Lezione di narrativa da un lettore di Mercier che ha perso tempo con Dicker
Bottom line: Se leggi Louis-Sébastien Mercier nel 2025 per capire come pensava l’Illuminismo, difficilmente sopporterai Joël Dicker che ti vende aria fritta narrativa spacciandola per “temi universali”. La differenza tra fiction che rivela verità e fiction che finge di pensare mentre intrattiene.
Il tradimento del contratto narrativo
C’è un momento preciso in cui un lettore capisce di essere stato preso in giro: quando la “catastrofica visita allo zoo” promessa nel titolo si rivela una scenetta addomesticata, prevedibile, priva di qualsiasi vera posta in gioco. È il momento in cui realizzi che l’autore ti ha venduto una catastrofe tra virgolette, quella versione edulcorata che non spaventa nessuno e serve solo a chiudere una trama che non sapeva dove andare.
La catastrofica visita allo zoo di Joël Dicker (La nave di Teseo, 2025) dichiara di voler “riconciliare i lettori” attraverso un libro “universale, dai 7 ai 120 anni”. Il risultato? Un prodotto così neutro e inoffensivo da non parlare davvero a nessuno. È letteratura di conforto travestita da letteratura di impegno – nomina “democrazia, inclusione, neurodivergenza” come un politico elenca punti programmatici, senza mai sporcarsi le mani con la loro realtà.
Anatomia di un fallimento: i bambini “speciali” che non lo sono
La premessa è promettente: una scuola per bambini “speciali” (neurodivergenti, presumibilmente) viene allagata, costringendo gli alunni a trasferirsi nella scuola “normale”. Dovrebbe seguire un confronto tra diversità e normalità, una riflessione sull’inclusione, magari anche del caos autentico.
Invece no. I bambini “speciali” sono semplicemente eccentrici simpatici – una versione cartone animato della neurodivergenza dove nessuno ha veri meltdown sensoriali, comunicazione difficile, o bisogni che disturbino davvero la narrazione. Sono “diversi” solo sulla carta, perfettamente funzionali nella pratica. È appropriazione narrativa: prendi il fascino della diversità senza accettarne la complessità.
Se fossero davvero neurodivergenti – ADHD severi, autistici non verbali, con disabilità cognitive significative – non potrebbero condurre un’indagine organizzata stile Scooby-Doo. La neurodivergenza vera è disordine, frustrazione esplosiva, incompatibilità con strutture standard. Qui è solo un’etichetta esotica per giustificare personaggi pittoreschi.
La catena algoritmica: quando il plot è troppo perfetto
La sequenza di eventi (allagamento → trasferimento → lezione di democrazia → rissa con Babbo Natale → recita scolastica → visita allo zoo) ha quella perfezione meccanica tipica di chi costruisce a tavolino. Ogni pezzo si incastra nel successivo con logica troppo pulita. È plot by checklist: serve un conflitto qui, una svolta comica là, un momento di tensione prima del finale.
Il problema? I bambini – soprattutto quelli neurodivergenti – non funzionano così. Il caos vero è disordinato, irrazionale, non ha quella simmetria da domino che cade in sequenza. Dicker promette catastrofe ma consegna un accidente controllato, una piccola insurrezione che alla fine non fa male a nessuno e lascia tutti con una morale edificante.
Gli occhiolini all’adulto: bambini come ventriloqui
La recita scolastica sulle “parti genitali” è il sintomo perfetto dell’ambiguità di fondo: Dicker usa i personaggi bambini come maschere per battute costruite per far ridere l’adulto. È quella dinamica dove il bambino dice “pisellino” e l’adulto sghignazza non con lui, ma di lui.
L’ipocrisia è doppia: dichiari di scrivere per bambini di 7 anni, ma poi inserisci scene che un bambino di 7 anni non troverà divertenti (non hanno ancora il filtro culturale che rende “imbarazzante” nominare i genitali). Costruisci una narrazione “inclusiva” sui bambini speciali, ma poi li usi come maschere comiche per intrattenere gli adulti.
È falsa ingenuità narrativa: fingi di guardare il mondo con occhi infantili, ma in realtà stai costantemente sbirciano il lettore adulto per verificare se la battuta è atterrata.
Il confronto che annienta: Ammaniti, o come si fa davvero
Niccolò Ammaniti in Ti prendo e ti porto via (1999) costruisce un’operazione narrativa opposta e devastante per contrasto. Per 250 pagine ti intrattiene con la sua maremma grottesca popolata di personaggi quasi dickensiani: il padre pastore psicopatico, il chitarrista sciupafemmine, i bulli ottusi. Ci sono scene di comicità pura, dialoghi esilaranti, momenti dove ridi a voce alta.
E poi ti fotte. Pietro Moroni – dodicenne introverso, vittima di bullismo, figlio di un padre violento – uccide la professoressa Flora Palmieri e si fa rinchiudere volontariamente in istituto perché è l’unico modo per fuggire dall’inferno della sua famiglia. Non c’è redenzione, non c’è perdono, non c’è catarsi consolatoria.
La differenza? Ammaniti non separa mai il comico dal tragico. Non ci sono momenti “adesso facciamo ridere” e momenti “adesso facciamo piangere”. Tutto è mescolato sin dall’inizio – le scene grottesche contengono già il seme della violenza, i personaggi buffi sono buffi perché disperati. Quando arriva la crudeltà finale, non è un tradimento narrativo ma il compimento logico.
Anni dopo, ricordi episodi specifici: il padre che va in bestia per un bagno occupato, i poliziotti che fermano il ragazzo in scene di grottesco perfetto. Di Dicker non resta nulla – forse vagamente “c’era Babbo Natale”, ma senza dettagli precisi.
Il lettore di Mercier: quando la fiction deve guadagnarsi il tuo tempo
Qui emerge il punto cruciale. Per un lettore che dedica tempo a L’An 2440 di Louis-Sébastien Mercier (1771) – utopia illuminista che proietta Parigi nel 25° secolo per criticare l’Ancien Régime senza finire alla Bastiglia – la narrativa deve significare qualcosa oltre se stessa.
Mercier usa la finzione come strumento di analisi critica. Ammaniti fa lo stesso: Ischiano Scalo non è solo ambientazione pittoresca, è diagnosi sulla provincia italiana, sulla violenza sociale, sul prezzo della sopravvivenza. È fiction che funziona come documento, come rivelazione.
Dicker invece fa fiction decorativa: nomina temi ma non li usa per rivelare nulla di vero sulla società contemporanea. I bambini “speciali” non ti fanno capire niente sulla neurodivergenza reale, la “catastrofe” non illumina nulla sulla violenza istituzionale. È intrattenimento vuoto travestito da impegno.
Per chi legge fonti primarie settecentesche, dedicare tempo a un romanzo contemporaneo è investimento che deve essere giustificato. Mercier te lo guadagna perché ti fa capire l’Illuminismo dall’interno meglio di dieci saggi storiografici. Ammaniti te lo guadagna perché ti fa capire la violenza sociale italiana meglio di un’inchiesta sociologica.
Dicker non se lo guadagna. È tempo rubato.
La trappola dell’”universalità”
Il paradosso finale: per piacere a tutti (7-120 anni), devi limare gli spigoli fino a ottenere una sfera perfettamente levigata. Ma le storie memorabili hanno asperità, fanno male in certi punti, ti graffiano.
Confronta con la tradizione italiana: Marcello D’Orta in Io speriamo che me la cavo usa voci bambine autentiche per raccontare l’inferno sociale napoletano senza censure. Paolo Giordano in La solitudine dei numeri primi costruisce un romanzo dove i traumi non guariscono mai, dove non c’è catarsi consolatoria. Entrambi hanno avuto successo commerciale enorme – quindi non è vero che il pubblico italiano vuole solo conforto.
Dicker cerca di stare su due sedie: intrattenere i bambini e strizzare l’occhio agli adulti, essere leggero ma “importante”, nominare temi seri senza disturbare nessuno. Il risultato è una postura scomoda che si vede a occhio nudo.
Conclusione: l’incubo onesto batte il cartone animato ipocrita
La differenza tra un libro che ti abita e un libro che attraversi. Tra fiction che rispetta la tua intelligenza e fiction che ti tratta come bambino da proteggere dalla realtà.
Ammaniti costruisce un incubo – province italiane dove la violenza striscia sotto ogni interazione banale, dove un padre impazzisce per un bagno occupato e quel dettaglio rivela una vita completamente fallita. Ti lascia cicatrici che ricordi anni dopo.
Dicker costruisce un cartone animato – personaggi buffi, situazioni prevedibili, catastrofi addomesticate, messaggi edificanti consegnati con l’eleganza di un PowerPoint aziendale. Evapora appena chiudi il libro.
Tra dieci anni ricorderai il padre e il bagno di Ammaniti. Non ricorderai nulla della visita allo zoo di Dicker.
E questo non è un dettaglio secondario – è il segnale di quale libro ha davvero penetrato la tua coscienza. Gli incubi si ricordano. I cartoni animati si dimenticano appena cambi canale.
Per un lettore che nel 2025 legge Mercier per capire come l’Illuminismo immaginava il futuro, Dicker che promette “letteratura che riconcilia” è solo rumore di fondo – fiction che finge di pensare mentre in realtà vende simulacri di profondità. Meglio un buon saggio storico che dieci romanzi mediocri.

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