Quando l’identità diventa infrastruttura: SPID, CIE e il paradosso dell’euro pubblico
Dietro ogni login, ogni autenticazione, ogni “Accedi con SPID”, si nasconde un’architettura invisibile che sta ridefinendo il confine tra cittadinanza e clientela. Mentre l’Europa accelera sull’euro digitale come bene comune, l’Italia negozia il prezzo dell’identità: cinque euro all’anno per continuare a esistere digitalmente. Non è solo una questione di tariffe. È la fotografia di una tensione mai risolta tra infrastruttura pubblica e logica di mercato, tra il diritto di essere riconosciuti e il costo di essere autenticati.
La notizia arriva con il ritmo stanco della burocrazia italiana: SPID sopravvive altri cinque anni, ma può diventare a pagamento. Chi vuole l’alternativa gratuita dovrà migrare sulla Carta d’Identità Elettronica. Nel frattempo, la BCE seleziona le aziende per costruire le fondamenta dell’euro digitale, promettendo accessibilità universale. Due traiettorie apparentemente parallele che nascondono lo stesso dilemma: l’identità digitale è un diritto o un servizio?
Le Fondamenta Traballanti: Anatomia di un Sistema Frammentato
L’Italia ha costruito la propria identità digitale su fondamenta doppie, come un edificio con due sistemi di sicurezza che non comunicano tra loro. Da una parte SPID (Sistema Pubblico di Identità Digitale), nato nel 2016 come risposta italiana alla direttiva eIDAS europea. Dall’altra la CIE (Carta d’Identità Elettronica), più antica ma meno utilizzata. Due protocolli, due ecosistemi, due filosofie progettuali.
SPID è nato come public-private partnership: lo Stato definisce gli standard, i gestori privati (Poste, Aruba, Infocert, TIM e altri) forniscono l’infrastruttura. Gratuito per i cittadini, sostenuto economicamente dai fornitori che incassano dalle pubbliche amministrazioni per ogni autenticazione. Un modello che funziona finché i numeri reggono: ma con milioni di utenti e tariffe competitive, i gestori hanno iniziato a bussare alla porta di Palazzo Chigi. Non è sostenibile, dicono. E così arriva il pedaggio: cinque euro all’anno per chi vuole continuare a usare SPID.
La CIE, invece, è puro servizio pubblico: la carta è gratuita (si paga solo il rinnovo, come per qualsiasi documento), l’autenticazione digitale è inclusa. Ma c’è un problema: l’adozione è bassissima. Meno del 15% degli italiani usa la CIE per accedere ai servizi online, nonostante la possieda in tasca. Perché? Perché richiede un lettore NFC (che quasi nessuno ha), un’app dedicata (che quasi nessuno sa configurare), e una procedura di attivazione che fa rimpiangere i call center anni ’90.
Due sistemi, dunque. Uno usato ma costoso. L’altro gratuito ma inaccessibile. L’Europa guarda, perplessa, e impone: entro il 2026, un’identità digitale unica. L’Italia deve scegliere. E mentre sceglie, SPID diventa a pagamento.
Il Paradosso dell’Euro Digitale: Pubblico per Vocazione, Privato per Architettura
Mentre l’Italia monetizza l’identità, la BCE accelera sull’euro digitale. Christine Lagarde annuncia progressi significativi: cinque aziende selezionate per costruire l’infrastruttura tecnologica, protocolli di sicurezza definiti, architettura distribuita pronta per i test. L’obiettivo dichiarato è nobile: garantire a tutti i cittadini europei l’accesso a una valuta digitale pubblica, gratuita, sicura. Un bene comune, come l’acqua o l’aria.
Ma c’è un dettaglio che sfugge alla retorica istituzionale: l’euro digitale sarà costruito da privati. Le cinque aziende selezionate dalla BCE non sono enti pubblici europei, ma aziende tecnologiche con azionisti, consigli d’amministrazione, strategie di mercato. L’infrastruttura dell’euro digitale – i server, i protocolli di autenticazione, le API di integrazione – sarà proprietà privata messa al servizio dell’interesse pubblico. Esattamente come SPID.
Il paradosso è evidente: mentre l’Europa proclama la sovranità digitale come priorità strategica – cloud europei, dati europei, algoritmi europei -, affida la costruzione della propria valuta digitale a infrastrutture private. Non è necessariamente uno scandalo: anche la stampa delle banconote è affidata a fornitori privati. Ma le banconote sono oggetti fisici, difficili da duplicare, facili da controllare. L’euro digitale è codice. E il codice può essere copiato, hackerato, modificato. Chi controllerà davvero i flussi? Chi garantirà che le “fondamenta pubbliche” non diventino, nel tempo, pedaggio privato?
La Monetizzazione dell’Identità: Quando Esistere Costa
Cinque euro all’anno per SPID sembrano poca cosa. Meno di un caffè al mese. Ma il problema non è la cifra, è il precedente simbolico. Per la prima volta in Italia, lo Stato chiede ai cittadini di pagare per essere riconosciuti digitalmente. Non è una tassa sui servizi premium, come Netflix o Spotify. È un pedaggio sull’esistenza digitale di base: accedere al fascicolo sanitario, consultare i propri dati INPS, scaricare i certificati anagrafici.
Il paragone con Poste Italiane è illuminante. PosteID, il sistema di SPID offerto da Poste, potrebbe introdurre un canone di 5 euro annui. Ma Poste non è un’azienda qualunque: è partecipata al 65% dallo Stato italiano attraverso il MEF. Quando Poste chiede soldi per l’identità digitale, in realtà è lo Stato che sta monetizzando un servizio che fino a ieri definiva “pubblico e gratuito”. La distinzione tra gestore privato e controllore pubblico si dissolve. Resta solo il pedaggio.
Il governo giustifica la scelta con la sostenibilità economica: i gestori SPID non reggono i costi, meglio un piccolo contributo che l’interruzione del servizio. Ma è una narrazione che nasconde una domanda più profonda: perché l’identità digitale deve essere sostenibile economicamente? Le anagrafi comunali non sono “sostenibili”: costano ai comuni milioni di euro all’anno, pagati con le tasse. Nessuno si sognerebbe di chiedere 5 euro per ottenere un certificato di residenza (o almeno, non ufficialmente). Eppure, nel digitale, la logica di mercato penetra anche nei servizi pubblici fondamentali.
Sovranità Digitale e Dipendenza Infrastrutturale: Il Trilemma Europeo
L’Europa ha un problema esistenziale. Vuole sovranità digitale: cloud europei, dati europei, algoritmi europei. Ma non ha le infrastrutture per garantirla. I data center più avanzati sono americani (AWS, Google Cloud, Azure) o cinesi (Alibaba Cloud, Huawei). I protocolli di autenticazione dominanti sono progettati a Palo Alto. Le tecnologie blockchain più utilizzate sono governate da fondazioni con sede negli Stati Uniti o in Svizzera.
L’euro digitale dovrebbe essere la risposta europea: una valuta pubblica, su infrastrutture pubbliche, con governance pubblica. Ma la realtà è più sfumata. Le cinque aziende selezionate dalla BCE – i cui nomi non sono ancora pubblici – costruiranno l’architettura tecnica. Forniranno i server, i protocolli di sicurezza, le API di integrazione. L’euro digitale sarà “pubblico” nel senso che sarà emesso dalla BCE e regolato dalle istituzioni europee. Ma sarà privato nel senso che girerà su infrastrutture di proprietà aziendale.
Non è diverso da SPID. Non è diverso da qualsiasi sistema di identità digitale nazionale. Il problema è strutturale: i governi non sanno costruire infrastrutture digitali avanzate. Non hanno le competenze interne, non hanno i tempi di sviluppo, non hanno la flessibilità organizzativa. Devono rivolgersi ai privati. E quando lo fanno, negoziano un contratto: servizi pubblici in cambio di compensi economici. Finché i compensi bastano, il sistema regge. Quando non bastano più, arriva il pedaggio.
L’Italia lo scopre con SPID. L’Europa lo scoprirà con l’euro digitale. Tra cinque, dieci anni, quando le aziende che gestiscono l’infrastruttura chiederanno aumenti di budget, cosa farà la BCE? Imporrà un canone annuale per l’uso dell’euro digitale? Monetizzerà i dati delle transazioni? Cederà il controllo tecnico a un consorzio privato?
L’Architettura dell’Identità: Tre Modelli, Tre Filosofie
Guardando al panorama internazionale, emergono tre modelli di gestione dell’identità digitale, ciascuno con la propria filosofia progettuale:
1. Modello nordico (Estonia, Finlandia, Danimarca): integrazione totale
L’identità digitale è un documento unico, integrato con tutti i servizi pubblici e privati. In Estonia, la e-Residency permette persino a non cittadini di ottenere un’identità digitale legalmente riconosciuta. Il sistema è pubblico, gratuito, universale. Ma richiede un livello di fiducia istituzionale altissimo: lo Stato sa tutto di te, dalla dichiarazione dei redditi alle prescrizioni mediche. Un database centralizzato, controllato democraticamente, ma pur sempre centralizzato.
2. Modello anglosassone (UK, USA): frammentazione di mercato
Negli Stati Uniti non esiste un’identità digitale nazionale. Ogni servizio ha il proprio sistema di autenticazione: IRS per le tasse, Social Security per la previdenza, DMV per la patente. I privati gestiscono l’autenticazione attraverso sistemi proprietari (Google Sign-In, Apple ID, Facebook Login). Massima libertà individuale, minima coerenza sistemica. Il risultato è un labirinto di password, doppie autenticazioni, servizi incompatibili.
3. Modello ibrido europeo (Italia, Spagna, Portogallo): pubblico-privato
L’Europa prova una terza via: standard pubblici, gestione privata. SPID è l’esempio perfetto: lo Stato definisce le regole, i privati forniscono l’infrastruttura. In teoria, è il meglio dei due mondi: efficienza del mercato, controllo pubblico. In pratica, è il peggior dei mondi: costi del mercato, inefficienze del pubblico. I gestori SPID lamentano perdite economiche, i cittadini lamentano servizi scadenti, lo Stato media tra interessi incompatibili.
Il problema non è tecnico. È filosofico. L’identità digitale è un bene comune, come l’acqua, o un servizio, come il telefono? Se è un bene comune, deve essere gratuita, universale, controllata democraticamente. Se è un servizio, deve essere sostenibile economicamente, competitiva, orientata al cliente. L’Europa non ha scelto. E così oscilla tra retorica pubblica e pragmatica privato, tra euro digitale gratuito e SPID a pagamento.
Lezioni dal Paradosso: Tre Direzioni Possibili
L’analisi di questa settimana rivela tre lezioni fondamentali, ciascuna con implicazioni diverse per il futuro dell’identità digitale in Europa:
Primo: l’identità digitale non è neutrale. Ogni architettura tecnica incorpora una scelta politica. Un sistema centralizzato (come la CIE) massimizza il controllo pubblico ma richiede fiducia totale nello Stato. Un sistema distribuito (come SPID) distribuisce il rischio ma introduce costi di coordinamento. Un sistema blockchain (come alcune proposte per l’euro digitale) garantisce trasparenza ma sacrifica efficienza. Non esiste la soluzione ottimale. Esistono trade-off politici mascherati da scelte tecniche.
Secondo: la sostenibilità economica è un falso problema. Nessun servizio pubblico fondamentale è “sostenibile” in senso stretto. Le scuole pubbliche costano miliardi, pagate con le tasse. Le strade pubbliche richiedono manutenzione continua, finanziata dal bilancio statale. L’identità digitale è uguale: è un’infrastruttura abilitante, non un business. Il fatto che SPID sia “in perdita” non significa che debba essere monetizzato. Significa che andrebbe finanziato come infrastruttura pubblica, senza intermediari privati. Ma l’Europa ha scelto un’altra strada: privatizzare i costi, socializzare i profitti.
Terzo: la sovranità digitale è un mito senza infrastrutture. L’Europa può proclamare quanto vuole l’indipendenza tecnologica. Ma finché continuerà ad affidare a privati la costruzione delle proprie infrastrutture critiche – dall’euro digitale alle reti 5G, dai cloud sovrani all’identità digitale – resterà dipendente. La vera sovranità non si compra: si costruisce. Servono investimenti pubblici diretti, competenze interne, tempi lunghi. Servono università che formano ingegneri di sistema, non solo data scientist. Servono aziende pubbliche tecnologiche, non solo partnership con multinazionali. Servono decenni, non bandi di gara triennali.
Epilogo: Il Prezzo dell’Esistere
Cinque euro per SPID non cambieranno la vita di nessuno. Ma segnano un passaggio simbolico: l’identità digitale smette di essere un diritto e diventa un servizio. Un servizio che costa, che si può interrompere, che si può rinegoziare. Domani saranno dieci euro. Dopodomani, venti. Tra dieci anni, forse, l’euro digitale – oggi gratuito per retorica istituzionale – introdurrà una commissione minima per “coprire i costi infrastrutturali”. Esattamente come SPID.
Il futuro dell’identità digitale si gioca su questo confine: tra bene comune e merce commerciabile, tra diritto di cittadinanza e logica di mercato. L’Europa deve scegliere. Non può continuare a proclamare sovranità mentre esternalizza le fondamenta. Non può promettere accessibilità universale mentre monetizza l’autenticazione. Non può costruire un’identità digitale europea se lascia che ogni Stato negozi separatamente i propri pezzi.
L’architettura dell’identità è l’architettura della cittadinanza. E un’architettura che chiede il pedaggio per entrare non è un edificio pubblico. È un centro commerciale.
Riferimenti
- Startmag (2025). “SPID rimarrà per altri cinque anni, ma può diventare a pagamento”. Analisi delle dinamiche pubblico-privato nell’identità digitale italiana.
- Sky TG24 (ottobre 2025). “Euro digitale, Lagarde annuncia progressi significativi”. Aggiornamenti sull’infrastruttura tecnica dell’euro digitale europeo.
- Milano Finanza (2025). “Sovranità digitale europea: dati, cloud e indipendenza tecnologica”. Approfondimento sulle strategie UE per l’autonomia tecnologica.
- GreenMe (2025). “PosteID verso il canone annuale di 5 euro”. Impatto della monetizzazione dell’identità digitale sui cittadini.
- Pagella Politica (2025). Monitoraggio delle promesse governative su digitalizzazione e servizi pubblici.
- European Central Bank (2024-2025). Digital Euro Project – Technical Documentation. Documentazione ufficiale sulla progettazione dell’euro digitale.
- AgID (2023). “SPID: Sistema Pubblico di Identità Digitale – Rapporto annuale”. Statistiche sull’adozione e i costi del sistema SPID.
- eIDAS Regulation (EU 910/2014). Normativa europea sull’identificazione elettronica e i servizi fiduciari per le transazioni elettroniche.
- E-Estonia (2025). Estonian Digital Identity – Case Study. Modello estone di identità digitale integrata e universale.
- Vint Cerf, Tim Berners-Lee (2020). “The Internet is for Everyone – But Who Owns the Identity?”. Riflessioni sui diritti digitali fondamentali.
- Shoshana Zuboff (2019). The Age of Surveillance Capitalism. Harvard University Press. Analisi della monetizzazione dei dati e dell’identità.
- Evgeny Morozov (2013). To Save Everything, Click Here. PublicAffairs. Critica del solutionismo tecnologico applicato ai servizi pubblici.

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