La Ricetta Prima della Ricetta


Cronache dall’Era dell’Ansia Culinaria Digitale

C’era un tempo in cui cercavi “carbonara” su Google e trovavi una lista di ingredienti seguita da quattro righe secche di istruzioni. Oggi, quella stessa ricerca ti catapulta in un romanzo di formazione in cui l’autrice ti racconta come la nonna di suo marito, durante un viaggio in Umbria nel 2003, le abbia cambiato la vita mostrandole il gesto perfetto per mantecare. Scorri la pagina. Scorri ancora. Pubblicità. Storia del guanciale. Foto del tramonto. Finalmente, al paragrafo 47, gli ingredienti.

Benvenuti nell’epoca in cui le ricette online sono diventate il nuovo reality show, e noi siamo tutti insieme spettatori, performer e vittime consenzienti di un teatro dell’assurdo culinario.

L’Apocalisse del Food Blog (2014–2019)

Il disastro è iniziato in sordina, quando qualcuno ha scoperto che le ricette generavano traffico organico mostruoso. La SEO – quella bestia insaziabile che decide cosa vediamo online – predilige contenuti lunghi, dettagliati, ricchi di parole chiave. E così la semplice “pasta al pomodoro” si è trasformata in “La Mia Pasta al Pomodoro Perfetta: Storia, Segreti e Ricordi d’Estate”.

Il meccanismo è perverso: più scrivi, più l’algoritmo ti premia. Più l’algoritmo ti premia, più blogger e siti replicano la formula. Nel giro di pochi anni, cercare una ricetta è diventato come cercare un ago in un pagliaio fatto di aneddoti, foto del cane e riflessioni sulla stagionalità degli ingredienti.

I numeri raccontano questa deriva meglio di qualsiasi metafora: secondo Orbit Media, i post medi sono passati da 808 parole nel 2014 a 1.427 nel 2023+77%. Il reddito mediano mensile di un food blogger di successo (nel campione di blog che superano i 2.000 $/mese)? 9.169 $, secondo RankIQ, più della finanza personale. Il 42% delle entrate arriva dalla pubblicità; il resto da sponsorizzazioni, affiliazioni e corsi. Più parole = più spazio per annunci. Più annunci = più scrolling forzato. Più scrolling = più impression.

La cosa tragicomica? Funziona. Quei muri di testo precedono ricette che spesso sono identiche a quelle del Cucchiaio d’Argento del 1950, ma presentate come rivelazioni mistiche. È un patto faustiano tra creatori e motori di ricerca, perfettamente lubrificato dall’avidità di tutti i player coinvolti.

Instagram e la Grande Menzogna Estetica

Poi è arrivato Instagram, e il gioco è cambiato di nuovo. Non bastava più che il piatto fosse buono: doveva essere instagrammabile. È nato un linguaggio visivo fatto di:

  • Ciotole asimmetriche su superfici di cemento grezzo
  • Foglie di basilico allineate al micron (mai due sulla stessa linea)
  • La mano che versa olio d’oliva al rallentatore, preferibilmente con anelli minimalisti
  • Luce naturale diffusa che farebbe impallidire Caravaggio

Il problema non è l’estetica – che appartiene alla tradizione italiana quanto il parmigiano. Il problema è che abbiamo iniziato a cucinare per la foto, non per il piatto. Il tiramisù perfettamente stratificato che crolla al primo cucchiaio. La pasta “cremosa” che è acquosa perché l’eccesso di liquido di cottura riflette meglio la luce.

TikTok: quando 30 secondi dovrebbero bastare (ma non bastano mai)

L’arrivo di TikTok ha rappresentato insieme una liberazione e una nuova prigionia. Finalmente, ricette rapide! Niente saghe familiari! Solo il succo!

E invece no. I video di cucina hanno creato aspettative irrealistiche mascherate da semplicità: il pane in 15 secondi (omettendo 6 ore di lievitazione), la pasta “velocissima” con 8 ingredienti non standard, il “trucco” geniale che è semplicemente il modo in cui tua nonna ha sempre fatto le cose – con colonna sonora trap.

Il formato breve ha anche generato mostri: ricette compresse a metà, passaggi critici saltati, temperature e timing lasciati all’intuizione. Risultato? Cuochi frustrati che si credono negati, quando hanno solo seguito tutorial incompleti. (Molti creator seri pubblicano anche la scheda completa linkata; peccato che in cucina la frizione conta.)

La performatività del cucinare: tutti chef, nessuno sazio

Paradosso: non abbiamo mai parlato così tanto di cibo cucinandone così poco. Le statistiche sui giovani adulti che non sanno preparare piatti base sono in crescita, eppure il food content è ovunque.

La cucina è diventata performance identitaria. Non cuciniamo (solo) per mangiare: cuciniamo per dire chi siamo. Il purista della tradizione che scaglia anatemi sulla panna nella carbonara. Il vegano militante. L’amante del fusion che mescola kimchi e carbonara (sì, esiste). L’hipster dello zero waste che trasforma le bucce in chissà cosa.

Ogni ricetta condivisa è un manifesto. Ogni ingrediente, una dichiarazione. La cucina casalinga – un tempo gesto intimo e funzionale – è diventata palcoscenico pubblico permanente.

La ribellione: JustTheRecipe e l’anti-narrazione

Verso il 2019, la pazienza collettiva ha iniziato a sgretolarsi. Su Twitter, Kevin Kruse ha scatenato un meme istantaneo: “Hey, cooking websites! Non mi servono mille parole su come hai scoperto la ricetta. Ingredienti, passaggi, tempo totale. Fine.” Viralità immediata. Chelsea Peretti, Alison Roman, mezzo internet: basta storie, dateci i grammi.

Il mercato ha risposto: JustTheRecipe.com e cooked.wiki tagliano il rumore e danno solo ingredienti e istruzioni. Estensioni che “saltano al sodo”. App che estraggono e salvano la versione pulita. Il bottone “Jump to Recipe” – oggi standard su molti food blog – è il simbolo di questa tensione: secondo Mediavine migliora l’esperienza utente e indirettamente la retention, ma non è un fattore SEO diretto. Alcuni lo mettono ben visibile; altri lo mimetizzano dopo due schermate di prologo. Questione di modello di business.

I food blogger hanno reagito con dignità, rabbia e pragmatismo. Deb Perelman di Smitten Kitchen lo dice chiaro: sono soprattutto donne a raccontare queste storie. Se fossero blog di SEO con foto di setup tecnologici, nessuno si lamenterebbe delle premesse lunghe; ma sulle storie di cucina – territorio storicamente femminilizzato – piovono accuse di “indulgenza”.

E qui la verità si fa sfumata. Le intro lunghe non sono solo “riempitivo”: includono sostituzioni, varianti regionali, errori comuni (utilissimi ai principianti) e aiutano il posizionamento grazie a cui molti trovano la ricetta. Chi segue Pinch of Yum da anni vuole la storia. Il problema nasce quando questa intimità investe chi cerca solo “come cuocere il riso basmati” e si ritrova in un memoir non richiesto.

E se il tuo modello dipende da quaranta scroll tra pop-up di pentole e newsletter aggressive, forse il problema non è l’app che ti bypassa: è che hai costruito un’esperienza talmente ostile che la gente è disposta a pagare pur di evitarla.

Il paradosso della scelta infinita

Mai come oggi abbiamo avuto accesso a così tante ricette. Eppure:

  • Cuciniamo sempre le stesse 10 cose
  • Passiamo più tempo a cercare che a cucinare
  • L’ansia da scelta ci paralizza: quale delle 847 versioni di brownies è “quella giusta”?

L’abbondanza genera il suo contrario: una bulimia informativa che non nutre. Salviamo centinaia di ricette che non faremo mai. Board Pinterest come mausolei delle nostre ambizioni culinarie.

La resistenza del quaderno della nonna

Eppure, in mezzo al circo digitale, c’è un fatto semplice: le ricette che funzionano davvero ce le annotiamo ancora. Su carta, nelle note del telefono, in gruppi WhatsApp.

Il quaderno della nonna – macchiato, con i “quanto basta” – sopravvive alla rivoluzione digitale. Perché quelle ricette non devono essere SEO-friendly, non devono generare engagement: devono funzionare, al primo tentativo, quando sei stanco e hai fame.

È il limite strutturale della ricetta online: può essere bella, ispirazionale, ricchissima, ma se servono venti scroll per arrivare al punto mentre hai le mani impastate, hai già perso.

L’algoritmo decide cosa mangiamo

C’è un ultimo livello, più sottile: i trend culinari non sono più organici. Nascono perché l’algoritmo amplifica certi contenuti.

La “feta pasta” virale del 2021 non è esplosa perché rivoluzionaria (feta, pomodorini e pasta convivono da decenni). È esplosa perché formato, timing e piattaforma si sono allineati. Milioni di persone hanno cucinato la stessa cosa nello stesso momento, convinte di seguire un trend quando in realtà erano il trend.

Ingredienti esauriti nei supermercati. Ricerche su Google che schizzano. Ristoranti che aggiornano il menu per cavalcare l’onda. Il ciclo si autoalimenta: più un piatto è virale, più viene replicato, più diventa onnipresente, più sembra “inevitabile”.

E in Italia? Anche qui l’algoritmo detta legge, ma con dinamiche peculiari. Prendi la carbonara: su Google Trends Italia compaiono picchi stagionali e fiammate legate a polemiche virali (panna sì/no, guanciale vs pancetta, interpretazioni “internazionali” che scatenano anatemi). Non a caso, dal 2017 esiste il Carbonara Day (6 aprile, Unione Italiana Food e International Pasta Organisation): tentativo di canonizzare la ricetta “vera” mentre il web la reinventa quotidianamente.

I trend anglo-americani arrivano con qualche settimana di ritardo e vengono “italianizzati”: la feta pasta diventa “pasta al forno con feta”, ricondotta a categorie familiari.

Gli studi mostrano differenze generazionali nette: i boomer cercano tradizione e regionalità (keyword precise: “pasta e fagioli alla veneta”), i millennial oscillano tra autenticità e sperimentazione, la Gen Z importa format esteri ma li italianizza compulsivamente (“carbonara vegana”, “tiramisù fit”). Risultato: un ecosistema in cui la viralità globale si scontra con il campanilismo culinario, producendo ibridi talvolta geniali, talvolta improbabili.

Dove andiamo da qui?

Forse da nessuna parte. Forse questo è semplicemente il nuovo normale: la ricetta è pretesto per contenuto, il contenuto per visibilità, la visibilità per… altro contenuto.

Oppure – ironico ma plausibile – sta nascendo una contro-cultura dell’anti-ricetta: video muti con sole mani e ingredienti. Siti minimalisti con lista della spesa e cinque passaggi. Community che si scambiano solo il risultato, senza fronzoli.

Perché dopo dieci anni di sovraesposizione, inflazione estetica e performatività ossessiva, la vera trasgressione potrebbe essere questa: una ricetta che è solo una ricetta. Ingredienti. Dosi. Procedimento. Fine.

Rivoluzionario quanto una carbonara fatta bene. Improbabile quanto trovarla al primo clic.


Come pubblicare (e trovare) ricette senza impazzire

Se pubblichi ricette:

  • Metti il “Vai alla ricetta” in alto e ben visibile, non dopo tre schermate
  • Offri una versione stampabile/PDF pulita e accessibile già in cima
  • Inserisci sostituzioni e varianti prima del memoir
  • Indica sempre: tempo totale (prep + cottura), attrezzatura, punti critici
  • Accessibilità: contrasto alto, markup semantico per lettura vocale, passi numerati chiari e grandi; evita solo indicazioni visive (“finché è dorato” → “3–4 minuti a 180 °C”)
  • La storia della nonna? Dopo che hai dato ciò che serve

Se cerchi ricette:

  • Estensioni come JustTheRecipe o cooked.wiki tagliano il rumore
  • Usa site:blog-serio.it su Google per evitare spam farm
  • Consulta Google Trends per distinguere moda passeggera da classico
  • Per i capisaldi, il quaderno della nonna (analogico o digitale) batte qualsiasi blog
  • Quando una ricetta funziona, salvala pulita (PDF/nota), non solo il link

Accessibilità e sicurezza:

  • Temperature interne minime: pollo 75 °C (165 °F); maiale 63 °C (145 °F) + riposo; manzo macinato 71 °C (160 °F)
  • Attenzione a caramelli (ustioni da zucchero), fritture (temperatura olio, schizzi), fiamme alte: i video brevi tendono a sorvolare
  • Le ricette dovrebbero essere screen-reader-friendly e ad alto contrasto
  • Tempi e dosi: precisi o, se approssimativi, dichiarati

Riferimenti e approfondimenti

Statistiche food blogging

  • Orbit Media (2023): Blogging Statistics – 808 parole (2014) → 1.427 (2023), +77%
  • RankIQ (2023–2025): Most Profitable Blog Niches – mediana food 9.169 $/mese (campione: blog >2.000 $/mese); ads 42% delle entrate

Fenomeni virali

  • Food52 (2021): The TikTok Feta Pasta Craze Started in… Finland?
  • Vogue (2021): What Makes a Food Go Viral?
  • Instacart (2021): Year in Groceries – +106% ordini ingredienti “feta pasta” (7 feb 2021); picchi ricerche Google fino a +400%

Psicologia e comportamento

  • The Decision Lab: Paradox of Choice
  • Caltech News (2018): Scientists Uncover Why You Can’t Decide What to Order for Lunch
  • PMC (2020): #foodie: Implications of Interacting with Social Media (open access)

Contro-cultura e usabilità

  • JustTheRecipe.com – estrazione “ingredienti + passi”
  • cooked.wiki – versione “jump to recipe al quadrato”
  • Mediavine (2024): Jump to Recipe: How It Impacts Revenue… For the Better!
  • Li et al. (2024, arXiv): A Recipe for Success? – accessibilità non-visiva, markup semantico

Prospettiva del settore

  • Bootstrapped Ventures: Why Do Recipe Blogs Have Stories?
  • Bowl of Delicious: Why Are Food Blog Posts So Long?
  • The Culinary Center of Kansas City: Do Instagram & TikTok Recipes Actually Work?
  • Bon Appétit: interviste a Deb Perelman e altri su narrazione e community

Dimensione italiana / europea

  • Unione Italiana Food & International Pasta Organisation: Carbonara Day (6 aprile)
  • Italianfood.net (2023): Pasta-lovers are ready to celebrate Carbonara Day – analisi Google Trends Italia
  • Google Trends Italia – “carbonara”, “feta pasta”, stagionalità e fiammate da polemiche
  • BioMed Central (2023): Socioeconomic Differences in Dietary Habits in Italy Before and After COVID-19 – differenze per età/coorte
  • Coldiretti (2023): Pollo, in etichetta la cottura ad almeno 75 °C

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