L’idea di fondo
Qualche settimana fa, chiacchierando con un amico, è uscita fuori questa storia: e se tenessi un diario alternativo? Non nel senso banale di “cosa avrei voluto che succedesse”, ma proprio l’opposto – raccontare giorni normalissimi in mondi che non ci sono mai stati.
Il trucco sarebbe non dichiarare mai l’anomalia storica, ma lasciare che si intuisca dai dettagli del quotidiano. Come se ogni giorno appartenesse a una timeline diversa, ma io continuassi a vivere la mia vita di sempre – stesso lavoro, stesse abitudini, stesso appartamento – solo che attorno a me la Storia avesse preso altre strade.
Non ucronia classica, quindi, ma ucronia dell’ordinario. Dick in La svastica sul sole ti catapulta subito in un mondo chiaramente diverso. Qui invece dovresti accorgerti piano piano che qualcosa non torna, come quando realizzi che in un sogno gli orologi segnano orari impossibili.
Il meccanismo
L’idea è semplice in teoria, diabolica in pratica: ogni giorno una deviazione storica diversa. Lunedì vivo in un mondo dove l’Impero Romano non è mai caduto, martedì in uno dove il Rinascimento non si è mai interrotto, mercoledì dove l’America l’hanno scoperta i cinesi. Ma senza mai dirlo esplicitamente – solo attraverso piccole incrinature del reale.
Il problema è dosare bene le anomalie. Troppe e diventa grottesco, troppo poche e l’effetto si perde. Serve la mano leggera di chi sa che il diavolo sta nei dettagli, ma anche che i dettagli non devono urlare la loro diversità.
Un esempio: invece di scrivere “ho preso la metro dell’Impero Romano che si chiama Linea Cesarea”, meglio “ho preso la solita linea per andare in centro, quella che passa per Circo Massimo”. Il lettore attento si chiederà: ma la metro di Roma passa davvero per Circo Massimo?
La questione del punto di vista
Il protagonista – io, in questo caso – deve restare ostinatamente normale. Non può essere sorpreso dalle anomalie, perché per lui sono normalità. Non può fare il cronista di mondi alternativi, perché non sa di viverci. Deve semplicemente esistere, con la stessa noia e gli stessi piccoli piaceri di sempre.
È qui che si gioca la partita più difficile: mantenere l’autenticità dell’esperienza quotidiana mentre si costruisce un mondo impossibile. Se il protagonista diventa troppo consapevole, il gioco si rompe. Se diventa troppo inconsapevole, diventa stupido.
Il registro giusto dovrebbe essere quello di chi scrive un diario vero – con le sue ripetizioni, le sue fissazioni, i suoi silenzi. Solo che i referenti sono scivolati impercettibilmente verso l’assurdo.
Su cosa punta l’esperimento
Non è solo gioco letterario fine a sé stesso. Ogni what if dovrebbe essere implicitamente critico verso la nostra timeline. Se mostro un mondo dove certe cose sono andate diversamente, sto suggerendo che il nostro mondo non era inevitabile, che altre strade erano possibili.
Ma senza mai predicare. Il lettore deve arrivare da solo alle conclusioni, magari irritandosi un po’ nel processo. L’irritazione fa parte dell’esperienza: ti accorgi che il mondo che dai per scontato è solo una delle possibilità.
I rischi
Il primo rischio è l’autocompiacimento: innamorarsi troppo del meccanismo e dimenticare che deve servire a raccontare qualcosa di vero sull’esperienza umana.
Il secondo è la nostalgia: tutti i what if che vanno a finire in “prima era meglio”. Sarebbe disonesto, oltre che noioso.
Il terzo è la inverosimiglianza: costruire mondi alternativi che non stanno in piedi, che funzionano solo come giochi di parole.
Il quarto, forse il più insidioso: perdere di vista il lettore. L’esperimento deve funzionare anche per chi non conosce la Storia, altrimenti diventa un gioco per iniziati.
Perché vale la pena tentare
Perché viviamo in un’epoca di timeline multiple – sui social, nei media, nella politica. Siamo già abituati a saltare da una versione della realtà a un’altra nel giro di uno scroll. Un diario ucronico del genere non farebbe altro che rendere visibile quello che già facciamo inconsciamente.
E poi, se è vero che la letteratura serve a rendere strano il familiare, quale strumento migliore di un presente alternativo per farci guardare il nostro con occhi diversi?
Naturalmente, tutto questo ha senso solo se poi il diario è davvero convincente. Le teorie letterarie sono come i programmi politici: bellissime sulla carta.
Il diario di oggi Sabato
Sabato 30 agosto
Sveglia tardiva, come tutti i weekend. Dal balcone il solito viavai di via Nazionale: turisti con le borse del duty-free, qualche romano che si trascina verso il centro con aria sofferente. Il caldo umido di fine agosto a Roma è una cosa che dovrebbe essere proibita dalle convenzioni internazionali.
Colazione al bar sotto casa. Giacomo, il proprietario, si lamenta sempre degli stessi argomenti: il comune che non sistema i sampietrini, i vigili che non fanno mai le multe giuste, la nazionale che “ai miei tempi era diversa”. Stamattina era particolarmente ispirato sui nuovi autobus ibridi: “Ma che ci voleva tanto a farli funzionare con l’elettrico? Mio nonno li aveva già visti negli anni Trenta, quando lavorava per l’azienda di trasporti.”
Ho comprato il giornale più per abitudine che per interesse. La prima pagina dedicata alle solite polemiche politiche: il ministro dell’Economia che promette riforme, l’opposizione che grida al disastro, il governatore della Banca Centrale che fa dichiarazioni sibilline. In terza pagina un articolo interessante sui nuovi scavi archeologici nella zona di Ostia: hanno trovato resti di un porto commerciale che potrebbe essere molto più grande di quanto si pensasse. Il sindaco promette di trasformarlo in attrazione turistica entro il 2026.
Pomeriggio passato al computer a cercare informazioni sui nuovi sviluppi dell’intelligenza artificiale. Sto seguendo alcuni progetti che vengono dall’università di Alessandria – hanno un approccio interessante all’apprendimento automatico che potrebbe rivoluzionare la logistica portuale. C’è anche un paper dell’università di Costantinopoli sui modelli predittivi per l’agricoltura che promette bene, anche se certi tecnicismi mi sfuggono ancora.
Verso sera, spesa al supermercato. La ragazza alla cassa mi ha chiesto la tessera punti con un’aria annoiata che mi ha fatto tenerezza. Con quaranta euro ho riempito due borse – non male, considerando che i prezzi continuano a salire. Ho preso anche una bottiglia di Frascati, che con questo caldo va giù che è un piacere.
Tornando a casa ho incrociato il corteo della rievocazione storica che fanno ogni sabato sera per i turisti. Ragazzi vestiti con le armature che sfilano per i Fori Imperiali cercando di sembrare marziali nonostante le scarpe da ginnastica che si intravedono sotto le tuniche. I turisti li fotografano come fossero gladiatori veri, loro si prestano al gioco con rassegnazione professionale.
In metro c’era il solito casino della sera: la linea B che rallenta sempre all’altezza di Circo Massimo per via dei lavori infiniti, l’annuncio automatico che ripete le stesse frasi da mesi, i turisti che consultano freneticamente le mappe cercando di capire dove scendere per il Colosseo.
Cena davanti alla televisione, con una di quelle serie ambientate sul Danubio che vanno tanto di moda ultimamente. Questa volta era la storia di un comandante militare alle prese con le tensioni locali. Scenografia curata, costumi accurati, ma la solita retorica un po’ pesante sull’onore e il dovere. Durante la pubblicità ho dato un’occhiata fuori dalla finestra: il traffico serale che si dirada, qualche passante che rientra dalla cena fuori, le luci del centro che iniziano ad accendersi.
Verso mezzanotte, mentre stavo per andare a dormire, ho sentito il passaggio della ronda notturna. Ogni sabato sera fanno il giro del quartiere, più per rassicurare i residenti che per reale necessità di sicurezza. Il rumore degli scarponi sull’asfalto, qualche voce che echeggia tra i palazzi, poi il silenzio che torna.
Dal balcone, ultima occhiata alla città prima di dormire. Roma di notte ha sempre quel suo fascino particolare, tra antico e moderno che si mescolano senza troppi complimenti. Le cupole che si stagliano contro il cielo, i palazzi illuminati, il fiume che scorre indifferente portandosi via i riflessi delle luci.
Una giornata come tante, in fondo. Roma di sabato ha questo ritmo particolare, tra la pigrizia del weekend e il peso della storia che si porta addosso senza nemmeno accorgersene. Domani è domenica, forse una passeggiata fino al fiume se il tempo tiene.
Ora basta, che domani voglio alzarmi presto.

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