Lo Chiamavano Jeeg Robot: Un Anti-eroe in Periferia

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Quando il supereroe incontra Pasolini

O di come la borgata romana ha conquistato il pantheon dei supereroi

In un’epoca in cui i supereroi sembrano moltiplicarsi come conigli in un universo Marvel sempre più espanso (e dispendioso), “Lo chiamavano Jeeg Robot” di Gabriele Mainetti arriva come un pugno nello stomaco – appropriatamente, dato il protagonista. Il film del 2015 non si limita a trapiantare formule americane nel Bel Paese, ma compie un’operazione quasi chirurgica: prende il DNA del supereroe e lo ricombina con quello del cinema italiano di periferia, creando una creatura ibrida che farebbe impallidire il dottor Frankenstein.

L’anti-eroe che non sapeva di esserlo

Se Peter Parker imparava che “da grandi poteri derivano grandi responsabilità”, Enzo Ceccotti scopre principalmente che da grandi poteri derivano modi più efficienti per svaligiare i supermercati. Il nostro “eroe” non è tanto un diamante grezzo quanto un pezzo di carbone che, sotto la pressione degli eventi (e di una ragazza che crede sia davvero un robot giapponese), lentamente – molto lentamente – inizia a brillare. È come se Trainspotting incontrasse Superman, ma a Tor Bella Monaca.

La fotografia: quando il realismo sporco incontra il fantastico

Michele D’Attanasio firma una fotografia che sembra uscita da un documentario sulla vita di periferia, per poi improvvisamente virare nel soprannaturale. È come se Pasolini avesse deciso di girare un film sui supereroi, ma senza rinunciare al suo sguardo crudo sulla realtà. Le sequenze d’azione, girate con camera a mano, creano un effetto straniante: è come vedere un video amatoriale di YouTube in cui qualcuno ha davvero dei superpoteri.

L’antagonista nell’era di Instagram

Lo Zingaro non vuole dominare il mondo – sarebbe troppo mainstream. Vuole diventare virale, il che, nel 2015, era forse più ambizioso che conquistare il pianeta. È il villain perfetto per l’era dei social media: narcisista, teatrale e ossessionato dalla propria immagine pubblica. Se i cattivi Marvel costruiscono portali interdimensionali, lui punta a far esplodere una bomba durante una partita di calcio – perché sa che in Italia questo avrebbe più impatto di qualsiasi invasione aliena.

Il confronto con il pubblico americano: quando i tropi attraversano l’oceano

Qui sta il bello: il film funziona proprio perché non cerca di essere una pallida imitazione dei blockbuster americani. È come servire una carbonara in un fast food: potrebbe spiazzare chi è abituato agli hamburger, ma chi ha il palato aperto scoprirà un sapore completamente nuovo.

Per il pubblico americano, abituato alla dieta Marvel/DC di eroi lucidi e patinati, “Jeeg Robot” potrebbe risultare come un documentario di Frederick Wiseman con improvvisi scoppi di superpoteri. Alcuni potrebbero trovarlo sconcertante – è come aspettarsi di vedere “Captain America” e ritrovarsi invece a guardare “Gomorra” con elementi fantastici.

Punti di forza per il pubblico USA:

  • La novità di vedere un supereroe che inizialmente usa i suoi poteri per rubare pudding dai supermercati
  • L’assenza di CGI apocalittiche in favore di una Roma vera, sporca e vivida
  • Un protagonista che non ha bisogno di un costume aderente per essere credibile

Potenziali ostacoli:

  • La mancanza di un universo condiviso (niente cameo di Spider-Man che mangia una pizza al taglio)
  • Un ritmo che privilegia la costruzione dei personaggi agli scontri spettacolari
  • L’assenza di un merchandise line (niente action figure di Enzo che mangia il pudding)

Conclusione: quando meno è più (ma davvero)

“Lo chiamavano Jeeg Robot” dimostra che si può fare un film di supereroi con un budget che probabilmente equivale al catering di una produzione Marvel, e risultare comunque più memorabile di molti blockbuster. È la prova che quando si ha una storia vera da raccontare, non servono effetti speciali da centinaia di milioni di dollari – anche se, ammettiamolo, qualche milione in più non avrebbe fatto male.

Il film riesce nell’impresa quasi impossibile di essere contemporaneamente un omaggio e una decostruzione, un film di genere e un’opera d’autore, un racconto di supereroi e un dramma sociale. È come se Vittorio De Sica avesse diretto “Batman”, e il risultato funziona sorprendentemente bene.

In un’epoca in cui il cinema di supereroi sembra sempre più una catena di montaggio di effetti speciali, “Lo chiamavano Jeeg Robot” ci ricorda che le storie più potenti non sono quelle con i budget più alti, ma quelle che hanno qualcosa di vero da dire. Anche se questo “qualcosa” viene detto da un ladruncolo della periferia romana che può piegare i lampioni con le mani nude.

text assisted by AI,

Mainly Claude Sonnet 3.5 (Jan25), heavily directed

ai text icon by Fahmi Hidayat from Noun Project (CC BY 3.0)

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