CAPITOLO I: LA CITTÀ PERICOLOSA
L’odore fu la prima cosa che notai. Non più il profumo chimico della Farmitalia, ma un miscuglio denso di pesce non proprio freschissimo, frutta troppo matura e qualcosa di indefinibile che saliva dal mercato di Porta Palazzo. Era il 1974, e Torino ci aveva accolto con una sinfonia di aromi che non avevo mai sperimentato a Settimo.
Il nuovo appartamento era al terzo piano di un vecchio palazzo, con finestre che si affacciavano direttamente sul mercato. Al mattino, il rumore dei venditori che montavano i banchi ci svegliava prima della sveglia.
“Non ci abituaremo mai,” si lamentava mio padre, sempre più cupo e stanco per il doppio lavoro, quello normale come portiere in fabbrica e quello che si era scelto fra cartoni e raccolta ferrivecchi.
“È vivo,” rispondeva mia madre con quella sua saggezza veneta che trasformava ogni difficoltà in opportunità. “Meglio il rumore del mercato che la puzza della fabbrica.”
Ma la Farmitalia, con i suoi odori chimici e le sue sirene regolari, era almeno prevedibile. Qui ogni giorno portava una nuova sorpresa, non sempre piacevole.
Il bagno nuovo brillava come un gioiello proibito. Niente più corse nel cortile al freddo, niente più attese imbarazzanti e la compagnia inquietante dei ragni. Era strano avere tanta modernità a portata di mano. Il telefono, altra novità assoluta, squillava a ore improbabili, facendoci tutti sussultare.
“Pronto?” La mia voce tremava sempre quando rispondevo, come se temessi che qualche pericolo potesse arrivare attraverso il filo.
La famiglia si adattava ognuno a modo suo. Mio padre tornava sempre più tardi, schiacciato dal peso di mantenere una famiglia numerosa in città. Mia madre lanciava ciabatte quando necessario, ma teneva insieme i pezzi con una determinazione incrollabile.
“Quanti fratelli hai?” mi chiedevano spesso i nuovi conoscenti.
“Hai una lavagna e qualche ora?” era diventata la mia risposta standard.
Anna, la sorella maggiore, portava ancora le cicatrici della sua fuga a sedici anni. La sua colpa? Uscire con il fidanzato ED un suo amico. Per i miei genitori era ovviamente un ménage à trois, per loro una casta amicizia. La verità, come sempre, si nascondeva nelle sfumature che gli adulti non volevano vedere.
La geografia proibita della città si rivelava poco a poco. Il cinema a luci rosse vicino a Porta Palazzo diventò un punto di riferimento involontario: “dopo il cinema”, “prima del cinema”, come se quel luogo di perdizione fosse diventato il nostro Greenwich meridian personale. A volte, “per caso”, proiettavano film con sottotrame che parlavano di amori diversi, desideri nascosti, possibilità mai nominate apertamente.
L’edicola centrale era un altro porto franco, dove riviste proibite si nascondevano tra quotidiani innocenti in una sezione apposita. Il giornalaio aveva uno sguardo che sapeva vedere e non vedere, che sapeva quali riviste suggerire senza mai dire una parola di troppo.
La libreria di Angelo Pezzana era diversa: un faro di libertà dichiarata in un’epoca di silenzi e sussurri. Era lì che per la prima volta vidi libri che parlavano apertamente di quello che sentivo dentro, anche se non avevo ancora il coraggio di ammetterlo nemmeno a me stesso.
“Tieni gli occhi bassi e cammina veloce,” mi insegnò Beppe una sera, mentre uscivamo. “Non guardare mai direttamente negli occhi. Ma tieni sempre sotto controllo le ombre.”
I portici erano un teatro di ombre cinesi. La truffa delle tre carte era un classico: uomini che giocavano con tre bicchieri e una pallina, attirando ingenui con la promessa di facili guadagni.
“Vieni, vinci facile!” ci chiamarono. “Guarda dov’è la pallina!”
“Non fermarti,” sussurrò Beppe. “È una truffa.”
Ma mi fermai lo stesso, affascinato dal movimento ipnotico dei bicchieri. Fu un errore. Due uomini ci circondarono velocemente, e il luccichio di una lama nella penombra gelò il sangue nelle vene.
“L’orologio,” disse uno. “E il portafoglio.”
Le mani tremanti, sfilai l’orologio – regalo di compleanno – e lo consegnai insieme alle poche lire che avevo in tasca. Non era tanto la perdita a fare male, quanto la brutale consapevolezza che la città aveva i suoi prezzi, e li faceva pagare senza sconti.
La polizia era una presenza costante, più minacciosa che rassicurante. Erano gli anni di piombo, e la tensione si respirava nell’aria come l’odore del mercato. I controlli potevano arrivare in qualsiasi momento, specie di notte dopo che scattava un invisible coprifuoco al sopraggiungere della notte verso le 8 d’estate e le 5 d’inverno.
“Documenti,” la richiesta secca, seguita spesso da perquisizioni improvvisate. “Dove andate a quest’ora?”
Era strano pensare che avevamo più paura di chi doveva proteggerci che dei criminali stessi.
La sera, dalla finestra del nostro appartamento, guardavo le luci del mercato che si spegnevano una ad una. I venditori ambulanti raccoglievano le loro cose, lasciando dietro di sé un tappeto di verdure marce e cartoni abbandonati. Era come se la città si spogliasse del suo travestimento diurno, rivelando la sua vera natura.
I rumori notturni erano una sinfonia inquietante: sirene in lontananza, il rombo di motorini truccati, grida occasionali che facevano trattenere il respiro. Era così diverso dal silenzio di Settimo, interrotto solo dalla sirena della Farmitalia.
“Non vi preoccupate,” diceva mia madre, notando le nostre facce tese. “È solo la città che respira.”
Ma la città respirava come un animale ferito, come una bestia che poteva mordere in qualsiasi momento.
Una notte, un gruppo di poliziotti fece irruzione nel palazzo, cercando qualcuno. I loro stivali risuonavano sulle scale come tamburi di guerra.
“State in casa,” ordinò mio padre, per una volta preoccupato non per il lavoro ma per noi.
Fu quella notte che capii: non eravamo più nella tranquilla Settimo. Eravamo in una giungla urbana dove ogni giorno era una lezione di sopravvivenza.
La città aveva i suoi rituali, le sue regole non scritte. Imparai a riconoscere i segni: quali strade evitare, quali sguardi non incrociare, quali offerte rifiutare. Era una conoscenza che si pagava cara, ma che poteva fare la differenza tra una serata tranquilla e un incontro spiacevole.
“La città ti cambia,” disse un giorno Anna, tornata per una delle sue rare visite. “O impari ad assecondare il suo ritmo, o ti schiaccia.”
Aveva ragione. Torino era una città di contrasti: la stessa strada che di giorno ospitava mercanti di frutta, di notte diventava territorio di cacciatori urbani. Gli stessi portici che offrivano riparo dal sole nascondevano pericoli e possibilità.
Ma forse era proprio questo il punto: crescere significava imparare a navigare tra questi contrasti, tra pericolo e opportunità, tra paura e desiderio.
La notte, dal mio letto, ascoltavo i suoni della città. Non erano più spaventosi come i primi tempi. Erano diventati una strana ninna nanna urbana, il respiro di un organismo vivo di cui, poco a poco, stavo diventando parte.
Stavo imparando che la vera sfida non era sopravvivere alla città, ma trovare il proprio posto in essa. Come un programma che deve adattarsi a un nuovo sistema operativo, stavo imparando nuove routine, nuovi protocolli, nuovi modi di esistere.
E la città, con tutta la sua pericolosa bellezza, stava diventando casa.
CAPITOLO II: IL BODONI E I SUOI FANTASMI
Il Bodoni – Istituto per le Arti Grafiche e Fotografiche – si ergevain un posto un po’ decentrato, ma vicino ad un altro istituto di chimica come un polmone che respirava inchiostro e ribellione. La succursale in centro, a due passi da Palazzo Nuovo, sembrava voler assorbire l’energia delle proteste studentesche che la circondavano.
Cinquanta minuti di viaggio da Settimo: pullman strapieno alle sette del mattino, poi il tram da via Fiochetto. Un’odissea quotidiana che iniziava al buio e finiva, immancabilmente, con qualche sorpresa.
Non sapevo ancora che quei viaggi all’alba erano l’inizio di un percorso più lungo, un viaggio verso una versione di me stesso che non conoscevo ancora.
Gli studenti universitari erano una presenza costante, come spiriti irrequieti che si veevano dalle nostre finestre. Li vedevo mentre preparavano i loro picchetti, cartelli e megafoni pronti per l’ennesima giornata di lotta.
“Compagni!” Il grido arrivava puntuale, amplificato dal megafono. “Oggi non si entra! La scuola è in lotta!”
“Ma io ho il compito di matematica…” protestava qualcuno debolmente.
“La matematica è uno strumento del potere capitalista!” era la risposta invariabile.
A volte mi chiedevo se credessero davvero a quello che dicevano. Poi ho capito che la verità delle loro parole stava nell’energia che generavano, non nel loro significato letterale.
Le aule di arti grafiche erano un mondo a parte. L’odore di inchiostro e carta si mescolava a quello delle sigarette fumate di nascosto. I caratteri tipografici diventavano armi di resistenza: imparavamo a comporre non solo pagine, ma manifesti, volantini, strumenti di lotta.
“Attento a quel carattere in piombo,” ci avvertiva il professor Berardi. “È più antico di tutti noi messi insieme.”
Ma era durante l’occupazione che il Bodoni rivelava la sua vera anima. Le notti nella scuola vuota avevano un sapore diverso, un’elettricità nell’aria che non era solo ribellione adolescenziale.
Fu Marcella a proporre la prima seduta spiritica. Era una di quelle sere in cui la noia e l’eccitazione si mescolavano in parti uguali.
“Avete mai provato?” chiese, tirando fuori un bicchiere dallo zaino.
“È una stronzata,” disse qualcuno.
“Hai paura?” lo provocò lei.
Il laboratorio di chimica al terzo piano divenne il nostro tempio improvvisato. Le candele (rubate dalla chiesa vicina, con un misto di eccitazione e senso di colpa) creavano ombre danzanti sui muri. Il bicchiere si muoveva sul piano improvvisato, guidato da dita tremanti e aspettative febbrili.
“C’è qualcuno?” La voce di Marcella tremava leggermente.
Il silenzio che seguì fu più eloquente di qualsiasi risposta.
“Aspettate!” sussurrò Marco. “Avete sentito?”
Un rumore, da qualche parte nell’edificio vuoto. I nostri cuori batterono all’unisono.
“Sarà il custode,” suggerì qualcuno.
“Il custode è andato via ore fa,” ricordò Marcella.
Era teatro? Autosuggestione? O c’era davvero qualcosa di più nelle aule vuote del Bodoni? Non lo sapemmo mai, ma non era quello il punto. Il punto era che stavamo creando qualcosa di nostro, qualcosa che andava oltre le lezioni di geografia e le regole scolastiche.
Il laboratorio di chimica divenne presto il nostro spazio preferito per altri tipi di esperimenti. Il professor Manetti aveva un modo tutto suo di chiudere un occhio sulle nostre “ricerche alternative”.
“Ragazzi,” ci disse una volta, trovandoci a trafficare con reagenti non previsti dal programma, “so cosa state facendo. Ma fate attenzione.”
Non ci denunciò mai. Forse capiva che quella sperimentazione, per quanto rischiosa, era parte necessaria della nostra crescita.
Le arti grafiche erano il nostro alibi, la nostra copertura per esplorazioni più profonde. Imparavamo le tecniche di stampa mentre stampavamo volantini clandestini. Studiavamo la fotografia mentre documentavamo le manifestazioni. Era una doppia educazione: quella ufficiale e quella che ci davamo da soli.
“Guardate questo carattere tipografico,” ci spiegava il professor Berardi. “Si chiama Bodoni, come la nostra scuola. È elegante ma rivoluzionario, classico ma sovversivo.”
Come noi, pensavo. Come tutti noi che cercavamo di essere eleganti nella nostra rivolta, classici nella nostra sovversione.
Le notti di occupazione si susseguivano, ognuna con il suo rituale. C’era chi leggeva poesie sovversive, chi organizzava gruppi di studio alternativi, chi semplicemente esisteva in quello spazio di libertà temporanea.
“Non è solo politica,” disse una sera Marco, mentre guardavamo la città illuminata dalle finestre del terzo piano. “È qualcosa di più.”
Aveva ragione. Era la scoperta di noi stessi attraverso la ribellione. Era l’apprendimento di un altro modo di essere, di esistere, di resistere.
I professori si dividevano tra comprensivi e ostili. Alcuni capivano, altri condannavano. Il professor Manetti continuava a proteggerci a modo suo, lasciando “accidentalmente” aperto il laboratorio di chimica.
“La chimica è come la vita,” ci diceva. “A volte devi rompere dei legami per crearne di nuovi.”
L’anno al Bodoni mi cambiò in modi che non avrei potuto prevedere. Non erano solo le tecniche grafiche, la chimica sperimentale o le sedute spiritiche. Era qualcosa di più profondo: la comprensione che la realtà poteva essere manipolata, che le regole potevano essere piegate, che l’arte – in tutte le sue forme – poteva essere uno strumento di liberazione.
“Sapete una cosa?” disse Marcella l’ultima notte di occupazione. “Non importa se i fantasmi esistono davvero. L’importante è che abbiamo imparato a non averne paura.”
E forse era proprio questo il punto: non avevamo solo occupato una scuola, avevamo occupato uno spazio nella nostra coscienza. Un posto dove la paura – dei fantasmi, dell’autorità, del diverso – non aveva più potere su di noi.
Il Bodoni ci aveva insegnato molto più che tecniche grafiche. Ci aveva insegnato l’arte della resistenza, la poesia della ribellione, la chimica della trasformazione personale. E queste lezioni sarebbero rimaste con noi molto più a lungo di qualsiasi nozione tecnica.
Era stato il nostro primo vero assaggio di libertà. E il sapore era inebriante.
CAPITOLO III: IL PEANO, ZENO E LA RIVOLUZIONE DIGITALE
Il Peano era grigio e imponente, quasi nell’anonimato voleva rappresentare un monumento al rigore matematico che nascondeva nei suoi sotterranei un museo di archeologia informatica. L’edificio si sviluppava su tre piani, ma era nei laboratori degli interrati che si celava il vero cuore pulsante della scuola: computer che sembravano usciti da un film di fantascienza degli anni ’50, con le loro schede perforate e i ponticelli di contatto da mettere a mano.
Era come entrare in una cattedrale tecnologica dove ogni macchina era una reliquia da venerare, anche se metà del tempo non funzionava.
“La sezione C?” chiesi a un bidello il primo giorno.
“Fondo del corridoio,” rispose con un ghigno. “La classe degli scarti.”
Fu allora che lo vidi per la prima volta. Zeno occupava gli ultimi banchi come un re in esilio: capelli ricci, pelle abbronzata anche a settembre, una camicia leggera troppo larga che nascondeva qualcosa che ancora non capivo. Stava raccontando qualcosa al suo pubblico abituale.
“E allora ho detto al prete…” stava dicendo, ma si interruppe quando entrai. Mi guardò con un sorriso ironico. “Nuovo?”
Annuii, la gola improvvisamente secca.
“Siediti qui,” disse, indicando un banco vicino al suo. “Io sono Zeno.”
“Pa… Paolo,” balbettai, maledicendo la mia voce tremante.
“Paolo? Troppo noioso. Ti chiameremo Pa.”
E così, in un istante, fui ribattezzato. Come se Zeno avesse il potere di ricreare il mondo con le sue parole, di trasformare un timido nerd in qualcosa di diverso.
Il laboratorio di informatica era il regno di macchine che erano già vecchie prima ancora di nascere. Il P101, il mitico Programma 101, era l’unica vera meraviglia in quel cimitero tecnologico. Prima di lui, avevamo solo il dinosauro a schede perforate, che faceva sembrare veloce una lumaca artritica.
“COBOL,” proclamava il professore con l’entusiasmo di un evangelista, “è il linguaggio del futuro. Le aziende lo useranno per sempre.”
Zeno, dal fondo dell’aula, emise un suono a metà tra una risata e un colpo di tosse.
“Qualcosa da dire, signor… Zeno?”
“Niente, prof. Solo che mi fa ridere l’idea di ‘per sempre’ in informatica.”
“E lei che ne sa?”
“So che l’unica costante in tecnologia è il cambiamento. Ma continui pure, è una bella favola.”
Era così che Zeno si presentava al mondo: con una irriverenza che io, nel mio conformismo triste, trovavo tanto spaventosa quanto affascinante.
La professoressa di chimica aveva deciso che ero un piccolo genio. Il fatto che non mi interessasse particolarmente non sembrava scalfire la sua convinzione. La prof di Italiano dopo un 2 dato nel tema “Come attingo alle sorgenti dell’essere” plaudì come a un miracolo ai temi successivi dove avevo imparato meglio a mentire e a scrivere quello che loro si aspettavano. La prof di chimica insisteva, quasi disperatamente:
“Hai un dono naturale per le reazioni,” insisteva. “Non sprecarlo.”
“È solo buona memoria,” cercavo di spiegare.
“No, è intuizione. Vedi connessioni che gli altri non vedono.”
Ma era nei momenti non ufficiali che la vera educazione aveva luogo. Zeno aveva il talento di trasformare ogni lezione in un’occasione di sovversione.
“Sapete perché ci mettono in sezione C?” disse un giorno. “Perché siamo quelli che fanno domande scomode.”
La classe era un campionario di diversità: c’era Dino, da Volpiano come Zeno, sempre riflessivo e a darsi delle pose. Nuccio, con la sua faccia da bruttino ma un cuore d’oro. Toni, un po’ geek come me. Tutti una spanna sopra la media, tutti in qualche modo “diversi”.
L’arrivo del P6060 fu come passare dal Medioevo al Rinascimento in un giorno solo. Si programmava in BASIC, e improvvisamente il futuro sembrava più vicino.
“Ma vi rendete conto?” esclamava il professore. “Questa macchina ha 16K di memoria!”
“Wow,” commentò Zeno sarcastico. “Quasi quanto un criceto.”
Eppure, anche lui passava ore a programmare, a cercare di piegare quella macchina alla sua volontà. Lo trovavi spesso in laboratorio dopo le lezioni, immerso in qualche progetto non autorizzato.
“Sai qual è il bello dei computer?” mi disse una volta. “Non gli importa chi sei o da dove vieni. Gli importa solo se il tuo codice funziona.”
Il mio conformismo iniziò a incrinarsi sotto la sua influenza. Prima furono piccole cose: un commento irriverente durante una lezione, un compito consegnato con risposte volutamente provocatorie, un’assenza strategica durante un’interrogazione.
L’episodio del crocifisso fu il punto di svolta. Zeno lo fissava da giorni con disgusto.
“Simbolo di oppressione,” mormorò un giorno. E prima che qualcuno potesse fermarlo, si alzò, lo staccò dal muro e lo spezzò in due.
Il silenzio cadde sulla classe come una coltellata.
“Chi è stato?” tuonò il preside un’ora dopo.
Nessuno parlò. Zeno si dondolava sulla sedia, tranquillo. Lo guardavo di sottecchi, ammirato e terrorizzato.
“Chi è stato?” ripeté il preside.
Il silenzio si fece più denso. Non era solo omertà: era solidarietà di classe, la prima vera prova che eravamo diventati qualcosa di più di un gruppo di studenti.
“Lo sai che siamo la classe degli sfigati, vero?” mi disse Zeno quella sera, mentre tornavamo a casa.
“Sì, me l’hanno detto.”
“Perfetto. Gli sfigati sono i migliori. Sono quelli che non hanno niente da perdere.”
E aveva ragione. Non avevamo niente da perdere perché avevamo tutto da scoprire. Eravamo gli scarti, i diversi, quelli che facevano domande scomode e davano risposte ancora più scomode.
Le giornate al Peano presero un ritmo diverso. I computer nei sotterranei ronzavano come monaci in preghiera, mentre noi cercavamo di estrarre significato dal caos di schede perforate e codice BASIC.
“È come fare poesia,” diceva Zeno mentre programmarava. “Solo che invece di parole usiamo numeri.”
Non lo sapevo ancora, ma stavo imparando un nuovo linguaggio. Non solo il COBOL o il BASIC, ma il linguaggio della ribellione, della diversità, dell’autenticità.
La sezione C diventò il nostro regno, il nostro laboratorio di esistenza. Ogni giorno era una nuova scoperta: di noi stessi, dei nostri limiti, delle nostre possibilità.
“Sai una cosa?” disse Zeno un pomeriggio, mentre cercavamo di far funzionare uno dei dinosauri tecnologici. “Questi computer sono come noi.”
“In che senso?”
“Obsoleti prima ancora di iniziare. Ma ancora capaci di sorprendere.”
E forse era proprio questo il punto: eravamo tutti un po’ obsoleti, un po’ fuori posto, un po’ rotti. Ma era proprio questa imperfezione a renderci perfetti per quello che sarebbe venuto dopo.
Lo Zonupatodi ci aspettava, ancora ignaro del ruolo che avrebbe avuto nelle nostre vite. Ma questo è un altro capitolo della storia.
CAPITOLO IV: LA METAMORFOSI
La trasformazione fu graduale ma inesorabile, come una reazione chimica che, una volta innescata, non può essere fermata. Zeno era il catalizzatore, io l’elemento instabile pronto a cambiare stato. E il Peano, con i suoi laboratori sotterranei e le sue aule grigie, era il nostro laboratorio personale.
“Sai qual è il tuo problema, Pa?” mi disse un pomeriggio Zeno, mentre cercavamo di far funzionare il P6060. “Pensi troppo a quello che gli altri vogliono che tu sia.”
“E cosa dovrei essere?” chiesi, alzando gli occhi dal codice BASIC che stavo debuggando.
“Non lo so. È questo il bello. Devi scoprirlo tu.”
Era facile per lui parlare. Zeno sembrava essere nato sapendo esattamente chi era. O forse era solo più bravo di me a fingere sicurezza.
I primi segni del cambiamento furono sottili. Il modo in cui mi vestivo cominciò a evolversi: dai maglioni ordinati che mia madre comprava ai Magazzini Bertello a uno stile più personale, più trasandato. I miei capelli, sempre tagliati corti e ordinati, cominciarono a crescere.
“Ti stai trasformando,” notò la professoressa di chimica, ma non era chiaro se lo considerasse un miglioramento.
Le azioni di protesta diventarono più organizzate. Non era più la ribellione caotica del Bodoni, ma qualcosa di più mirato, più consapevole.
“Non è questione di rompere le regole,” spiegava Zeno durante una delle nostre riunioni improvvisate nel cortile. “È questione di capire perché esistono e se hanno senso.”
Il gruppo si consolidava giorno dopo giorno. Nuccio, con la sua logica spietata, diventò il nostro stratega. Dino, il filosofo, dava profondità intellettuale alle nostre azioni. Beppe (detto topo per il suo essere nerd ante litteram) portava la sua competenza tecnica e la sua capacità di hackerare qualsiasi sistema.
“Siamo come i componenti di un computer,” scherzava Topo: “Ognuno ha la sua funzione, ma funzioniamo solo se siamo connessi.”
Le notti divennero il nostro momento preferito. Lo Zonupatodi divenne il nostro laboratorio improvvisato dove sperimentavamo idee e concetti nuovi.
Le nostre discussioni spaziavano sempre più lontano dalla programmazione. Parlavamo di filosofia, di politica, di rivoluzioni personali e collettive. Zeno aveva sempre un libro nuovo da condividere: Hesse, Kerouac, autori che non si studiavano a scuola.
“La Beat Generation,” spiegava, “ha capito che la vera rivoluzione inizia dentro di noi.”
Era strano come le parole di scrittori americani degli anni ’50 potessero parlare così direttamente alla nostra esperienza nella Torino degli anni ’70.
Il mio rendimento scolastico cominciò a cambiare. Non in peggio, come temevano i professori, ma in modo diverso. Le mie risposte agli esami diventarono meno prevedibili, più creative. La professoressa di italiano notò il cambiamento.
“È come se finalmente stessi pensando con la tua testa,” commentò. “Anche se non sono sempre d’accordo con quello che pensi.”
Il vecchio me – il nerd silenzioso, il conformista triste, il ragazzo che cercava solo di non farsi notare – stava morendo. Al suo posto stava nascendo qualcuno di nuovo. Qualcuno che non aveva più paura di fare domande, di mettere in discussione, di essere diverso.
“Sai una cosa?” disse Zeno una sera, mentre tornavamo a casa. “Non tutti quelli che si perdono sono davvero persi.”
“È una citazione?” chiesi.
“Forse. O forse è solo la verità.”
La verità era che mi stavo perdendo proprio per ritrovarmi. Come un programma che deve essere completamente riscritto per funzionare meglio, stavo attraversando una fase di debug esistenziale.
Le prime esplorazioni della sessualità erano caute, confuse, mediate attraverso la letteratura e la tecnologia. Le BBS diventarono un modo per esplorare identità e desideri che non osavo ancora ammettere nemmeno a me stesso.
Se solo la vita reale fosse stata così semplice.
Fu durante questo periodo che cominciammo a parlare dello Zonupatodi. Non aveva ancora un nome, era solo un’idea: uno spazio nostro, dove poter essere veramente noi stessi.
“Ho trovato una soffitta,” annunciò Zeno un giorno. “È perfetta.”
Non sapevamo ancora quanto quella soffitta avrebbe cambiato le nostre vite. Non sapevamo che stava per iniziare il capitolo più importante della nostra storia.
La metamorfosi era completa. O forse, più precisamente, stava solo iniziando. Perché alcune trasformazioni non finiscono mai veramente. Continuano a evolversi, come un codice che si riscrive da solo, cercando sempre nuove forme di espressione.
E lo Zonupatodi ci aspettava, ancora ignaro del ruolo che avrebbe avuto nelle nostre vite. Ma questa è un’altra storia, e merita un capitolo tutto suo.
CAPITOLO V: LO ZONUPATODI PRENDE VITA
Il cigolio della porta arrugginita echeggiò nella tromba delle scale come il lamento di un fantasma. La soffitta era esattamente come ce l’aveva descritta il custode: un enorme spazio dimenticato a cinquecento metri da piazza Castello, perfetto per chi cercava un rifugio dal mondo.
“È perfetta,” disse Zeno, e la sua voce risuonò strana nell’aria polverosa. La luce filtrava attraverso finestre sporche di decenni, creando fasci diagonali che davano alla stanza un’aria quasi mistica.
“È un rudere,” osservò Beppe, sempre pratico.
“È il nostro rudere,” corresse Zeno, e in quella semplice frase c’era già tutto il programma di quello che sarebbe diventato.
A volte mi chiedo se avevamo davvero capito, in quel momento, che stavamo per creare molto più di un semplice luogo di ritrovo. Stavamo per dare vita a uno spazio che ci avrebbe cambiato per sempre.
La soffitta aveva il soffitto caratteristico angolato in alcune parti, un posticino che con molta immaginazione poteva essere chiamato “angolo cottura”, un lavandino che perdeva acqua al ritmo di un metronomo impazzito, e un gabinetto esterno in comune che sembrava uscito da un romanzo dickensiano.
“Qui,” indicò Zeno un angolo particolarmente illuminato, “metteremo i materassi per studiare. Là i libri. E sulle pareti…”
Si interruppe, notando i tabulati che stringevo al petto come se fossero un tesoro. I fogli continui del computer della scuola, pieni dei miei pensieri nascosti tra le righe di codice FORTRAN, erano diventati il mio modo di tenere un diario senza che nessuno potesse leggerlo.
“Quelli,” sorrise. “Quelli saranno perfetti per le pareti.”
“Ma sono solo…” Mi fermai. Come spiegare che erano più di semplice carta? Come spiegare che tra quelle righe di codice c’erano nascosti i miei segreti più profondi?
“Sono la nostra storia,” completò lui. “Il nostro codice segreto.”
Nuccio e Dino cominciarono a spostare le casse. Toni spazzò il pavimento, sollevando nuvole di polvere che danzavano nei raggi di sole. Io restavo immobile, stretto ai miei tabulati, combattuto tra la voglia di condividere e la paura di espormi troppo.
“Pa,” mi chiamò Zeno dolcemente. “Non devi mostrarli se non vuoi.”
“No, è che…” Respirai profondo. “È come mettere il cuore sulle pareti.”
Mi guardò con intensità. “A volte è proprio quello che serve.”
La trasformazione dello spazio iniziò quel pomeriggio stesso. Qualcuno portò dei vecchi materassi recuperati da una cantina. Qualcun altro trovò una lampada che funzionava a intermittenza, come se anche lei non fosse sicura di voler illuminare i nostri segreti.
I tabulati cominciarono a coprire le pareti, creando un mosaico di codice e confessioni. Tra le righe di FORTRAN si nascondevano poesie mai lette, pensieri mai espressi, desideri mai confessati. Era il nostro modo di decorare il mondo: con strati e strati di significati nascosti.
Le serate presero un ritmo proprio. Dopo la scuola, lo Zonupatodi (anche se ancora non si chiamava così) diventava il nostro universo parallelo. Studiavamo, o fingevamo di farlo. Ogni materia diventava un pretesto per discussioni più profonde.
“La Mandragola non è solo una commedia,” proclamava Zeno. “È una critica al potere.”
“E i particolari piccanti?” sogghignava Toni.
“Quelli sono per tenere sveglio Pa durante le spiegazioni,” rideva Zeno, strizzandomi l’occhio.
Una sera, qualcuno portò un giradischi. Il suono era terribile, gracchiante, ma non importava. De André, Guccini, i Pink Floyd riempivano l’aria insieme all’odore di caffè fatto con una macchinetta scrostata.
“Come la chiamiamo?” chiese Dino una sera. La domanda rimase sospesa nell’aria come il fumo delle nostre sigarette.
“Deve essere un nome speciale,” disse Nuccio. “Qualcosa che sia solo nostro.”
“Zonupatodi,” disse Zeno all’improvviso.
“Cosa?”
“Zo-Nu-Pa-To-Di. Le nostre iniziali. Zombie, Nuccio, Pa, Topo, Dino.”
“Suona come una formula magica,” sorrisi.
“Lo è,” rispose lui. “È la formula che ci tiene insieme.”
Le notti allo Zonupatodi avevano un sapore particolare. A volte qualcuno rimaneva a dormire, avvolto in coperte portate da casa, con i tabulati alle pareti che sembravano brillare nella penombra come antiche iscrizioni.
Una sera resto solo. Ho risposto a un annuncio su DuePiù, una rivista trovata tra la carta da macero. Un ragazzo deve arrivare. Il cuore mi batte forte quando sento i passi sulla scala. Non è come me l’aspettavo. Non è come nessuno che conoscessi. Ma è reale, è qui.
Dopo, seduto sul materasso, mi sento vuoto. Non era questo che volevo, non così. Le pareti tappezzate di tabulati sembrano giudicarmi.
“Ehi.”
Sussulto. Zeno è sulla porta.
“Che ci fai qui?”
“Ho dimenticato un libro,” dice. Mi guarda, e nei suoi occhi vedo che sa. “Tutto ok?”
Annuisco, incapace di parlare.
Si siede accanto a me. Non dice nulla, ma la sua presenza è conforto sufficiente.
“A volte,” dice finalmente, “cerchiamo le cose nei posti sbagliati.”
“Tu come fai?” La domanda mi sfugge prima che possa fermarla.
“A fare cosa?”
“A essere così… libero.”
Ride, ma è una risata amara. “Non sono libero, Pa. Ho solo imparato a portare meglio le catene.”
Lo Zonupatodi diventa il nostro rifugio, il nostro mondo parallelo. Studiamo, ridiamo, cresciamo. Le pareti continuano ad accumular strati di tabulati. Ogni foglio una confessione, ogni programma un segreto. La mia biografia si mescola con le equazioni FORTRAN, i miei desideri con le routine di sistema.
“Sai una cosa?” dice Zeno una sera, indicando le pareti. “Questi fogli sono come noi.”
“In che senso?”
“Sembrano una cosa ma ne nascondono un’altra. Come te che scrivi la tua vita facendo finta di programmare.”
Lo guardo terrorizzato. “Tu… hai letto?”
“No,” sorride. “Ma ti conosco. E va bene così.”
Lo Zonupatodi era diventato più di un rifugio: era uno spazio dove potevamo essere autenticamente noi stessi. Dove ogni forma d’amore trovava il suo posto, dove la diversità non era tollerata ma celebrata. Era il nostro laboratorio di esistenza, dove sperimentavamo chi volevamo essere.
E le pareti, quelle pareti coperte di codice e confessioni, continuavano a custodire i nostri segreti, come pagine di un diario collettivo che solo noi sapevamo leggere veramente.
CAPITOLO VI: CORPI E TECNOLOGIA
Lo specchio del bagno non perdonava. Ogni mattina era un confronto con un’immagine che sembrava non corrispondere mai a quello che avrei voluto vedere: i chili di troppo, gli occhiali spessi, e quella particolarità anatomica che mi faceva sentire perennemente incompleto. La pubertà, già di per sé un periodo di guerra con il proprio corpo, aveva deciso di giocare con me una partita particolarmente crudele.
Come spiegare agli altri che ti senti sempre a metà, anche quando nessuno può vedere la differenza? Come dire che il tuo corpo ti sembra un vestito cucito male, con una manica più corta dell’altra?
“Non è poi così importante,” diceva mia madre, cercando di consolarmi. “Nessuno lo nota.”
Ma io lo notavo. Lo notavo ogni volta che mi cambiavo per ginnastica (sempre ultimo, sempre in un angolo), ogni volta che qualcuno parlava di normalità, ogni volta che mi guardavo allo specchio.
La tecnologia divenne il mio rifugio naturale. Nei computer non importava come eri fatto, quanti chili avevi, o se la natura aveva deciso di giocare a dadi con la tua anatomia. Importava solo quello che sapevi fare, come pensavi, cosa potevi creare.
“Guarda questo codice,” dicevo a Topo, mostrando una routine particolarmente elegante in FORTRAN. “Non è bellissimo?”
“È solo un programma,” rispondeva lui, non capendo che per me era molto di più. Era una dimostrazione che potevo creare qualcosa di perfetto, anche se mi sentivo imperfetto.
Le BBS furono una rivelazione. Un mondo dove potevi essere chiunque, dove l’unica cosa che contava erano le tue parole, i tuoi pensieri. Il modem fischiava nella notte come un canto di sirene, promettendo connessioni, comprensione, possibilità.
Era come avere un oblò su un universo parallelo, dove i corpi non esistevano e le menti danzavano libere nel cyberspazio.
“Non puoi nasconderti dietro uno schermo per sempre,” mi disse un giorno Zeno.
“Non mi sto nascondendo,” protestai. “Mi sto trovando.”
I tabulati sulle pareti dello Zonupatodi si riempivano di confessioni codificate. Tra le righe di FORTRAN, nascondevo poesie, pensieri, paure. Il codice diventava un diario cifrato, un modo per urlare in silenzio.
C Questo corpo è una prigione
IF (self.worth > 0) THEN
C Ma forse la chiave è nel codice
La mia goffaggine fisica contrastava con l’eleganza che riuscivo a trovare nella programmazione. Mentre il mio corpo sembrava tradirmi a ogni movimento, le mie dita volavano sulla tastiera con una sicurezza che non trovavo da nessun’altra parte.
“Sei come un traduttore,” osservò una volta la professoressa di chimica. “Traduci il caos in formule, il disordine in ordine.”
Era vero. La chimica, come la programmazione, era un modo per dare senso a un mondo che sembrava spesso non averne.
Gli occhiali spessi diventarono quasi un simbolo: una barriera tra me e il mondo, ma anche delle lenti attraverso cui vedere realtà che gli altri non notavano. I chili di troppo erano una corazza, un modo per occupare più spazio in un mondo dove mi sentivo invisibile.
“Il corpo è solo hardware,” diceva Toni nei momenti di filosofia improvvisata. “È il software che conta.”
“Facile per te dirlo,” pensavo, ma non lo dicevo mai ad alta voce.
Le notti erano il momento peggiore e migliore. Peggiore perché nel silenzio i pensieri sul corpo diventavano più forti. Migliore perché era quando il mondo digitale prendeva vita. Il monitor del computer illuminava la stanza con la sua luce bluastra, creando un’atmosfera quasi sacra.
“È strano,” dissi una notte a Zeno, durante una delle nostre sessioni di programmazione notturna. “Qui mi sento… intero.”
“Perché qui sei libero di essere te stesso,” rispose. “Senza le aspettative degli altri.”
Le BBS diventarono più di un rifugio: erano un laboratorio dove sperimentare identità, dove le parole potevano essere più vere proprio perché erano digitali. Nel mondo dei bit, la mia diversità non era un difetto ma una caratteristica, come una variabile in un programma.
C Il corpo è una variabile
C La mente è il programma
C E io sono il programmatore
Era più facile affidare i segreti a un compilatore che a un diario. I computer non giudicano, non ridono, non sussurrano dietro le spalle.
La vera svolta arrivò quando capii che la tecnologia non doveva essere una fuga, ma un ponte. Non uno schermo dietro cui nascondersi, ma una finestra attraverso cui mostrarsi.
“Sai qual è la cosa bella dei computer?” chiese Topo una sera.
“Che puoi essere chiunque?”
“No. Che puoi finalmente essere te stesso.”
E forse aveva ragione. In quel periodo di trasformazioni e scoperte, la tecnologia non era solo un rifugio dall’inadeguatezza fisica, ma uno strumento per superarla. Un modo per dimostrare che il valore di una persona non si misura in chili, in simmetrie, in normalità.
Il corpo rimaneva una prigione, ma avevo trovato un modo per far volare la mente oltre le sbarre. E forse, alla fine, era questo che contava davvero.
Le pareti dello Zonupatodi continuavano ad accumular strati di tabulati, ogni foglio una confessione, ogni programma un segreto. La mia biografia si mescolava con le equazioni FORTRAN, i miei desideri con le routine di sistema. Era il mio modo di esistere nel mondo: tradurre l’imperfezione in codice, il dolore in algoritmi, la diversità in poesia digitale.
E lentamente, byte dopo byte, stavo imparando ad accettare non solo chi ero nel cyberspazio, ma anche chi ero nel mondo reale. Non perfetto, non normale, ma autentico. E forse, alla fine, era questa l’unica cosa che contava davvero.
CAPITOLO VII: INCONTRI FORMATIVI
Adriana arrivò nella nostra vita come una tempesta di cultura e anticonformismo. Aveva l’età di nostra madre ma lo spirito di una ventenne e una biblioteca che faceva sembrare quella scolastica una collezione di fumetti. Il suo appartamento, a pochi isolati dallo Zonupatodi, diventò il nostro secondo rifugio.
“La vita,” diceva spesso, servendo tè in tazze spaiate, “è troppo breve per le convenzioni.”
Le sue cene erano leggendarie: si parlava di filosofia, politica, arte, mentre il cibo si freddava nei piatti. Non erano semplici pasti, erano simposi platonici in versione torinese.
“Allora, cosa ne pensate di Reich?” chiedeva, come se stesse domandando che tempo facesse fuori.
Era sconcertante come riuscisse a parlare di sessualità e politica con la stessa naturalezza con cui altri parlavano del meteo. Per noi, abituati ai silenzi imbarazzati degli adulti su certi temi, era una rivelazione.
La ragazza dei due diplomi era un altro mistero affascinante. Ventiquattro anni, già una laurea in tasca, era tornata a scuola “per il gusto di imparare”. Aveva scelto il Peano non perché le servisse, ma perché voleva capire l’informatica.
“Non capisco perché ti sorprende tanto,” mi disse una volta, vedendomi perplesso davanti alla sua scelta. “Anche tu sei qui per imparare, no?”
“Sì, ma io devo.”
“Nessuno deve. Tutti scelgono.”
Era una prospettiva rivoluzionaria: l’idea che lo studio potesse essere un piacere, non un dovere. Che la conoscenza fosse un fine, non un mezzo.
Le letture segrete circolavano come messaggi in codice tra di noi. Hermann Hesse passava di mano in mano: “Siddharta”, “Il lupo della steppa”, “Narciso e Boccadoro”. Ogni libro era una chiave per una porta che non sapevamo di avere.
“Leggi questo,” disse un giorno Adriana, porgendomi una copia consumata di “Il gabbiano Jonathan Livingston”. “Parla di te.”
“Di me?”
“Di tutti quelli che si sentono diversi e non sanno ancora che è un dono.”
La musica diventò la colonna sonora della nostra evoluzione. Non era la musica commerciale che passava alla radio. Erano i Pink Floyd di “The Wall”, che ci parlavano di un’educazione sbagliata, di una società che voleva trasformarci in mattoni di un muro.
“Another brick in the wall?” cantava Zeno. “No grazie, abbiamo altri progetti.”
Le serate da Adriana diventavano sempre più intense. Discutevamo di tutto: dalla filosofia orientale alla fisica quantistica, dalla politica alla poesia. Lei ascoltava, guidava, provocava, ma non giudicava mai.
“Non è strano,” disse una sera la ragazza dei due diplomi, “come cerchiamo tutti la stessa cosa?”
“E cosa sarebbe?” chiese qualcuno.
“La libertà di essere noi stessi.”
Era vero. In quel periodo stavamo tutti cercando di capire chi eravamo. Alcuni attraverso i libri, altri attraverso la musica, altri ancora attraverso il codice. Io attraverso tutto questo insieme.
Le letture si espandevano in territori sempre più arditi. Trovai “Il capitale” di Marx nella biblioteca di Adriana, accanto a un trattato di psicanalisi di Freud. Lei mi lasciava esplorare liberamente, intervenendo solo quando vedeva che mi perdevo.
“Non devi capire tutto subito,” mi disse una volta. “Alcune idee hanno bisogno di tempo per sedimentare.”
La ragazza dei due diplomi portò una ventata di femminismo nel nostro gruppo prevalentemente maschile. Non il femminismo arrabbiato delle manifestazioni, ma quello quotidiano di chi vive le proprie scelte con naturalezza.
“Sapete qual è il problema?” disse una volta durante una discussione. “Non è che le donne non possano fare certe cose. È che gli uomini pensano di poter decidere cosa le donne possano o non possano fare.”
Le BBS divennero un’estensione di queste discussioni. La notte, quando il mondo dormiva, i modem fischiavano trasportando non solo dati, ma idee, sogni, possibilità.
“È come una grande biblioteca,” spiegava Topo. “Ma invece di libri ci sono pensieri in movimento.”
Adriana ci introdusse anche al cinema d’essai. Non i blockbuster americani, ma film che facevano pensare: Fellini, Bergman, Pasolini. Li guardavamo nel suo salotto, spesso fermando il video per lunghe discussioni.
“Vedete?” diceva. “Il cinema non è solo intrattenimento. È un modo di pensare per immagini.”
Fu durante una di queste serate che la ragazza dei due diplomi fece un’osservazione che mi colpì profondamente.
“Sai cosa mi piace di te?” mi disse mentre gli altri discutevano animatamente di una scena. “Non hai paura delle domande difficili.”
“Ne ho paura eccome,” risposi. “Solo che ho più paura di non farle.”
Era vero. Le domande difficili erano diventate la mia casa. Quelle sulla società, sulla politica, sulla sessualità. Quelle su me stesso.
Le serate finivano sempre troppo presto. Tornavamo a casa carichi di libri prestati, di idee da digerire, di domande da esplorare. La città notturna sembrava diversa dopo queste sessioni: più piena di possibilità, meno minacciosa.
“Sai cosa stai facendo veramente?” mi chiese una sera Adriana mentre mi prestava l’ennesimo libro.
“Leggo?”
“No. Stai costruendo te stesso. Libro dopo libro, idea dopo idea. È il lavoro più importante che farai mai.”
E aveva ragione. Attraverso questi incontri, queste letture, queste discussioni, stavo lentamente assemblando i pezzi di chi ero. Come un programma complesso che prende forma riga dopo riga, stavo scrivendo il codice della mia identità.
Le pareti dello Zonupatodi si riempivano non solo di tabulati, ma anche di citazioni, di poster di film, di ritagli di giornale. Era come se stessimo creando una mappa della nostra evoluzione intellettuale e emotiva.
Forse è questo il vero significato di crescere: non tanto accumulare conoscenze, quanto imparare a usarle per capire meglio se stessi e il mondo.
E in questo viaggio, persone come Adriana e la ragazza dei due diplomi non erano solo guide: erano prove viventi che si poteva essere diversi, che si poteva pensare in modo critico, che si poteva vivere secondo le proprie regole.
La metamorfosi continuava, alimentata da questi incontri, da queste letture, da queste discussioni. Non era più solo una trasformazione personale: era diventata un’evoluzione intellettuale, una rivoluzione culturale su piccola scala.
CAPITOLO VIII: LE NOTTI DELLA CITTÀ
La notte a Torino aveva un sapore diverso da quello che conoscevo a Settimo. Non era il silenzio interrotto dalla sirena della Farmitalia, ma un respiro continuo di vita sotterranea. Le strade di Porta Palazzo, che di giorno brulicavano di venditori e clienti, di notte si trasformavano in un teatro di ombre e possibilità.
“Stasera usciamo,” annunciò Zeno un pomeriggio allo Zonupatodi. Non era una proposta, era una dichiarazione.
“Dove?” chiesi, già sentendo lo stomaco annodarsi per l’ansia.
“Ovunque. La città è nostra.”
Era facile per lui dirlo. Zeno sembrava possedere una mappa segreta della città, una conoscenza istintiva di quali strade percorrere, quali evitare, dove trovare vita anche alle tre del mattino.
I bar notturni divennero le nostre seconde case. Non quelli turistici del centro, ma piccoli locali nei quartieri periferici dove nessuno faceva domande. Il caffè era sempre troppo forte, il fumo troppo denso, le conversazioni sempre sul punto di trasformarsi in qualcos’altro.
“Vedi quel tipo?” sussurrava Zeno, indicando discretamente un avventore. “È uno scrittore. Viene qui ogni notte a scrivere il suo romanzo che non finirà mai.”
Le nostre esplorazioni notturne avevano un che di rituale. Partivamo dallo Zonupatodi dopo il tramonto, quando la città iniziava la sua metamorfosi. Dino portava sempre un libro di poesie, Topo il suo walkman con le cassette dei Joy Division, Nuccio una bottiglia di vino scadente.
“Non è pericoloso?” chiedeva sempre mia madre.
“La vita è pericolosa,” rispondevo, ripetendo una frase di Zeno. “Almeno questa è una scelta nostra.”
I cinema di terza visione erano tappe obbligate. Proiettavano film improbabili a orari ancora più improbabili. A volte eravamo gli unici spettatori, altre volte ci trovavamo immersi in un pubblico variegato di nottambuli e sognatori.
“Guardate,” disse una volta Zeno durante una proiezione di un film d’essai francese. “È così che dovremmo vivere. Come se ogni momento fosse parte di un film che stiamo girando.”
Il freddo non ci fermava. Camminavamo per ore, parlando di filosofia, di politica, di amore. La città diventava la nostra lavagna, ogni strada un nuovo capitolo della nostra storia.
“Lo sai che ci controllano?” disse una notte Topo, indicando una volante della polizia che passava lentamente.
“Ci controllano sempre,” rispose Zeno. “La differenza è che di notte lo fanno apertamente.”
Le prime esplorazioni dei locali gay e delle discoteche furono caute, quasi accidentali. Luoghi che di giorno passavano inosservati si trasformavano di notte in rifugi per chi cercava se stesso.
“Non devi fare niente,” mi rassicurò Zeno la prima volta. “Devi solo guardare, capire.”
Era strano come la notte rendesse tutto più facile da accettare. Come se il buio desse il permesso di essere più onesti con se stessi.
La musica era la nostra compagna costante. I walkman con le cuffie condivise creavano una colonna sonora personale per le nostre avventure. I Clash, i Talking Heads, i Joy Division… ogni band raccontava una parte diversa della nostra storia.
“Ascolta questo passaggio,” diceva Topo, passandomi le cuffie. E per un momento, fermi sotto un lampione, il mondo si riduceva a quel suono, a quella sensazione di essere perfettamente presenti nel momento.
Le BBS notturne erano un altro tipo di esplorazione. Mentre la città dormiva, i modem fischiavano, connettendo vite, storie, desideri.
“È come una città parallela,” spiegava Toni. “Una città fatta di bit invece che di mattoni.”
Gli incontri più strani avvenivano all’alba. Panettieri che iniziavano il loro turno, nottambuli che lo finivano, artisti di strada che cercavano gli ultimi spiccioli della notte.
“Vedete?” diceva Zeno. “Questa è la vera città. Non quella che mostrano ai turisti.”
A volte ci fermavamo in una tavola calda, ordinando caffè e brioche appena sfornate. Il profumo del pane caldo si mescolava con quello della notte che finiva, creando un momento di perfezione effimera.
“Non possiamo continuare così per sempre,” disse una mattina Dino, mentre guardavamo il sole nascere da una panchina.
“No,” concordò Zeno. “Ma possiamo continuare finché serve.”
E forse era questo il punto: non si trattava di una fuga, ma di un’esplorazione. Non stavamo scappando da qualcosa, stavamo andando verso qualcosa.
Le notti si accumulavano come tabulati sulle pareti dello Zonupatodi. Ogni uscita era una nuova riga di codice nel programma della nostra vita, ogni esplorazione un nuovo subroutine.
Le albe ci trovavano spesso esausti ma vivi, carichi di storie da raccontare, di momenti da ricordare. Tornavamo a casa con gli occhi stanchi e l’anima piena, pronti a affrontare un altro giorno di normalità apparente.
Perché la notte ci aveva insegnato che la normalità era solo una maschera, e che sotto ogni maschera si nascondeva una storia che valeva la pena di essere vissuta.
E lo Zonupatodi registrava tutto, nelle sue pareti sempre più dense di significati, nei suoi spazi sempre più ricchi di storia.
CAPITOLO IX: POLITICA E IDEALI
Il 1978 fu l’anno in cui tutto cambiò. Il rapimento Moro era nell’aria, una tensione palpabile che si respirava nei corridoi del Peano, nelle strade, persino nello Zonupatodi. Le professoresse ci guardavano in modo diverso, come se improvvisamente si fossero rese conto che non eravamo più bambini.
“Pensavate fosse un gioco?” disse la professoressa di italiano, il giorno dopo il rapimento. “Ora si fa sul serio.”
Non era mai stato un gioco. Solo che gli adulti se ne accorgevano solo ora.
La sede di Democrazia Proletaria in piazza Cavour diventò la nostra seconda casa. Non per militanza vera e propria – eravamo troppo individualisti per quello – ma per l’atmosfera, per le discussioni, per la sensazione di essere parte di qualcosa di più grande.
“Compagni!” La voce di Zeno risuonava nella sala fumosa. “Non possiamo restare in silenzio!”
Era nel suo elemento lì, come un pesce nell’acqua. Parlava, gesticolava, convinceva. Io restavo nell’angolo, assorbendo tutto, sempre ai margini.
“Non devi per forza parlare,” mi sussurrò una sera. “L’importante è essere qui.”
La musica di De André faceva da sottofondo alle nostre discussioni. Non era la solita canzone di protesta, era qualcosa di più profondo. “La guerra di Piero”, “Il pescatore”, “Bocca di Rosa” – ogni canzone era una lezione di umanità mascherata da ballata.
“Vedi?” diceva Zeno tra una strofa e l’altra. “Non sta parlando solo di guerra o di amore. Sta parlando di scelte.”
Le riunioni politiche si mescolavano con le letture proibite. Marx si alternava a Marcuse, Reich a Fromm. Leggevamo tutto quello che ci capitava tra le mani, cercando di dare un senso al caos che ci circondava.
Le manifestazioni divennero parte della nostra routine. Non le grandi manifestazioni ufficiali, ma i piccoli presidi, le azioni dimostrative, i volantinaggi improvvisati.
“Non è tanto quello che otteniamo,” spiegava Zeno. “È quello che impariamo nel processo.”
La tensione politica si mescolava con quella personale. Ogni scelta, anche la più banale, acquisiva un significato politico. Cosa leggere, cosa ascoltare, come vestirsi – tutto diventava un atto di posizionamento.
“La rivoluzione,” diceva spesso Zeno nelle nostre discussioni notturne allo Zonupatodi, “comincia sempre da dentro.”
Lo guardavo e pensavo a tutte le rivoluzioni che combattevo nel silenzio del mio cuore. Quelle che non avevano a che fare con la lotta di classe o il capitalismo, ma con l’accettazione di sé, con il coraggio di essere.
Le BBS diventarono un altro fronte di battaglia. Messaggi criptici viaggiavano nella notte attraverso le linee telefoniche, creando una rete di resistenza digitale prima di Internet.
“È come Radio Londra,” scherzava Topo. “Solo che invece di ‘Il papero dice che…’ usiamo altri codici.”
La politica entrava anche nei nostri esperimenti con il codice. Tra le righe di FORTRAN nascondevo non solo confessioni personali, ma anche manifesti politici, sogni di cambiamento.
C La rivoluzione non sarà compilata
IF (freedom > fear) THEN
C Il futuro è già qui
Le notti in sezione diventarono più intense. Discutevamo di tutto: dalla situazione internazionale alle contraddizioni personali, dalla lotta armata (che condannavamo) alla resistenza passiva (che praticavamo).
“Non è che non crediamo nella violenza,” spiegava Zeno una sera. “È che crediamo troppo nell’intelligenza.”
Le letture si facevano più impegnative. “Il Capitale” di Marx si alternava con “L’uomo a una dimensione” di Marcuse. Non capivamo tutto, ma era il tentativo di capire che contava.
“Non devi comprendere ogni parola,” mi rassicurava Adriana durante le nostre discussioni. “Devi lasciare che le idee ti lavorino dentro.”
La politica diventava anche un modo per esplorare la sessualità e l’identità. Il femminismo, il movimento gay, le lotte per i diritti civili – tutto si intrecciava in un unico grande discorso sulla libertà.
“Vedi?” disse una sera la ragazza dei due diplomi. “È tutto collegato. La libertà non si può dividere in compartimenti.”
Il rapimento Moro si concluse nel modo più tragico, e con esso finì anche una certa innocenza politica. Non potevamo più fingere che la violenza fosse solo teorica, che le scelte non avessero conseguenze.
“E ora?” chiese qualcuno durante una riunione particolarmente cupa.
“Ora più che mai,” rispose Zeno, “dobbiamo pensare con la nostra testa.”
Le pareti dello Zonupatodi si riempivano non solo di tabulati personali, ma anche di manifesti politici, di ritagli di giornale, di poesie di resistenza. Era come se stessimo creando un archivio della nostra evoluzione politica e personale.
Forse è questo il vero significato della politica: non tanto le grandi ideologie, quanto il modo in cui queste si incarnano nelle nostre vite quotidiane, nelle nostre scelte, nei nostri amori.
La sera, quando tornavamo dalle riunioni, la città sembrava diversa. Non era più solo un paesaggio urbano, ma un campo di battaglia dove ogni strada, ogni piazza, ogni angolo poteva essere il teatro di una piccola rivoluzione personale.
CAPITOLO X: LE PRIME VERE SCELTE
Fu durante un pomeriggio apparentemente normale allo Zonupatodi che presi la prima vera decisione autonoma della mia vita. Stavo guardando i tabulati sulle pareti, quelle confessioni nascoste tra le righe di codice, quando realizzai che non potevo più continuare a vivere in due mondi paralleli.
“Mi sono iscritto a Servas,” annunciai a Zeno, la voce che tremava leggermente.
“Cos’è?”
“Un’organizzazione pacifista internazionale. Si viaggia, si sta da altre persone, si conoscono altri modi di vivere.”
Era più di una semplice iscrizione. Era una dichiarazione di intenti, un modo di dire al mondo: esisto, ho delle scelte da fare, delle strade da percorrere.
La lettera di presentazione per Servas fu la cosa più difficile che avessi mai scritto. Non era solo questione di descriversi: era questione di decidere come presentarsi al mondo.
“Sono gay,” scrissi alla fine, dopo ore di tentennamenti, “ma non cerco esperienze durante il viaggio.”
Le parole sul foglio sembravano brillare come neon nella notte. Era la prima volta che lo mettevo nero su bianco, che lo dichiaravo a qualcuno che non fosse un tabulato in FORTRAN.
“L’hai fatto davvero,” disse Zeno, leggendo la lettera che gli avevo mostrato. Non era una domanda.
“Dovevo.”
“Lo so.”
La reazione dei miei genitori al mio desiderio di viaggiare fu un miscuglio di preoccupazione e incomprensione.
“Ma perché così lontano?” chiedeva mia madre. “Ci sono tanti posti da vedere qui.”
Non potevo spiegare che non era questione di distanza fisica, ma di distanza da me stesso, da chi ero stato fino a quel momento.
“Preferisco un’incertezza vera a una sicurezza falsa,” risposi da allora in poi a chi mi faceva quelle domande, citando senza saperlo qualche filosofo che avevo letto da Adriana.
Lo Zonupatodi diventò il quartier generale di questa rivoluzione personale. Ogni decisione veniva discussa, analizzata, sviscerata nelle lunghe notti tra i tabulati e le discussioni infinite.
“È come programmare,” disse Topo una sera. “Ogni scelta è un IF-THEN-ELSE. Ma sei tu che scrivi il codice della tua vita.”
Le BBS diventarono il mio campo di prova. Attraverso i messaggi digitali, cominciai a esplorare diverse versioni di me stesso, testando reazioni, cercando conferme.
C La vita è un programma che si automodifica
IF (courage > fear) THEN
C Il codice cambia per sempre
La decisione di essere più aperto sulla mia sessualità venne gradualmente, come un programma che si compila lentamente.
“Non devi fare annunci,” mi consigliò Zeno. “Devi solo smettere di nasconderti.”
La ragazza dei due diplomi fu incredibilmente importante in questo periodo. Mi prestò libri che non avrei mai osato cercare da solo, mi parlò di esperienze che non conoscevo.
“La vera libertà,” mi disse, “non è fare quello che vuoi. È essere quello che sei.”
Le notti divennero un laboratorio di scelte. Ogni uscita era una piccola decisione di libertà, ogni conversazione un passo verso una verità più completa.
“Vedi quella stella?” disse una notte Zeno, indicando il cielo sopra Torino. “Non è la più brillante, ma ha scelto la sua traiettoria.”
La politica assunse un significato più personale. Non era più questione di ideologie, ma di scelte quotidiane, di piccole rivoluzioni personali.
“Il personale è politico,” citava spesso la ragazza dei due diplomi. E finalmente capivo cosa significasse.
L’ultima grande decisione di quel periodo fu quella di iniziare a scrivere. Non più solo codice, non più solo confessioni nascoste nei tabulati, ma parole vere, storie vere.
“Devi raccontare,” mi incoraggiò Adriana. “Non per gli altri, ma per te stesso.”
Il primo racconto lo scrissi di notte, alla luce blu del monitor. Era grezzo, imperfetto, ma era mio. Era vero.
Come un programma alla sua prima compilazione: pieno di bug, ma finalmente funzionante.
Le scelte portavano conseguenze. Alcune amicizie si allontanarono, altre si rafforzarono. La famiglia faticava a comprendere, ma in qualche modo rispettava questi cambiamenti.
“Non ti riconosco più,” disse mia madre un giorno.
“Forse è perché finalmente mi sto riconoscendo io,” risposi.
Lo Zonupatodi registrava tutto questo nelle sue pareti sempre più dense di significati. I tabulati non erano più solo confessioni: erano dichiarazioni di intenti, mappe per il futuro.
spettava, anche se ancora non lo sapevamo. Ma questa è un’altra storia, e richiede un altro tipo di coraggio per essere raccontata.

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