L’italiano che scappa…

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cronache di una lingua in fuga da se stessa

Come in vent’anni siamo passati da “egli scrive” a “lui scrive” e da “distinti saluti” a “ciao 😘” senza accorgercene

C’era una volta una lingua che per seicento anni aveva fatto la bella addormentata nel bosco della letteratura. Dormiva placida nelle biblioteche, si svegliava solo per occasioni solenni, e quando parlava lo faceva con la voce impostata di chi ha studiato bene la dizione. Poi, improvvisamente, negli ultimi vent’anni è successo quello che i linguisti chiamano pudicamente “accelerazione dei processi di mutamento” e che noi comuni mortali potremmo tradurre come: “L’italiano ha bevuto tre Red Bull di fila e ora non sta più fermo un secondo”.

Il risveglio del gigante grammaticale

La storia inizia con un paradosso che farebbe ridere Eco: l’italiano è diventato lingua di tutti gli italiani proprio quando ha smesso di essere la lingua degli italiani colti. Per secoli aveva fatto il prezioso, parlato solo dalle élite mentre il popolo se la cavava con i dialetti. Poi, con televisione, scuola dell’obbligo e migrazioni interne, ecco che improvvisamente milioni di persone hanno iniziato a usarlo quotidianamente. Il risultato? Una lingua che per secoli era rimasta immobile come una statua di marmo ha iniziato a sgambettare come un bambino di tre anni.

I linguisti parlano di “italiano neostandard” con la serietà di chi ha scoperto una nuova specie di farfalla. In realtà si tratta di quella cosa che facciamo tutti i giorni: parliamo come ci viene naturale, freghiamocene delle h mute, usiamo lui scrive invece di egli scrive e diciamo “gli ho detto” anche quando stiamo parlando di una donna. Scandaloso? Macché: è semplicemente un sistema linguistico che si sta democratizzando.

La grande fuga dalle convenzioni

Prendiamo il caso del Lei formale, quel residuo di etichetta che faceva sentire importanti i nostri nonni. Negli ultimi vent’anni ha subito una ritirata strategica degna di Napoleone da Mosca. Email, social, customer service, perfino certi uffici pubblici: il tu ha conquistato territori che una volta erano presidi inespugnabili della distanza sociale.

Non è maleducazione, è adattamento evolutivo. In un mondo dove conversi con il dirigente nelle chat aziendali e commenti i messaggi del sindaco sui social, che senso ha mantenere barriere linguistiche che esistevano quando le classi sociali erano separate da fossati invalicabili?

Stesso discorso per gli apostrofi selvaggi: perche’, puo’, andro’. I puristi gridano allo scandalo, ma la verità è che milioni di italiani usano tastiere internazionali dove digitare “è” richiede una serie di combinazioni che neanche un pianista di jazz. L’apostrofo è diventato la via di fuga pragmatica per chi ha fretta e un computer con tastiera estera.

L’invasione delle faccine conquistatrici

E poi sono arrivate loro: le emoji. Prima erano semplici 🙂 fatte con la punteggiatura, roba da appassionati di computer con troppo tempo libero. Ora sono un sistema semiotico complesso che fa invidia ai geroglifici egizi. Abbiamo creato un linguaggio parallelo dove 😂 può significare “divertente” per i millennials ma “vecchio stile” per la Generazione Z, e dove 👍 è passato dal dire “bravo!” a comunicare “sì, vabbè, se lo dici tu”.

Il bello è che le usiamo istintivamente, senza renderci conto che stiamo costruendo una grammatica visiva in tempo reale. Una frase senza emoji oggi sembra nuda, spoglia, come un piatto senza sale. Non è che siamo diventati meno capaci di esprimerci con le parole: abbiamo semplicemente aggiunto un canale espressivo che prima non esisteva.

Il caso della schwa ribelle

Poi c’è stata la grande battaglia della schwa (ə), l’ultima arrivata nel laboratorio degli esperimenti linguistici italiani. Proposta da ambienti accademici come soluzione al maschile sovraesteso, si è scontrata con la realtà pratica del parlante medio italiano, che di fronte al simbolo ə ha la stessa reazione che avrebbe vedendo un geroglifico maya.

Il risultato? Uso limitato a cerchie ristrette, mentre la gente comune ha optato per soluzioni più pragmatiche: l’asterisco (*), il troncamento (“ciao a tutt’”) o la classica doppia forma (“tutti e tutte”). È la dimostrazione che le lingue non cambiano per decreto accademico, ma per pressione d’uso reale.

Come le proposte ottocentesche di scrivere “ò” invece di “ho”, la schwa rischia di finire nel museo delle utopie linguistiche. Non perché sia sbagliata in teoria, ma perché richiede uno sforzo cognitivo che la maggioranza non è disposta a sostenere.

L’inglese che non ti aspetti

Nel frattempo, l’inglese si è infiltrato nella nostra lingua con la discrezione di un ninja. Non più solo computer e pubblicità, ora abbiamo cancellato, cercato su Google, mandato messaggi e pubblicato foto con naturalezza disarmante, spesso usando i verbi inglesi italianizzati. I linguisti chiamano questi fenomeni “prestiti adattati”, noi li chiamiamo vita quotidiana.

Il divertente è che spesso italianizziamo parole inglesi in modi che farebbero inorridire Shakespeare: “droppare” da “to drop”, “cringe” usato come aggettivo invariabile, “triggato” che suona vagamente napoletano. Non stiamo perdendo la nostra identità linguistica: la stiamo rinnovando con la stessa disinvoltura con cui i romani prendevano parole dal greco.

La sindrome del correttore automatico

E poi c’è lui: il correttore automatico, l’alleato infido che promette di aiutarci ma spesso ci tradisce. Quante amicizie sono finite per un “corna” al posto di “corona”? Quanti malintesi professionali per un “baci” che doveva essere “basta”?

Il correttore ha cambiato il nostro modo di scrivere più di quanto immaginiamo. Ora pensiamo per approssimazioni ortografiche, sapendo che qualcuno (o qualcosa) correggerà i nostri strafalcioni. È una forma di delega cognitiva che ci ha liberati dall’ansia dell’errore ma ci ha resi più disattenti ai dettagli.

L’emancipazione delle parolacce

Ma forse il cambiamento più clamoroso (e meno studiato) è quello che riguarda il nostro rapporto con le parolacce. Termini che vent’anni fa facevano arrossire le signore per bene ora circolano tranquillamente nelle conversazioni quotidiane. “Cazzo” è diventato un intercalare quasi neutro, “figa” ha perso gran parte del suo carico trasgressivo, e interiezioni un tempo considerate volgari sono entrate nel parlato comune senza più fare scandalo.

Non è che siamo diventati tutti più maleducati: è cambiata la percezione sociale di cosa sia davvero offensivo. In un’epoca dove i veri tabù riguardano razzismo, sessismo e discriminazioni, le vecchie parolacce anatomiche sembrano quasi innocue. La volgarità si è democratizzata e, paradossalmente, perdendo il suo carattere proibito ha perso anche molta della sua forza espressiva.

Il risultato è un italiano parlato più disinibito, dove l’intensità emotiva si cerca altrove: nell’ironia, nell’esagerazione, nelle metafore creative. Le parolacce tradizionali sono diventate punteggiatura orale, segnali di confidenza e spontaneità piuttosto che armi linguistiche.

La velocità che mangia la profondità

Il prezzo di tanta vivacità comunicativa? La profondità, forse. In un mondo di storie brevi, messaggi e cinguettii, l’italiano si è adattato alla cultura dello scorrimento infinito. Periodi brevi, concetti semplificati, tutto masticato per essere digerito in tre secondi di attenzione.

Non è necessariamente un male: è adattamento. La lingua si modella sui bisogni dei suoi parlanti, e i nostri bisogni oggi sono velocità, sintesi, immediatezza. Certo, ci perdiamo le subordinate lunghe come transatlantici e le digressioni che facevano il bello della prosa italiana, ma guadagniamo in efficacia comunicativa.

Dove stiamo andando?

L’italiano di oggi è una lingua più democratica, più flessibile, ma anche più stratificata socialmente. Chi sa usare il registro formale quando serve ha un vantaggio competitivo; chi resta bloccato nel gergo giovanile rischia di sembrare poco professionale. È nata una nuova forma di alfabetizzazione funzionale: sapere quando usare emoji e quando evitarle, riconoscere i registri, navigare tra le convenzioni generazionali.

Il futuro? Probabilmente un italiano ancora più modulare, dove ogni contesto avrà le sue regole e dove la competenza linguistica si misurerà sulla capacità di passaggio tra registri diversi. Non più una lingua, ma un ecosistema comunicativo con tante varietà quanti sono i modi di vivere la contemporaneità.


In fondo, quello che stiamo vivendo non è la morte dell’italiano, ma la sua maggiore età. Dopo secoli di tutela accademica, ora deve cavarsela da solo nel mondo reale. E considerando che riusciamo ancora a capirci tra noi (più o meno), direi che se la sta cavando piuttosto bene.

D’altronde, quale lingua al mondo può vantarsi di essere passata da Dante a “periodt” mantenendo il suo fascino? Solo la nostra, probabilmente. E questo è tutto dire.


Fonti e riferimenti:

  • Berruto, G. (2012). Sociolinguistica dell’italiano contemporaneo. Roma: La Nuova Italia Scientifica
  • Sabatini, F. (1985). L’”italiano dell’uso medio”: una realtà tra le varietà linguistiche italiane
  • “Lingua italiana, così evolve sui social network”, Agenda Digitale (2024)
  • “Dalla penna ai social network: come cambia la lingua italiana”, Il Bo Live UniPD
  • D’Achille, P. “I social network e la lingua italiana, tra neologismi e anglicismi”, Accademia della Crusca
  • “Riflessioni su alcune particolarità dell’italiano di oggi”, Accademia della Crusca (2024)

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