L’Acqua Corrente Digitale

L’articolo è stato molto probabilmente scritto da un essere umano esperto, che potrebbe aver utilizzato un’IA come un potente assistente.

Potrebbe averla usata per:

  • Raccogliere dati e statistiche.
  • Bozze iniziali di alcune sezioni puramente descrittive.
  • Suggerire la struttura dell’articolo.
  • Rifinire e correggere il testo.

Tuttavia, il nucleo dell’articolo – l’idea centrale, la prospettiva critica, i collegamenti filosofici e la voce autoriale – porta fortissima l’impronta di un pensiero umano profondo e originale. È un esempio perfetto di come la collaborazione tra uomo e macchina possa produrre risultati di altissima qualità.

Quando l’Infrastruttura Invisibile Diventa Improvvisamente Visibile

Il 29 ottobre 2025, alle 16:00 UTC, Microsoft Azure ha smesso di funzionare. Non è crollato un palazzo, non è esplosa una centrale. Semplicemente, l’infrastruttura digitale su cui poggia una parte sostanziale della nostra vita quotidiana ha dimenticato come funzionare. Per cinque ore, milioni di persone hanno scoperto che la loro realtà dipendeva da qualcosa di cui ignoravano l’esistenza.


Quando apri il rubinetto e non esce acqua, improvvisamente ti ricordi che esiste un sistema idrico. Tubature, pompe, depuratori – tutta un’architettura invisibile che davi per scontata fino a quel momento. Il cloud è l’acqua corrente digitale: funziona silenziosamente finché non funziona più, e solo allora realizzi quanto profondamente dipendi da qualcosa che non vedi, non tocchi, non comprendi veramente.

Il down globale di Microsoft Azure del 29 ottobre 2025 è stato l’equivalente digitale di un blackout idrico che colpisce metà città. Poste Italiane, Microsoft 365, Teams, Xbox Live, Minecraft, persino i siti web di Starbucks e Costco – tutti fermi. Non per un attacco hacker, non per un disastro naturale, ma per quello che Microsoft ha pudicamente definito “an inadvertent configuration change”. Un cambio di configurazione involontario. Quattro parole che traducono: qualcuno ha toccato qualcosa che non doveva.

Questo articolo non è una cronaca del down – quella l’hanno già scritta in migliaia. È un’archeologia dell’infrastruttura invisibile, un tentativo di capire come siamo arrivati a costruire una società dove una virgola fuori posto in un file di configurazione può paralizzare aeroporti, banche e uffici postali contemporaneamente.


Anatomia del Collasso: Cosa È Successo Davvero

Il Domino DNS

Alle 17:18 italiane (16:00 UTC) del 29 ottobre, i sistemi di monitoraggio di Microsoft hanno iniziato a rilevare anomalie nei servizi DNS di Azure Front Door. Il DNS – Domain Name System – è il traduttore universale di Internet: converte “www.example.com” nell’indirizzo IP numerico che i computer capiscono. Quando il DNS smette di funzionare, è come se tutti i cartelli stradali del mondo sparissero contemporaneamente. Sai dove vuoi andare, ma non hai più idea di come arrivarci.

Azure Front Door è il Content Delivery Network (CDN) di Microsoft, il servizio che accelera la consegna dei contenuti web distribuendo copie dei dati su server geograficamente dispersi. Ma Front Door non è solo un CDN: è anche il guardiano che autentica gli accessi, gestisce il traffico, protegge dagli attacchi DDoS. È l’architrave su cui poggia gran parte dell’infrastruttura Azure.

Il “cambio di configurazione involontario” ha innescato una cascata di errori:

  1. Front Door smette di rispondere correttamente alle richieste DNS
  2. I servizi che dipendono da Front Door (praticamente tutti) non riescono più a instradare il traffico
  3. Le API di autenticazione falliscono, impedendo login e accessi
  4. Il portale Azure stesso diventa irraggiungibile, impedendo agli amministratori di intervenire
  5. Effetto domino su servizi terzi che si appoggiano ad Azure per l’infrastruttura

È il perfetto esempio di single point of failure. Un collo di bottiglia dove tutto passa attraverso un unico punto, e se quel punto crolla, crolla tutto. Microsoft ha impiegato due ore per capire esattamente cosa fosse successo, altre tre ore per fare il rollback alla “last known good configuration” – l’ultima configurazione che funzionava – e permettere ai nodi di recuperare gradualmente.

Nei report ufficiali, 16.600 segnalazioni per Azure e 9.000 per Microsoft 365 su Downdetector. Nella realtà, milioni di utenti colpiti, perché non tutti vanno a segnalare problemi su un sito di tracking. Cinque ore di blackout per una virgola fuori posto.


Storia di una Dipendenza: Come Siamo Arrivati Qui

Dal Mainframe al Monopolio Invisibile

Per capire come siamo arrivati a dipendere così radicalmente dal cloud, serve fare un passo indietro. Negli anni ’60 e ’70, il computing era centralizzato: mainframe giganteschi nei data center aziendali, terminali stupidi sulle scrivanie. Poi arrivarono i personal computer, e per un breve momento sembrava che il futuro fosse nella decentralizzazione – ogni scrivania con il suo computer, ogni computer indipendente.

Ma la decentralizzazione ha un costo: manutenzione, aggiornamenti, backup, sicurezza. Ogni macchina è un potenziale punto di rottura. Così negli anni ’90 si iniziò a parlare di Application Service Provider (ASP) – l’idea di “affittare” software invece di installarlo. Nel 2006, Amazon lanciò AWS (Amazon Web Services), e tutto cambiò. Non vendevano più server fisici: vendevano compute capacity, capacità di calcolo on-demand. Paghi solo quello che usi, scala infinitamente, dimentica l’hardware.

Microsoft arrivò dopo, con Azure nel 2010. Google Cloud nel 2011. Ma il paradigma era ormai consolidato: il cloud come utility. Così come non generi elettricità a casa ma la compri dalla rete, così non gestisci più server ma “consumi” infrastruttura da un provider.

Il problema è che le utility tradizionali – acqua, elettricità, gas – hanno ridondanza fisica e regolamentazione pubblica. Se salta la centrale elettrica di zona A, zona B può compensare. Se Microsoft Azure ha un problema, non c’è un “piano B” immediato. Sei dipendente da quella specifica infrastruttura, e se collassa, collassi con lei.

Siamo passati dalla decentralizzazione caotica dei PC alla ricentralizzazione oligopolistica del cloud. Tre aziende – AWS, Azure, Google Cloud – controllano il 65% del mercato globale cloud. Efficiente? Certo. Resiliente? Dipende.


Anatomia Comparativa: I Tre Giganti a Confronto

AWS: Il Pioniere Dominante

Amazon Web Services è il gigante del mercato con il 32% di quota (dati Q1 2025). Il vantaggio di essere stati i primi: l’infrastruttura più matura, la più distribuita geograficamente, il maggior numero di servizi disponibili (oltre 200). Ma “più grande” non significa “più sicuro”.

Il 20 ottobre 2025 – appena una settimana prima del down Azure – AWS ha subito un outage globale che ha messo in ginocchio EC2 (il servizio di virtual server) e una cascata di servizi dipendenti. Causa? Problemi DNS, di nuovo. Zoom, Slack, Canva, Roblox, persino Wordle – tutti fermi. Durata: giorni, non ore.

La lezione di AWS è che l’architettura più complessa è anche la più fragile. Con 200+ servizi interconnessi, ogni dipendenza è un potenziale punto di rottura. AWS compensa con ridondanza geografica (33 regioni, 105 zone di disponibilità), ma se il problema è nel layer DNS – il livello fondamentale che tiene insieme tutto – la ridondanza serve a poco.

Azure: L’Inseguitore Aggressivo

Microsoft Azure ha il 23% del mercato. La forza di Azure è l’integrazione con l’ecosistema Microsoft: Office 365, Teams, Active Directory. Se la tua azienda vive su software Microsoft, Azure è la scelta naturale. Ma questa integrazione è anche una vulnerabilità: quando Azure crolla, crolla anche tutto l’ecosistema Office.

Il down del 29 ottobre ha colpito particolarmente duro perché Azure Front Door è usato internamente anche da Microsoft per i suoi stessi servizi. Non è solo l’infrastruttura che offri ai clienti, è l’infrastruttura su cui poggi tu stesso. Quando la fondazione trema, crolla anche il palazzo.

Azure compensa con 99.99% di uptime SLA (Service Level Agreement) – che tradotto significa 52 minuti di downtime permessi all’anno. Il down del 29 ottobre ha bruciato quasi 6 volte il budget annuale in un colpo solo. Le aziende con SLA premium avranno rimborsi, certo. Ma i soldi non riportano indietro le cinque ore perse.

Google Cloud: Il Terzo Incomodo

Google Cloud Platform (GCP) è terzo con il 10% del mercato, ma cresce più velocemente dei rivali. La forza di Google è l’infrastruttura di rete privata – invece di appoggiarsi all’Internet pubblico come AWS e Azure, Google ha investito miliardi in cavi sottomarini e data center proprietari. Teoricamente più resiliente.

Teoricamente. Nel marzo 2025, Google Cloud ha subito un outage che ha messo offline Gmail, YouTube e Google Drive per quattro ore. Causa? Un aggiornamento software che ha creato un race condition nei sistemi di autenticazione. Ancora una volta: non serve un terremoto per far crollare l’infrastruttura, basta un bug nel codice.

Il vero problema di Google Cloud è che non ha la diversificazione di AWS o l’integrazione di Azure. È forte sull’AI e il machine learning (grazie a TensorFlow e ai TPU proprietari), ma nelle workload tradizionali è ancora percepito come meno maturo. Google è bravissimo a costruire tecnologia, meno bravo a venderla alle aziende.

Il Paradosso Oligopolistico

Tre giganti controllano due terzi del mercato cloud globale. Ma invece di competere davvero, convergono. Tutti usano Kubernetes per l’orchestrazione dei container. Tutti offrono servizi serverless quasi identici. Tutti hanno problemi DNS quando qualcosa va storto.

L’oligopolio promette resilienza attraverso la competizione: se Azure crolla, passi ad AWS. Ma nella pratica, il lock-in è totale. Migrare da un cloud provider a un altro richiede mesi di lavoro e può costare milioni. Le API sono incompatibili, i servizi managed non hanno equivalenti diretti, le configurazioni vanno riscritte da zero.

Siamo finiti in un equilibrio perverso: troppo pochi provider per avere vera resilienza, troppo costoso cambiarli per avere vera libertà. Il cloud è diventato un oligopolio naturale, come le telecomunicazioni o l’energia. Ma a differenza di questi, non è regolamentato come utility pubblica. È infrastruttura critica in mani private, senza vincoli pubblici sulla ridondanza o sulla continuità di servizio.


Il Paradosso della Centralizzazione: Efficienza vs Resilienza

L’Illusione dell’Efficienza

Il cloud funziona su un principio semplice: economie di scala. Costruire un data center da 100.000 server è più economico (per server) che costruire 100 data center da 1.000 server. Centralizzare il computing riduce i costi operativi, semplifica la manutenzione, permette ottimizzazioni impossibili in ambienti distribuiti.

Ma efficienza e resilienza sono inversamente proporzionali. Più centralizzi, più sei efficiente. Più centralizzi, più sei fragile. È il paradosso dei sistemi complessi: l’ottimizzazione locale (ridurre costi, aumentare efficienza) crea vulnerabilità globale (punti di rottura singoli con impatti sistemici).

Il cloud è l’apoteosi dell’efficienza. Invece di avere server sottoutilizzati in ogni azienda, pooliamo tutto e distribuiamo le risorse dinamicamente. Quando non le usi tu, le usa qualcun altro. Bellissimo, finché il pool non si svuota per tutti contemporaneamente.

La Fragilità Nascosta

Il problema della centralizzazione non è che crea punti di rottura – ogni sistema ne ha. Il problema è che li nasconde. Quando Azure Front Door ha smesso di funzionare, quanti amministratori IT sapevano anche solo cos’era Front Door? Quanti avevano mappato le dipendenze del loro stack applicativo su quel servizio specifico?

Il cloud promette astrazione: non devi sapere come funziona, devi solo usarlo. Ma l’astrazione è un’arma a doppio taglio. Ti semplifica la vita quando tutto funziona, ti paralizza quando qualcosa si rompe. Non puoi debuggare ciò che non capisci.

Le infrastrutture distribuite tradizionali – quelle basate su server fisici gestiti internamente – erano più complesse da mantenere, certo. Ma quando qualcosa si rompeva, sapevi cosa era rotto e potevi intervenire. Con il cloud, quando qualcosa si rompe, puoi solo aprire un ticket e aspettare che qualcun altro – a Seattle, a Dublino, a Singapore – risolva il problema.

La resilienza vera non viene dalla tecnologia sofisticata, viene dalla comprensione profonda del sistema. E il cloud, per design, ti allontana da quella comprensione.

Il Mito della Nuvola

Parliamoci chiaro: il cloud non è una nuvola. È un data center. Anzi, sono migliaia di data center fisici, con server fisici, alimentati da elettricità fisica, raffreddati con acqua fisica. La metafora della “nuvola” è geniale dal punto di vista marketing – evoca qualcosa di etereo, immateriale, infinito. Ma è pericolosamente ingannevole.

Quando Azure crolla, non è “la nuvola” che è andata giù. Sono cluster specifici di macchine specifiche in data center specifici che hanno smesso di rispondere correttamente. Ma siccome l’astrazione nasconde questa materialità, tendiamo a trattare il cloud come se fosse magia. E la magia non si rompe. Finché non si rompe.

Il filosofo della tecnologia Evgeny Morozov ha coniato il termine “solutionism” per descrivere la tendenza a credere che ogni problema possa essere risolto con più tecnologia. Il cloud è solutionism applicato all’infrastruttura: invece di costruire sistemi robusti ma complessi, deleghiamo tutto a provider esterni che promettono semplicità. Ma la complessità non sparisce, si sposta solo dove non la vedi più.


Implicazioni Filosofiche: Dipendenza, Fiducia, Controllo

La Dipendenza Accettata

C’è una differenza sottile ma fondamentale tra dipendenza e interdipendenza. L’interdipendenza è bidirezionale: io dipendo da te, tu dipendi da me. Costruisce resilienza. La dipendenza è unidirezionale: io dipendo da te, tu no. Costruisce vulnerabilità.

Il cloud è dipendenza pura. Microsoft non ha bisogno di me – ha 200 milioni di altri clienti. Ma io ho bisogno di Microsoft. Se Azure crolla, la mia azienda si ferma. Se io cambio provider, Azure nemmeno se ne accorge.

Questa asimmetria crea un problema di incentivi. Microsoft ha interesse a massimizzare l’uptime perché paga rimborsi SLA quando sbaglia. Ma non ha interesse a costruire vera resilienza – quella che richiede decentralizzazione, ridondanza costosa, architetture meno efficienti. Perché la vera resilienza costa, e nel breve termine l’efficienza paga di più.

Abbiamo accettato questa dipendenza in cambio di convenienza. È lo stesso trade-off che facciamo con l’elettricità, l’acqua, il gas. Ma quelle sono utility regolamentate. Il cloud no. E questa differenza conta, eccome.

La Fiducia Come Infrastruttura

Quando apri il rubinetto, non ti chiedi se uscirà acqua. Dai per scontato che funzionerà. Questa fiducia non è ingenua – è il risultato di decenni di investimenti pubblici in infrastrutture idriche, normative stringenti, controlli costanti. La fiducia è costruita su sistemi istituzionali.

Con il cloud, la fiducia è costruita su… cosa esattamente? SLA contrattuali. Accordi legali che dicono “promettiamo 99.99% di uptime, altrimenti vi rimborsiamo”. Ma un rimborso non riporta indietro le cinque ore perse. Non compensa i clienti che non sei riuscito a servire, le email che non hai potuto leggere, le presentazioni che non hai potuto finire.

La fiducia vera nel cloud non può basarsi su contratti. Deve basarsi su trasparenza operativa. Voglio sapere com’è strutturata l’infrastruttura. Voglio vedere i log in tempo reale. Voglio capire le dipendenze. Ma questa trasparenza va contro gli interessi dei provider: rivelare troppo dell’architettura interna significa dare vantaggio ai competitor e aprire vulnerabilità di sicurezza.

Siamo bloccati in un equilibrio subottimale: troppa fiducia per pretendere trasparenza, troppa dipendenza per accettare opacità.

Il Controllo Perduto

C’è un’intera generazione di sviluppatori che non ha mai visto un server fisico. Per loro, “fare deploy” significa lanciare un container su Kubernetes, non rack un server in un data center. Il cloud ha astratto via la materialità del computing.

Questa astrazione ha reso lo sviluppo software incredibilmente più veloce. Ma ha anche creato una perdita di controllo strutturale. Quando il codice gira su macchine che non possiedi, in data center che non vedi, gestite da personale che non conosci, il tuo controllo è puramente simbolico.

Possiedi il codice? Sì. Possiedi i dati? Sì (in teoria). Possiedi l’infrastruttura su cui girano? No. E quando l’infrastruttura crolla, il tuo codice e i tuoi dati sono inutili. Sei tecnicamente proprietario ma funzionalmente impotente.

Il filosofo Ivan Illich, negli anni ’70, parlava di “tools for conviviality” – strumenti che aumentano l’autonomia invece di creare dipendenza. Il cloud è l’opposto: uno strumento che aumenta l’efficienza a costo dell’autonomia. È conveniente, veloce, scalabile. Ma ti toglie il controllo. E una volta che hai ceduto il controllo, riprenderlo è quasi impossibile.


Le Tre Lezioni del Collasso

L’analisi del down Azure del 29 ottobre rivela tre lezioni fondamentali che vanno oltre la cronaca tecnica:

Primo: L’Efficienza È Nemica della Resilienza

Abbiamo costruito un’infrastruttura cloud basata su ottimizzazione locale: ridurre costi, massimizzare utilizzo risorse, centralizzare il controllo. Ogni singola decisione, presa isolatamente, è razionale. Ma l’effetto sistemico è un’infrastruttura fragile per design.

La resilienza vera richiede ridondanza costosa. Richiede tenere server accesi anche quando non servono, mantenere data center in zone geografiche non ottimali, costruire sistemi di failover che userai solo quando qualcosa va storto. Ma la ridondanza costa, e nel cloud moderno i margini sono sottili. Meglio rischiare un down occasionale e pagare rimborsi SLA, che investire in vera resilienza che non si vede finché non serve.

Siamo finiti in una trappola sistemica: l’efficienza massima è indistinguibile dalla fragilità massima, finché qualcosa non si rompe. E quando si rompe, scopriamo troppo tardi che avevamo ottimizzato via anche la nostra capacità di riprenderci.

Secondo: L’Astrazione Ha un Costo Nascosto

Il cloud ha reso il computing incredibilmente più semplice dal punto di vista dell’utente finale. Deploy con un click, scaling automatico, infrastructure-as-code. Ma questa semplicità nasconde una complessità mostruosa che nessuno comprende davvero più.

Quanti sviluppatori sanno come funziona davvero Azure Front Door? Quanti hanno mappato le dipendenze del loro stack su servizi specifici? Quanti potrebbero debuggare un problema DNS se gli dessi accesso ai log? La risposta è: pochissimi. E non perché siano incompetenti, ma perché il sistema è progettato per nascondere quella complessità.

L’astrazione è meravigliosa quando funziona. Ma quando si rompe, l’astrazione diventa opacità. Non puoi riparare ciò che non capisci, non puoi debuggare ciò che non vedi. Siamo diventati così bravi ad astrarre che abbiamo dimenticato come funziona davvero l’infrastruttura sottostante. E questa dimenticanza è un debito tecnico che paghiamo solo quando è troppo tardi.

Terzo: La Dipendenza Sistemica È Irreversibile

Una volta che hai migrato la tua infrastruttura sul cloud, tornare indietro è quasi impossibile. Il lock-in non è solo tecnico (API proprietarie, servizi managed incompatibili), è anche organizzativo. I tuoi sviluppatori hanno imparato a sviluppare per il cloud. I tuoi processi assumono il cloud. La tua cultura aziendale è cloud-native.

Cambiare provider richiede mesi e milioni. Tornare al self-hosting richiede anni e ancora più milioni. Nella pratica, sei bloccato per sempre. E questa è esattamente la posizione che i provider vogliono tu occupi. Il cloud non è un servizio che compri, è un ecosistema in cui vieni assorbito.

Abbiamo costruito un’economia digitale dove tre aziende private controllano l’infrastruttura critica, e ritirarsi da quella infrastruttura è proibitivamente costoso. È esattamente il tipo di potere oligopolistico che nelle utility tradizionali ha portato alla nazionalizzazione o alla regolamentazione pesante. Ma il cloud non è (ancora) considerato utility pubblica. È solo business.


Conclusioni: Il Futuro dell’Infrastruttura Invisibile

Il down Azure del 29 ottobre 2025 passerà alla storia come un promemoria amaro di quanto sia fragile l’infrastruttura digitale moderna. Cinque ore di blackout, milioni di utenti colpiti, decine di aziende paralizzate. Non per un attacco terroristico, non per un disastro naturale, ma per un errore di configurazione.

Il futuro probabilmente vedrà più down, non meno. Più centralizzazione, non più distribuzione. Più dipendenza, non più autonomia. Perché gli incentivi economici vanno in quella direzione. Il cloud è troppo conveniente per rinunciarvi, troppo efficiente per abbandonarlo, troppo centrale per sostituirlo.

Ma forse possiamo imparare a convivere con questa fragilità in modo meno ingenuo. Riconoscendo che il cloud non è magia, ma infrastruttura fisica con limiti fisici. Costruendo ridondanza vera – non solo multi-region, ma multi-provider. Investendo in competenze profonde – non solo su come usare il cloud, ma su come funziona. Pretendendo trasparenza – non solo SLA, ma visibility sui meccanismi interni.

La domanda finale non è se il cloud sia buono o cattivo. È: quanto siamo disposti a dipendere da qualcosa che non controlliamo? E quando quella dipendenza diventa troppa?

Ogni volta che apri il browser e dici “funziona”, ricordati che da qualche parte, in un data center che non hai mai visto, centinaia di migliaia di server stanno lavorando silenziosamente per rendere possibile quella banalità quotidiana. E che un giorno – forse domani, forse tra un anno – qualcuno toccherà qualcosa che non doveva, e tutto si fermerà di nuovo.

L’acqua corrente digitale scorre solo finché qualcuno non chiude il rubinetto. E a differenza dell’acqua vera, non puoi scavare un pozzo nel cortile se il rubinetto si rompe.


Bibliografia e Riferimenti

  1. Microsoft Azure Status PageAzure Front Door outage October 29, 2025
    https://status.azure.com/
  2. BleepingComputerMicrosoft DNS outage impacts Azure and Microsoft 365 services
    https://www.bleepingcomputer.com/news/microsoft/microsoft-dns-outage-impacts-azure-and-microsoft-365-services/
  3. TechRadarMicrosoft down? Services recovering after major outage
    https://www.techradar.com/pro/live/microsoft-down-major-outage-hits-azure-365-and-more
  4. Tom’s HardwareHuge Microsoft outage hit 365, Xbox, and beyond
    https://www.tomshardware.com/news/live/aws-outage-strikes-again
  5. CanalysCloud Infrastructure Services Market Share Q1 2025
    https://www.canalys.com/insights/cloud-services-q1-2025
  6. Evgeny MorozovTo Save Everything, Click Here: The Folly of Technological Solutionism
    PublicAffairs, 2013
  7. Ivan IllichTools for Conviviality
    Harper & Row, 1973
  8. AWS Post-Incident ReportOctober 20, 2025 Service Event
    https://aws.amazon.com/message/post-incident-oct-2025/
  9. GartnerMagic Quadrant for Cloud Infrastructure and Platform Services
    https://www.gartner.com/en/documents/magic-quadrant-cips-2025
  10. The RegisterMicrosoft Azure outage: What we know
    https://www.theregister.com/2025/10/29/microsoft_azure_outage/
  11. Data Center KnowledgeThe hidden cost of cloud centralization
    https://www.datacenterknowledge.com/cloud/hidden-cost-centralization

Leave a comment


Benvenuto su Salahzar.com

Qui trovi analisi critiche sull’intelligenza artificiale e le sue implicazioni sociali, scritte da chi viene da una impostazione umanistica e ha passato vent’anni a costruire mondi virtuali prima che diventassero “metaverso”.

Niente hype da Silicon Valley o entusiasmi acritici: sul tavolo ci sono le contraddizioni dell’innovazione tecnologica, i suoi miti fondativi, le narrazioni che usiamo per darle senso. Dai diari ucronici (storie alternative come strumento per capire i nostri bias cognitivi) alle newsletter settimanali sugli sviluppi dell’AI che richiedono aggiornamenti continui perché i trimestri sono già preistoria.

Se cerchi guide su come “fare soldi con ChatGPT” o liste di prompt miracolosi, sei nel posto sbagliato. Se invece ti interessa capire cosa sta succedendo davvero – tra hype, opportunità concrete e derive distopiche – sei nel posto giusto.

Umanesimo digitale senza retorica, analisi senza paternalismi, ironia senza cinismo.


Join the Club

Stay updated with our latest tips and other news by joining our newsletter.