Quando la Cultura Diventa Infrastruttura Sociale
riassunto
Martedì 31 ottobre 2025, a Città della Scienza di Napoli, si è tenuto il Future Lab: Cultura e Salute per un Nuovo Cultural Welfare, un momento cruciale in cui ricercatori, designer, istituzioni e operatori culturali hanno avanzato un’idea rivoluzionaria: la partecipazione culturale è una forma di igiene pubblica, non un optional. Musei, biblioteche e mostre, se progettati come spazi ospitali e inclusivi, possono mitigare ansia, depressione, solitudine e disgregazione sociale — esattamente come un acquedotto garantisce salute fisica.
L’Italia vive una “crisi invisibile”: non solo economica, ma di coesione sociale. Dati ISTAT e ISS (2023-2024) mostrano un aumento di disturbi mentali, isolamento (14% degli over 65 in condizioni gravi) e crollo della partecipazione civica. A differenza di altri Paesi con PIL più basso ma benessere superiore, l’Italia ha visto scomparire i “terzi posti” — spazi informali di incontro — sostituiti da consumo individualizzato e algoritmi.
Il cultural welfare propone una risposta sistemica: integrare la cultura nei servizi di salute pubblica. In Svezia e Norvegia, i medici prescrivono visite a musei o laboratori artistici, rimborsati come interventi preventivi. In Italia, si tratterebbe di trasformare ospedali, case di riposo e centri per migranti in luoghi dove arte, narrazione e scoperta condivisa diventano terapie collettive, misurabili con indicatori clinici (riduzione di ansiolitici, miglioramento del sonno, ecc.).
Napoli è simbolo di questa sfida: città ricca di patrimonio culturale ma con alti tassi di disagio. Il Cultural Welfare cerca di ricucire questa frattura, facendo della cultura non un archivio elitario, ma uno strumento di guarigione sociale.
Tuttavia, il modello presenta rischi: paternalismo terapeutico, gentrificazione culturale (accesso limitato ai più vulnerabili) e mercificazione (trasformazione della cultura in servizio privato di benessere). Per evitarli, servono accesso gratuito, investimenti pubblici strutturali e una visione non individualistica.
Storicamente, il legame tra cultura e salute non è nuovo: dal Rinascimento alle accademie illuministe, fino ai circoli del Novecento, la cultura è sempre stata spazio di rigenerazione collettiva. Dagli anni ’90, però, è stata ridotta a lusso o intrattenimento.
Per diventare reale, il cultural welfare richiede quattro pilastri:
1) una legge nazionale che lo riconosca come fattore di salute pubblica;
2) finanziamenti stabili (non a progetto);
3) integrazione nei servizi sanitari territoriali;
4) metriche di benessere, non solo affluenza.
La vera barriera non è economica, ma culturale: non crediamo abbastanza che la cultura possa guarire. Eppure, se i dati mostrano che previene la depressione meglio di molti farmaci, perché non finanziare un museo come un reparto di cardiologia? Il Future Lab di Napoli lancia una sfida: provare, per un anno, a invertire le priorità. Il risultato potrebbe essere ciò che la società italiana cerca da decenni, senza saperlo nominare.
La scoperta italiana del cultural welfare: perché i musei non sono orpelli, ma fondamenta di una società che funziona.
Apertura
Martedì 31 ottobre, a Napoli, a Città della Scienza, un’équipe di ricercatori e designer ha radunato docenti, studenti, progettisti intorno a una premessa che, a dirla così, suona quasi eretica: la partecipazione culturale è una forma di igiene pubblica. Non metafora. Letterale. Come l’acquedotto Pont du Gard non era decorazione ma infrastruttura1, così un museo, una biblioteca, una mostra ben pensata non è optional culturale bensì fattore concreto di salute collettiva—capace di mitigare ansia, depressione, isolamento sociale, incertezza esistenziale.
Questo Future Lab: Cultura e Salute per un Nuovo Cultural Welfare rappresenta uno snodo interessante: non è convegno di sociologia da salotto, né documento di policy ancora teorico. È il momento in cui un’idea comincia a cristallizzarsi in prassi, e gli attori (università, istituzioni, musei stessi) si chiedono: come costruiamo infrastrutture culturali che funzionano davvero come fattori di benessere sistematico?
La domanda, apparentemente piccola, tocca una trave portante della società contemporanea.
La Crisi Invisibile: Quando il Benessere Inizia a Sbriciolarsi
Per capire il contesto, conviene partire dal negativo. L’Italia vive, dagli anni Duemila, un lento collasso di fiducia collettiva. Non è recessione tout court—è qualcosa di più profondo: erosione della coesione sociale. I dati sono noti: tassi di suicidio in crescita (soprattutto tra uomini over 65), disturbi d’ansia generalizzata con sensibile incremento negli ultimi anni, depressione atipica che colpisce senza avvisaglia, solitudine pandemica che persiste anche a pandemia conclusa. Secondo i criteri ISS/ISTAT 2023-2024, il 14% degli over 65 è in condizioni di isolamento sociale grave; percentuali più elevate si riferiscono invece a una ridotta frequenza di relazioni sociali, non a isolamento vero e proprio.
Una narrazione consolante dice: “Colpa della crisi economica”. Forse. Ma la crisi è mondiale, e paesi con PIL pro-capite inferiore all’Italia (Grecia, Portogallo) registrano indici di benessere psicologico superiori. C’è, cioè, una variabile nascosta.
Quella variabile ha nome: tessuto connettivo sociale. E il tessuto connettivo contemporaneo, almeno in Italia, si è stappezzato da una parte in su. Il volontariato è sceso. La partecipazione a vita civica—non voting, ma incontro ordinario—è in calo significativo negli ultimi due decenni, con variazioni dal -3% al -15% secondo gli ultimi dati ISTAT 2024, a seconda della tipologia di organizzazione. I “terzi posti” (il bar, l’oratorio, la biblioteca comunale) sono scomparsi o si sono trasformati in zone di transito anonime. La televisione privata ha rimpiazzato i circoli di lettura. L’algoritmo ha rimpiazzato l’incontro casuale che fonda comunità.
In questo quadro di rarefazione, cosa resta di capace di creare aggregazione non strumentale, cioè incontro per incontro, scoperta collettiva, meraviglia condivisa?
La cultura. O almeno: quella forma di cultura che non è intrattenimento mass-market, ma esperienza ospitale—il museo che ti accoglie perché stai male, la biblioteca che sa il tuo nome, la mostra che ti fa scoprire che il tuo disagio ha una forma già raccontata da altri, quindi meno alienante.
Cultural Welfare: Una Definizione Pratica
Qui conviene essere precisi. Cultural welfare non è “il museo gratuito il primo lunedì”. Non è neanche “più programmi educativi nelle scuole”. È qualcosa di più sistematico: una ridefinizione della struttura sanitaria stessa, dove la cultura (non come nicchia elitaria, ma come pratica di scoperta condivisa) entra nelle priorità di salute pubblica esattamente come la cardiologia o l’oncologia.
Come funzionerebbe?
Innanzitutto, riconoscimento formale che la frequentazione culturale è “prescrizione medica”. Non una battuta—in Svezia e Norvegia esiste. Il medico di base può prescrivere visite a musei, partecipazione a letture pubbliche, laboratori di teatro comunitario. Le casse mutue rimborsano (parzialmente). È catalogato come “intervento preventivo”.
In secondo luogo, integrazione strutturale tra servizi sanitari e culturali. Un ospedale psichiatrico day-hospital non è soltanto farmaci e terapia cognitiva, ma laboratorio di disegno settimanale con un artista. Una casa di riposo non è soltanto assistenza infermieristica, ma residenza temporanea di musicisti, letture drammatizzate di classici, passeggiata settimanale in un museo con curatore che racconta. Un centro di accoglienza per rifugiati non parla soltanto la loro lingua burocratica, ma li invita a leggere poesia nella loro lingua madre, condivisa in pubblico.
Infine, metriche. Come misuriamo che funziona? Non con sondaggi generici (“Era bello?”), ma con parametri clinici: riduzione di episodi depressivi, miglioramento della qualità del sonno, riduzione di prescrizioni di ansiolitici, aumento di interazioni sociali segnalate dai beneficiari, minore senso di estraneità.
La ricerca internazionale (soprattutto scandinava e britannica, dove il cultural welfare è già stato pilotato) documenta correlazioni significative tra partecipazione culturale attiva e benessere psicologico. Secondo il rapporto OMS di Fancourt & Finn (2019), esaminando oltre 3000 studi globali, la partecipazione culturale è associata a una riduzione fino al 31% del rischio di mortalità per tutte le cause negli adulti più anziani; studi specifici mostrano inoltre correlazioni con minore prevalenza di depressione e ansia, benché le percentuali varino in base al tipo di intervento e alla popolazione. I dati sulla depressione geriatrica specificamente variano tra studi (alcuni riferiscono riduzioni del 15-20%), ma le evidenze convergono su un effetto protettivo complessivo.
Questi numeri non sono miracoli. Sono semplicemente il ritorno su ciò che le società occidentali hanno saputo per secoli—il teatro pubblico, l’accademia, il museo collettivo, la biblioteca civica—come architrave di coesione, poi smontata negli ultimi trent’anni a favore di svago individualizzato, consumo privatistico, intrattenimento su richiesta.
Perché Questo Accade (e Perché Accade Adesso, Proprio a Napoli)
Napoli non è scelta casuale. La città ha, storicmente, due anime conflittuali: da un lato, patrimonio culturale straordinario (musei, scavi, archivi, letteratura); dall’altro, disgregazione sociale cronica, criminalità radicata, senso di marginalità istituzionale. Questi due aspetti convivono senza toccarsi. Il Museo Archeologico Nazionale è tra i più importanti d’Italia, ma molti napoletani non vi sono mai entrati. Caravaggio ha dipinto qui capolavori che respirano ancora, eppure il tasso di suicidio a Napoli è tra i più alti del Meridione.
Questa scissione tra ricchezza culturale astratta e povertà di benessere concreto è il problema che il Cultural Welfare prova a ricucire. Non nascondendo la frattura, ma usandola come leva: se la cultura non salva la gente, allora non è vera cultura, è solo archivio. Quindi: come facciamo sì che la cultura lavori?
Città della Scienza, che ha ospitato il Future Lab il 31 ottobre, è nata esattamente da questa tensione. Fondato nei Novanta da una visione radicale—la scienza come linguaggio pubblico accessibile, non élitista—la struttura rappresenta già l’idea che il sapere non è ornamento, ma fondamenta. L’estensione a “cultural welfare” è il passo logico: non basta che la scienza sia diffusa; deve guarire.
I Numeri (Fragili, ma Significativi)
L’Italia, secondo dati ISTAT 2024 e ISS 2023-2024, registra:
- 34% della popolazione che non visita mai musei, mostre, spettacoli teatrali (ISTAT 2024)
- 14% degli over 65 in condizioni di isolamento sociale grave, secondo i criteri ISS/ISTAT; percentuali più alte si riferiscono a ridotta frequenza di relazioni sociali
- Sensibile incremento delle diagnosi di ansia: studi nazionali stimano un aumento del 6-10% negli ultimi anni (ISS, State of Mind 2025), anche se un dato consolidato unico non è ancora disponibile
- Partecipazione a organizzazioni civiche in calo: la riduzione varia dal -3% al -15% secondo il tipo di associazione, dati ISTAT 2024
Contestualmente, la ricerca internazionale (Fancourt & Finn, OMS 2019; Chatterjee et al., 2018) documenta correlazioni significative:
- Partecipazione culturale regolare è associata a minore prevalenza di depressione e ansia in diverse fasce di età
- Frequentazione di musei e patrimonio culturale correla con una riduzione fino al 31% del rischio di mortalità per tutte le cause negli adulti più anziani (Fancourt & Finn, 2019)
- Partecipazione a laboratori artistici in comunità mostra correlazioni significative con riduzione della solitudine
- Partecipazione attiva a eventi culturali è associata a miglior benessere psicologico percepito
I dati non provano causalità, certo. Ma suggeriscono direzione: quando la cultura ritorna a essere fatto comunitario e non consumo solitario, il benessere psicologico sale.
Angoli Scomodi (e Perché Non Evitarli)
Il cultural welfare, però, ha insidie che vanno nominate.
Primo: il rischio di paternalismo terapeutico. “Vieni al museo, ti farà bene”—pronunciato da un assistente sociale, suona come medicina coatta. La cultura funziona quando è desiderio, non obbligo. Se diventa prescrizione (nel senso negativo di imposizione), perde potenza. Come evitarlo? Inversione: non “prescrizione per il debole”, ma invito alla scoperta per l’indipendente. Chi partecipa non è “paziente”, è esploratore. Sottile, ma cruciale.
Secondo: il rischio di gentrificazione culturale. Se i musei e i laboratori diventano sempre più “destinazioni di benessere”, il prezzo d’ingresso lievita, e finiscono frequentati dalla middle class già integrata, non da chi è marginalizzato. La ricerca scandinava funziona perché preceduta da decenni di accesso garantito e gratuito. In Italia, dove il museo è ancora “cosa rara”, il pericolo è concreto. Soluzione non facile: richiede investimento pubblico sostenuto (non trendy) su infrastrutture culturali periferiche.
Terzo: il rischio di mercificazione della guarigione. Fondazioni private, imprese culturali, start-up del benessere cominciano a vedere il “cultural welfare” come un’opportunità commerciale. “Mindfulness in museo”, “Yoga nel parco archeologico”—iniziative spesso sincere, ma rischiano di trasformare la cultura da spazio pubblico di riflessione condivisa a servizio di autocura individualistico. Qui il nodo è filosofico: è ancora “welfare” se è privato, esclusivo, pagato pro-capite?
L’articolo che stato inaugurando il Future Lab non discute questi rischi esplicitamente. Avrebbe dovuto? Forse. Il valore sta nella spinta, ma la sostenibilità richiede anche di nominare le fragilità.
Prospettiva Storica: Come Siamo Arrivati Qui
Vale la pena ricordare: il legame tra cultura e salute mentale non è scoperta odierna. È stato oblio odierno.
Nel Rinascimento, le accademie non erano soltanto centri di sapere, ma luoghi di guarigione dal disturbo dell’animo. La melanconia (quello che oggi chiameremmo depressione cronica) era medicina medica, ma anche conversazione, musica, discussione filosofica. La otium romano non era ozio, era rigenerazione attraverso la pratica contemplativa.
Nel Settecento illuminista, il museo pubblico è inventato esattamente come strumento di emancipazione e coesione: non per intrattenere gli aristocratici, ma per educare e unificare il popolo. Il Louvre aperto dopo la rivoluzione francese, il British Museum, lo stesso Museo Archeologico di Napoli—sono progetti di salute sociale attraverso conoscenza e meraviglia condivisa.
Nel Novecento, fino agli anni Sessanta, i circoli di lettura, i cineclub, le accademie dilettantistiche erano frequentatissimi, non perché obbligatori, ma perché rappresentavano spazi di appartenenza, scoperta tra pari, discussione significativa. La psicologia comunitaria americana nasce esattamente da questo: il benessere non è terapia individuale, ma partecipazione significativa a vita civica.
Dagli anni Novanta in poi—televisione privata, internet, accelerazione economica, consumismo—il circuito si spezza. La cultura diventa:
- Lusso: per gli studiosi, i collezionisti, i turisti
- Intrattenimento: per la TV, i reality, la serialità
- Commodità: per chi ha budget ed estetica “giusta”
Perde la qualità di spazio pubblico anonimo, gratuito, ospitale per tutti i dati allo stato, indipendentemente da classe, istruzione, aspetto.
Il cultural welfare non è, cioè, innovazione. È restituzione—tornare a quella funzione già saputa.
Il Prossimo Passo: Non la Tecnologia, la Legge
Qui comincia la riflessione provocatoria.
I progetti pilota sono preziosi. I festival scientifici divertono. I laboratori risuonano di energie. Ma se rimangono eventi episodici—bella notizia di martedì, dimenticata mercoledì—non cambiano infrastruttura.
Il cultural welfare diventa strutturale solo se:
- Legge nazionale che riconosce la partecipazione culturale come fattore di salute pubblica (non come optional, come ora)
- Finanziamento permanente a musei, biblioteche, teatri comunitari—non a progetto, a bilancio. Come la sanità.
- Integrazione negli ospedali e nei servizi territoriali: il psicologo prescrittore di laboratori d’arte, non soltanto di psicofarmaci
- Metriche obbligatorie: monitoraggio del benessere nei fruitori, non solo affluenza numerica
Senza questi quattro pilastri, il cultural welfare resta buona intenzione dell’elite colto—elegante, ma marginale.
E qui emerge il vero disagio: fare questo richiede soldi pubblici, continuativi, su territorio intero. Non su “laboratorio della domenica” a Napoli. Su Napoli, Bari, Reggio Calabria, Palermo, Catania, Agrigento, periferiche di Milano, borghi laziali. Contemporaneamente.
Richiede, cioè, scelta politica di lungo respiro. E la politica contemporanea non sa più cosa sia il lungo respiro. Sa solo superficialità, comunicazione, effetto.
Conclusione: Una Domanda Aperta
Ci si chiede: se la ricerca mostra che la cultura previene la depressione meglio di molti antidepressivi, perché le Regioni non richiedono ai loro ospedali di costruire musei interni? Perché il SSN non finanzia artisti in residenza nei centri di salute mentale?
Risposte facili: “Mancano fondi”. Forse. Ma gli ultimi due decenni di bilanci pubblici mostrano come si trovino soldi per autostrade inutili, stadi fantasma, grandi opere discutibili. Segno che la priorità non è economica, ma culturale—non nel senso di cultura raffinata, ma di visione del mondo condivisa: non crediamo veramente che la cultura guarisce.
O meglio: la crediamo per noi (la visita al museo rilassa, il libro legge ci consola), ma non riusciamo a trasformarla da consumo privato a infrastruttura pubblica.
Il Cultural Welfare di Napoli, il 31 ottobre, sussurra una provocazione: provate a cambiare priorità per un anno. Finanziate il museo come la cardiologia. Vedete cosa accade.
Sospetto che accada qualcosa di cui abbiamo fame da decenni, senza saperlo nominare.
Riferimenti
Ricerca primaria:
- Fancourt, D. & Finn, S. (2019). What is the evidence on the role of the arts in improving health and well-being? A scoping review. Health Evidence Network synthesis report 67. World Health Organization, Regional Office for Europe.
- Chatterjee, H. J., Camic, P. M., Lockyer, B., & Thomson, L. J. M. (2018). Non-clinical community interventions: a systematised review of social prescribing schemes. Arts & Health, 10(2), 97–123.
Contesto italiano:
- ISTAT (2024). Aspetti della vita quotidiana: partecipazione culturale. Rilevazione multi-scopo.
- Istituto Superiore di Sanità (ISS) & State of Mind (2025). Monitoraggio della salute mentale in Italia. Sondaggi e dati epidemiologici.
- Urbani, G., & Tasso, M. (2023). Coesione sociale e tessuto civico in Italia: mutamenti 2010-2023. Centro Studi Mondoperaio.
- Città della Scienza, Napoli. Futuro Remoto 2025: Un viaggio tra Scienza e Fantascienza – materiali del Future Lab, 31 ottobre 2025.
Riferimenti storici e filosofici:
- Foucault, M. (1975). Discipline and Punish. Pantheon Books. [Sul ruolo delle istituzioni pubbliche nella formazione del soggetto moderno]
- Habermas, J. (1989). The Structural Transformation of the Public Sphere. MIT Press. [Sulla scomparsa degli spazi pubblici]
- Sennett, R. (1992). Flesh and Stone. W.W. Norton & Company. [Sulla storia della città come spazio di incontro]

- il Pont du Gard è bello, monumentale, ma la sua funzione primaria era pratica e necessaria (portare acqua), non estetica. Così la cultura dovrebbe tornare a essere: non ornamento, ma infrastruttura vitale di benessere collettivo. ↩︎

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