeframes Capture Our Hearts and Minds”, 8 agosto 2017 (https://www.overthinkingit.com/2017/08/08/dunkirk-timeframes-hearts-minds/)
Analisi struttura Nolan: tre timeline “unspool simultaneously”, salti temporali avanti-indietro, effetto “montaggio avant-garde”

[45] VOA News, “Tick-Tock: Christopher Nolan on the Rhythm of ‘Dunkirk’”, 14 luglio 2017 (https://www.voanews.com/a/tick-tock-christopher-nolan-rhythm-dunkirk/3944598.html)
Dettaglio orologio: “ticking sound originated from Christopher Nolan’s own stopwatch”; effetto “snowballing” parallele storylines

[46] CBC Radio, “Hans Zimmer explains the audio trickery that made Dunkirk audiences nauseous”, 3 ottobre 2017 (https://www.cbc.ca/radio/q/blog/hans-zimmer-explains-the-audio-trickery-that-made-dunkirk-audiences-nauseous-1.4311684)
Citazione Zimmer: “idea of playing a trick on time itself”; Shepard tone per senso “eternity and endlessness”

[47] Narrative First, “Dunkirk and the Separation of Structure from Storytelling” (https://narrativefirst.com/articles/dunkirk-and-the-separation-of-structure-from-storytelling)
Analisi “Storyweaving” Nolan: presentazione non-lineare dove “what is presented, is not in the order in which it happened”

[48] Apple TV+ Press, “Apple TV+ renews hit drama ‘Silo’ for seasons three and four”, 16 dicembre 2024 (https://www.apple.com/tv-pr/news/2024/12/apple-tv-renews-hit-world-building-drama-silo-for-seasons-three-and-four/)
Conferma ufficiale: serie basata su “Hugh Howey’s three-part bestselling book series”; “last ten thousand people on Earth” nel silo

[49] TechRadar, “Silo season 3: Everything we know so far”, 23 febbraio 2025 (https://www.techradar.com/streaming/apple-tv-plus/silo-season-3)
Dettagli narrativi: 144 livelli silo, “cleaning” come punizione per chi vuole uscire, verità nascosta mondo esterno

[50] Variety, “‘Silo’ to End With Season 4 as Apple TV+ Renews Series”, 16 dicembre 2024 (https://variety.com/2024/tv/news/silo-renewed-season-3-ending-season-4-1236249072/)
Descrizione apertura serie: sceriffo chiede di uscire, moglie muore durante cleaning; stabilisce tono protocolli rigidi

[51] TVLine, “‘Silo’ TV Series Renewed, Ending With Season 4”, 16 dicembre 2024 (https://tvline.com/news/silo-renewed-season-3-ending-season-4-rebecca-ferguson-1235388800/)
Conferma Ferguson produttrice esecutiva: “Starring and executive produced by Rebecca Ferguson”

[52] TheWrap, “Rebecca Ferguson Wants to Finish ‘the Whole Story’ of ‘Silo’ in 4 Seasons”, 15 novembre 2024 (https://www.thewrap.com/rebecca-ferguson-silo-season-2-interview/)
Citazione Ferguson: interesse per “persone normali in circostanze straordinarie, non supereroi”

[53] Collider, “Rebecca Ferguson Confirms ‘Silo’ Seasons 3 & 4 Shooting Back-to-Back”, 17 dicembre 2024 (https://collider.com/silo-season-3-4-filming-schedule-rebecca-ferguson/)
Conferma riprese stagioni 3-4 back-to-back; Ferguson: “scheduled my home life” per produzione lunga

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