L’Oblò delle Meraviglie (Parte I: Infanzia)

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Memorie di un ragazzo che guardava il mondo al contrario [[ podcast per chi non ha voglia o tempo per leggerlo https://drive.google.com/file/d/1LwogRfh0HhH9-SPm-KguPmk0xRUZdgCg/view?usp=sharing]

Prefazione

Questo testo nasce dalla mia autobiografia, ispirato ai ricordi dell’infanzia in una cittadina della cintura di Torino, ma prende ampie libertà creative. Alcune intuizioni sono emerse quasi spontaneamente, come se fossero sempre state lì, anche se non erano presenti nei miei appunti originali. È partito da una serie di pensieri sparsi e disordinati, poi organizzati con l’aiuto di Claude Sonnet 3.5 New e affinati con Chat GPT-4o-mini. È un esempio di quanto l’intelligenza artificiale possa aiutare gli scrittori, anche se rimane indispensabile l’occhio umano per rileggere, adattare e rifinire. In questo caso, ho dato solo un tocco finale, lasciando che il testo mantenesse una certa spontaneità.

Dove i ragni ballano tra la carta e i sogni…

  1. Prefazione
  2. 1. Il Tempo del Non Ricordo
  3. 2. La Scoperta della Diversità
  4. 3. Il Mondo Magico
  5. 4. Mia Madre
  6. 5. La Vita in Famiglia
  7. 6. La Casa e i Suoi Segreti
  8. 7. Settimo Torinese
  9. 8. I Percorsi Quotidiani
  10. 9. I Luoghi del Commercio
  11. 10. La Raccolta della Carta
  12. 11. Le Scoperte tra i Rifiuti
  13. 12. Gli Studi e le Passioni
  14. 13. I Fumetti e l’Immaginazione
  15. 14. La Televisione e la Radio
  16. 15. I Giochi e i Passatempi
  17. 16. Le Amicizie e gli Incontri
  18. 17. I Viaggi e le Avventure
  19. 18. L’Adolescenza che Avanza
  20. 19. Epilogo: Il Tempo della Comprensione

1. Il Tempo del Non Ricordo

“Tieni questa gallina!” urla mio fratello, ridendo mentre mi spinge verso il cortile della cascina di Volpiano. Ho solo tre anni, e la gallina mi sembra enorme.

“No, no, non voglio!” grido, ma lui insiste.

“Non fare il bambino! È solo una gallina!”

La gallina mi fissa con quegli occhi arancioni, la testa che si muove a scatti. Mi avvicino tremante, le mani protese. All’improvviso, un dolore acuto – mi ha beccato! Le mie urla riempiono il cortile.

“Mamma! Mammaaaa!”

Oggi, mentre cerco di afferrare questo ricordo, non sono sicuro se sia realmente successo o se sia solo una delle tante storie che mi hanno raccontato così tante volte da diventare memoria. Ma il terrore di quel momento sembra reale, come un’impronta nella mia psiche.

“Vieni qui,” dice zia Wilma, prendendomi per mano. Ho cinque anni ora, e siamo nel suo salotto. “Ti faccio vedere una cosa magica.”

Apre una piccola scatola sulla mensola. Una musica cristallina riempie l’aria, e una ballerina inizia a danzare sopra uno specchio. Rimango ipnotizzato. La ballerina si moltiplica all’infinito nei riflessi, danzando in un universo senza fine.

“È bellissima…” sussurro.

“Sì,” sorride zia Wilma, “è speciale, come te.”

Mi siedo sul pavimento, le gambe incrociate, gli occhi fissi sul carillon. La musica continua a suonare, e io mi perdo in quel mondo di specchi e movimento. È uno dei miei primi ricordi veri, non contaminato dai racconti degli altri.

“Perché ti piace tanto guardarlo?” chiede mia madre un giorno, trovandomi ancora davanti al carillon.

“Perché…” esito, cercando le parole giuste, “perché qui tutto è possibile. La ballerina non è mai sola, ci sono sempre altre ballerine con lei. Anche quando balla al contrario negli specchi, è comunque bella.”

Mia madre mi accarezza i capelli, e vedo nei suoi occhi che capisce. Capisce che sto parlando di più che di un semplice carillon.

La casa della cascina emerge dai ricordi come un sogno sfocato. L’odore del fieno, il muggito delle mucche in lontananza, il vento che fischia tra le travi del tetto.

“Mi racconti ancora di quando vivevamo nella cascina?” chiedo spesso a mia madre.

“C’era tanto spazio,” risponde sempre, “e tu eri così piccolo… correvi ovunque, anche se avevi paura delle galline.”

Ridiamo insieme, ma dentro di me sento che quei ricordi nebulosi sono importanti. Sono i primi mattoni della mia storia, anche se non posso più distinguere chiaramente i loro contorni.

Oggi, seduto nella mia stanza, cerco di afferrare questi primi ricordi. Sono come farfalle che si posano brevemente sulla mia coscienza prima di riprendere il volo. Non so quali siano reali e quali siano stati costruiti dalle storie familiari, ma so che hanno contribuito a formare chi sono.

“A volte,” dico al mio riflesso nello specchio, “non importa se un ricordo è vero o no. Importa cosa ci ha insegnato.”

Il sole sta tramontando, e dalla finestra posso vedere la città industriale che si stende sotto di me. Sono lontano dalla cascina di Volpiano ora, lontano dalla gallina e dal carillon. Ma quei primi ricordi, veri o immaginati che siano, sono ancora con me, come ombre che danzano al confine della memoria.


2. La Scoperta della Diversità

Sto osservando mia madre che lavora all’uncinetto. Le sue mani si muovono veloci, sicure. Mi siedo al contrario per vedere meglio.

“Mamma, insegnami,” sussurro.

Lei sorride, senza alzare gli occhi dal lavoro. “Guarda attentamente.”

Non mi dà istruzioni, non mi corregge. Mi lascia imparare a modo mio, con la mano sinistra, tutto al contrario. Le sue dita danzano, e io le imito come in uno specchio.

“Rosa,” sento la vicina che parla con mia madre, “non dovresti lasciarlo fare così. Userai la destra come tutti gli altri,” mi dice, voltandosi verso di me con quella che vuole essere gentilezza ma suona come un ordine.

“Lui è fatto così,” risponde semplicemente mia madre, e continua a lavorare.

È il primo giorno di scuola. Ho il grembiule nuovo, il fiocco blu, la cartella che profuma di plastica. Sono eccitato perché so già leggere e scrivere.

“Siediti,” dice la maestra, indicando un banco in prima fila. Mi siedo, estraggo il quaderno nuovo. Prendo la matita con la mano sinistra.

Il suo sguardo cambia immediatamente. Si avvicina al mio banco, l’ombra che si proietta sul quaderno come una nuvola scura.

“No, no, NO!” La sua voce è tagliente. “Così non va. La mano destra. La DESTRA!”

“Ma io…” cerco di spiegare.

“Niente ma. In questa classe si scrive con la destra. Come fanno tutti i bambini normali.”

Le lacrime mi bruciano gli occhi mentre cerco goffamente di impugnare la matita con la destra. Le lettere escono storte, brutte. La maestra scuote la testa e segna uno zero enorme sul quaderno, spaccandolo con un gesto rabbioso.

Torno a casa piangendo. “Non voglio più andare a scuola,” singhiozzo mentre mio padre mi guarda.

“Cosa è successo?”

Gli mostro il quaderno, le lacrime che cadono sullo zero spaccato.

“Aspetta qui,” dice mio padre. Il suo viso è una maschera di determinazione che non gli ho mai visto prima.

Il giorno dopo, mi accompagna a scuola. Non so cosa dice alla preside, ma quando torno in classe, c’è una maestra diversa.

“Scrivi come ti viene naturale,” mi dice gentilmente, “l’importante è che scrivi bene.”

Durante l’intervallo, un compagno mi si avvicina.

“Ma è vero che scrivi con la sinistra?”

“Sì,” rispondo, aspettandomi le solite prese in giro.

“Figo!” dice invece lui. “Come fai a non sporcare il foglio?”

Per la prima volta, la mia diversità non sembra un difetto. È solo… diversa.

A casa, quella sera, mio padre mi mette una mano sulla spalla.

“Non dimenticarlo mai: essere diverso non significa essere sbagliato.”

“Ma perché l’altra maestra…”

“Alcune persone hanno paura di ciò che è diverso,” dice lui. “Ma tu non devi avere paura di essere te stesso.”

Mi stringo nel letto, ripensando alla giornata. Lo zero spaccato fa ancora male, ma c’è qualcosa di nuovo dentro di me: un piccolo seme di orgoglio. Ho vinto la mia prima battaglia, anche se non l’ho combattuta da solo.

“Grazie, papà,” sussurro nel buio.

Non so se mi sente, ma sento il suo passo nel corridoio che si ferma un momento davanti alla mia porta.


3. Il Mondo Magico

È sera tardi, e sono seduto sul pavimento della lavanderia. L’oblò della lavatrice brilla come un occhio magico nel buio. Mi avvicino, il naso quasi incollato al vetro rotondo.

“Cosa stai facendo ancora sveglio?” sussurra mia sorella, trovandomi lì.

“Sssh,” rispondo sottovoce. “Sto aspettando Babbo Natale.”

“Babbo Natale? Qui?”

“È ovvio! Come pensi che entri nelle case che non hanno il camino? Usa l’oblò della lavatrice. Guarda com’è perfetto… rotondo, luminoso…”

Lei sta per ridere, ma qualcosa nel mio viso la ferma. Si siede accanto a me.

“E come fa a passare da un buco così piccolo?”

“Ha la magia,” spiego con pazienza. “Si rimpicciolisce, proprio come Alice nel Paese delle Meraviglie.”

Il ronzio della lavatrice riempie il silenzio mentre guardiamo insieme l’oblò illuminato.

“Sai una cosa?” dice dopo un po’. “Ha senso. È molto più pratico del camino. Non si sporca neanche di fuliggine.”

Nel cortile, il giorno dopo, sto creando un nuovo mondo. Le balle di carta sono montagne, il vecchio bidone rovesciato è una navicella spaziale, l’ombra del muro è un portale per dimensioni parallele.

“Chi parla da solo è matto,” grida un ragazzino passando.

“Non sto parlando da solo,” rispondo. “Sto creando.”

“Creando cosa?”

“Un universo. Vuoi vedere?”

Si ferma, incurioso. Gli mostro le montagne di carta, il portale dimensionale, la navicella spaziale.

“Ma è solo spazzatura,” dice.

“No, è quello che ci vedi dentro che conta. Guarda meglio…”

Si avvicina, scettico. Gli spiego come le ombre cambiano forma durante il giorno, come il vento che muove i fogli può raccontare storie, come ogni angolo nasconde un mistero.

“Là,” indico un angolo particolare del cortile, “c’è l’ingresso del castello delle cento stanze.”

“Non vedo nessun castello.”

“Chiudi gli occhi,” suggerisco. “Ora immagina una porta enorme, di legno antico…”

“Con i chiodi di ferro?” chiede, gli occhi ancora chiusi.

“Esattamente! E quando si apre…”

Passiamo il pomeriggio esplorando il castello invisibile. Alla fine, anche lui vede le cose come le vedo io.

“Torni domani?” chiede mentre sta andando via.

“Certo. Il castello ha cento stanze. Ne abbiamo viste solo dieci oggi.”

La sera, mentre mi preparo per andare a letto, mia madre mi trova ancora davanti alla lavatrice.

“Ho sentito che oggi hai fatto un nuovo amico,” dice.

“Gli ho mostrato come vedere le cose.”

“Che cose?”

“Quelle che gli altri non vedono. Come l’oblò magico, o il castello nel cortile.”

Si siede accanto a me, come ha fatto mia sorella la sera prima.

“Sai,” dice dopo un momento, “credo che questo sia un dono speciale.”

“Vedere cose che non ci sono?”

“Vedere la magia nelle cose normali. Non tutti possono farlo.”

Mi stringo nelle spalle. “Per me è facile.”

“Lo so,” sorride. “È per questo che è un dono.”

Quella notte, nel letto, penso a quanto sia strano il mondo degli adulti. Vedono solo una lavatrice dove c’è un portale magico, spazzatura dove c’è un universo intero. Eppure, alcuni di loro – come mia madre, mia sorella – riescono ancora a vedere un po’ attraverso i miei occhi.

“Forse,” sussurro nel buio, “la vera magia è riuscire a vedere il mondo in modi diversi.”

L’oblò della lavatrice brilla debolmente attraverso la porta socchiusa, come un occhio complice che mi fa l’occhiolino.


4. Mia Madre

Il pomeriggio è silenzioso. Mi siedo al contrario sulla sedia, come faccio sempre, per osservare mia madre che lavora all’uncinetto. Le sue mani si muovono come in una danza segreta.

“Perché ti siedi sempre così?” chiede la zia in visita. “Ti verrà il torcicollo!”

Mia madre alza appena gli occhi dal suo lavoro. “Lascialo stare. È il suo modo di imparare.”

“Ma Rosa, non può…”

“Può,” dice mia madre, tornando al suo lavoro. La discussione è chiusa.

Continuo a guardare le sue mani che si muovono. Dal mio punto di vista capovolto, ogni movimento ha più senso. È come guardare un film proiettato al contrario, dove tutto diventa chiaro solo se lo vedi nel modo “sbagliato”.

“Mamma,” sussurro dopo che la zia se n’è andata, “mi insegni?”

Non risponde subito. Continua a lavorare, ma sposta leggermente la sedia per farmi vedere meglio. È il suo modo di dire sì.

“Guarda,” dice finalmente, rallentando i movimenti. “Il filo fa così…”

Le sue dita danzano, e io le osservo attentamente. Non mi dice che sto tenendo l’uncinetto nel modo sbagliato con la mano sinistra. Non mi corregge quando faccio i punti al contrario.

“Vedi?” dice invece. “Ogni punto è come una lettera. Messie insieme, raccontano una storia.”

“Che storia racconta questo?” chiedo, indicando il centrino che sta creando.

Si ferma un momento, guarda il suo lavoro come se lo vedesse per la prima volta. “Questa è la storia di un giardino. Vedi questi punti qui? Sono i fiori. E questi sono i sentieri tra le aiuole…”

Mi avvicino di più, cercando di vedere il giardino nascosto tra i punti. E improvvisamente lo vedo: non solo il giardino, ma tutto un mondo in miniatura fatto di filo e pazienza.

“Mi insegni anche a scrivere?” chiedo all’improvviso.

Lei sorride. “Già lo sai quasi. Ti ho visto copiare le lettere dal giornale.”

“Ma voglio imparare bene. Prima di andare a scuola.”

Posa l’uncinetto e prende un foglio. “Vedi questa lettera? È una ‘A’. Come una piccola casa con il tetto…”

Imparo a scrivere guardandola, proprio come ho imparato l’uncinetto. Tutto al contrario, tutto a modo mio. Lei non dice niente quando uso la mano sinistra, quando le lettere escono specchiate.

Una sera, mentre siamo ancora seduti con l’uncinetto, mi guarda con attenzione.

“Sai perché ti lascio fare le cose a modo tuo?”

Scuoto la testa.

“Perché a volte il modo giusto non è quello che fanno tutti. A volte il modo giusto è quello che funziona per te.”

“Anche se è al contrario?”

“Soprattutto se è al contrario.” Sorride. “Guarda il centrino nello specchio. È bello anche così, vero?”

Guardo il riflesso del suo lavoro. È diverso, ma ugualmente perfetto.

“È come me,” dico all’improvviso. “Sono come il centrino nello specchio.”

Lei annuisce, e torna al suo lavoro. Non abbiamo bisogno di altre parole. Il ticchettio dell’uncinetto riempie il silenzio, raccontando storie che solo noi possiamo capire.


5. La Vita in Famiglia

È notte, e sono nel letto con mio fratello. Il buio rende tutto più intimo, più sicuro per le nostre storie segrete.

“Raccontami ancora del castello,” sussurra.

“Quale stanza vuoi esplorare stasera?”

“La cinquantesima. Non me l’hai mai raccontata.”

Mi sistemo meglio sotto le coperte. “La cinquantesima stanza… ah sì. È la stanza degli specchi magici.”

“Come sono?”

“Ogni specchio mostra un mondo diverso. C’è quello che mostra come saresti se fossi nato in un altro paese, quello che ti fa vedere il tuo futuro, quello che mostra i tuoi desideri più segreti…”

“E se mi guardassi in quello dei desideri,” chiede lui, “cosa vedrei?”

Esito un momento. “Non lo so. Gli specchi mostrano cose diverse a persone diverse.”

“E tu? Cosa vedresti?”

Il cuore mi batte forte. “Forse… forse vedrei qualcuno che capisce tutto di me. Anche le cose che non so spiegare.”

Si fa silenzio per un momento.

“Ehi,” dice all’improvviso, “inventiamo una nuova stanza?”

“La cinquantunesima?”

“Sì. Deve essere speciale però.”

Durante il giorno, le dinamiche familiari sono diverse. A pranzo, mentre mangiamo, osservo tutti attentamente.

“Smetti di giocare con il cibo,” dice mio padre.

“Non sto giocando,” rispondo. “Sto pensando.”

“Si mangia a tavola, non si pensa,” interviene mia sorella maggiore, ridendo.

“Anna,” la rimprovera dolcemente mamma.

Anna sta per diventare segretaria. Ha i suoi libri, i suoi quaderni ordinati, il suo futuro pianificato. La guardo e mi chiedo come sarebbe avere quella sicurezza.

“A cosa pensavi?” mi chiede più tardi, trovandomi in cortile.

“Al castello delle cento stanze.”

Alza gli occhi al cielo. “Ancora con questa storia?”

“Non è una storia. È… è un posto dove tutto è possibile.”

“Come cosa?”

“Come…” esito, “come essere diversi senza che nessuno ti giudichi.”

Mi guarda con più attenzione. “Ti prendono in giro a scuola?”

“No, non è questo. È che… a volte mi sento come se parlassi una lingua che nessuno capisce.”

Si siede accanto a me. “Sai, anche io mi sono sentita così. Prima di trovare la mia strada.”

“Con la scuola per segretarie?”

“Con il capire chi volevo essere.”

La sera, torno nel letto con mio fratello. “Ho una nuova stanza da raccontarti,” dico.

“Quale numero?”

“La cinquantaduesima. È la stanza delle lingue perdute.”

“Cosa succede lì?”

“Puoi parlare tutte le lingue che esistono. Anche quelle che non hanno parole. Come quando vuoi dire qualcosa ma non sai come dirlo.”

Si gira verso di me nel buio. “Come ti senti adesso?”

“Come se fossi nella cinquantadunesima stanza,” rispondo. “Dove posso dire tutto senza dire niente.”

La notte avvolge le nostre parole, trasformandole in sogni. In questi momenti, nel buio condiviso, le storie che inventiamo diventano più reali della realtà stessa.


6. La Casa e i Suoi Segreti

Le scale della cantina scricchiolano sotto i miei piedi. L’odore del vino si mescola con quello dell’umidità mentre scendo lentamente, gradino dopo gradino.

“Papà?” chiamo nel buio.

“Sono qui,” risponde la sua voce da qualche parte tra le botti. “Portami il secchio d’acqua.”

Lo trovo chinato su una botte, con un imbuto in mano. “Tieni fermo qui,” mi dice.

“Perché ci metti l’acqua?” chiedo, anche se già lo so.

Mi fa l’occhiolino. “Per far pesare di più il vino. Ma questo è il nostro segreto, eh?”

“Come i segreti del castello delle cento stanze?”

“No,” ride sommessamente. “Quelli sono segreti belli. Questo è un segreto… necessario.”

L’acqua gorgoglia mentre scende nella botte. Mi piace come la cantina trasforma mio padre: qui sotto non è l’uomo severo di sopra, ma un complice, un custode di piccoli inganni.

“Papà,” sussurro, “se qualcuno lo scopre?”

“Nessuno lo scoprirà. È un trucco vecchio come il vino stesso.”

Più tardi, salgo al piano di sopra. Mi fermo davanti all’armadietto dei medicinali in bagno. Lo sterilizzatore per le siringhe brilla minacciosamente.

“Non toccare niente lì dentro,” dice mia madre, trovandomi a fissare l’armadietto.

“Perché abbiamo tutte queste medicine?”

“Perché la vita è complicata,” risponde semplicemente.

Ma io continuo a guardare quell’armadietto proibito. Le bottiglie misteriose, le scatole con scritte incomprensibili, tutto parla di un mondo adulto che non capisco ancora.

“Cos’è questa?” chiedo, indicando una bottiglia attraverso il vetro.

“Quella? È per quando le cose fanno troppo male.”

“Le cose fisiche o… le altre cose?”

Mi guarda con attenzione. “A volte non c’è differenza.”

Di notte, la casa cambia. I rumori sono diversi, le ombre più lunghe. Sto andando in bagno quando sento voci dalla cantina.

“Non possiamo continuare così,” dice la voce di mio padre.

“Lo so,” risponde mia madre. “Ma cosa possiamo fare?”

Mi fermo sulle scale, trattenendo il respiro.

“Il ragazzo è diverso,” dice lui. “Lo vedi anche tu.”

“Essere diversi non è un difetto.”

“No, ma rende la vita più difficile.”

Il silenzio che segue pesa come piombo. Torno in punta di piedi verso la mia stanza, ma mi fermo davanti all’armadietto dei medicinali. Nel buio, lo sterilizzatore sembra un occhio che mi guarda.

“Non c’è medicina per quello che sono,” sussurro al mio riflesso nel vetro.

Il giorno dopo, trovo mia madre in cucina.

“Mamma,” dico, “ho sentito… ieri notte…”

Mi interrompe gentilmente. “Ci sono conversazioni che appartengono alla notte. Come i tuoi racconti del castello. Alcune cose hanno senso solo nel buio.”

“Ma papà…”

“Tuo padre ti vuole bene. Solo che a volte l’amore si preoccupa troppo.”

Annuisco, anche se non capisco completamente. Quella sera, quando torno in cantina con papà, tutto sembra normale. L’acqua nel vino, i segreti nell’armadietto, le conversazioni notturne – ogni casa ha i suoi misteri, e sto imparando a convivere con i nostri.


7. Settimo Torinese

L’odore della Farmitalia mi sveglia prima della sveglia. Un fetore chimico, dolciastro e nauseante insieme, si infiltra dalla finestra socchiusa.

“Che puzza oggi,” borbotta mio fratello dal letto accanto.

“È la nuova medicina che stanno facendo,” rispondo annusando l’aria. “Questa ha un odore diverso dal solito.”

Ho imparato a riconoscere gli odori della fabbrica come altri riconoscono i profumi dei fiori. Ogni lavorazione ha il suo fetore particolare, ogni giorno porta una nuova miscela di aromi industriali.

La sirena della Farmitalia squilla improvvisamente, facendomi sobbalzare.

“È solo il cambio turno,” dice mamma dalla cucina. “Non è l’allarme.”

“Come fai a saperlo?”

“L’allarme fa tre suoni lunghi. Questo è un suono solo, per i turnisti.”

Mi affaccio alla finestra. La fabbrica è lì, a poco più di 500 metri, oltre il passaggio a livello. Un mostro grigio che domina il panorama, che decide persino che aria dobbiamo respirare.

“Un giorno,” dico a voce alta, “vivrò in un posto dove l’aria sa di aria.”

“E dove sarebbe?” chiede mio fratello ridendo.

Non rispondo. Sto guardando la Torre del 1200 accanto alle elementari. Da lassù, dal cortile sospeso, la città sembra diversa, quasi bella.

“Ehi, sognatore!” mi chiama una voce dalla strada. È Marco, un compagno di scuola. “Andiamo?”

“Arrivo!”

Mentre camminiamo verso scuola, Marco si tappa il naso. “Che schifo oggi. Sembra di respirare sciroppo per la tosse.”

“No,” lo correggo, “questo è più come… antibiotico. Lo sciroppo per la tosse lo fanno il martedì.”

Mi guarda strano. “Come fai a saperlo?”

“Studio gli odori. Ogni giorno è diverso. È come… come una specie di calendario, capisci?”

“Sei proprio strano tu.”

“Lo so,” sorrido. “Ma almeno so sempre che giorno è senza guardare il calendario.”

Arriviamo alla Torre del 1200. Durante l’intervallo, saliamo nel cortile sospeso. Da qui sopra, la Farmitalia sembra più piccola, meno minacciosa.

“Guarda,” dico a Marco, “da qui si vede tutta la città.”

“Già, che deprimente.”

“No, guarda meglio. Vedi come la luce colpisce i tetti? E come il fumo della Farmitalia disegna forme nel cielo?”

“Tu vedi sempre cose che gli altri non vedono, eh?”

“È l’unico modo che conosco di guardare.”

La sirena suona di nuovo. Questa volta sono tre suoni lunghi.

“L’allarme!” esclama Marco allarmato.

“No,” lo tranquillizzo, “è la pausa pranzo. L’allarme vero fa…” Mi fermo, realizzando quanto suono come mia madre.

“Come tua madre?” ride lui, leggendomi nel pensiero.

“Già,” ammetto. “Suppongo che quando vivi così vicino a un mostro, impari a capire il suo linguaggio.”

Torno a guardare la città. Il sole sta calando, e le ombre si allungano sui tetti. Persino la Farmitalia, nel tramonto, sembra quasi bella, con i suoi fumi che si tingono d’oro.

“Forse,” dico più a me stesso che a Marco, “non è la città a essere brutta o bella. È il modo in cui la guardiamo.”

“Filosofo e poeta,” scuote la testa Marco. “Come fai a essere così… diverso?”

“Pratica,” rispondo. “Molta pratica.”


8. I Percorsi Quotidiani

“Attento alla strada!” grida mia madre mentre esco di casa. La via Milano si stende davanti a me, il tratto verso il cimitero mi mette sempre un po’ di ansia.

“Prendi il percorso più lungo,” mi ha detto mille volte.

Ma oggi ho fretta. Il sole è già alto e sono in ritardo per scuola. Decido di prendere la scorciatoia.

“Ehi, guardone!” Un gruppo di ragazzi più grandi mi urla mentre passo. Mi stringo nel cappotto, accelero il passo. Il cuore mi batte forte.

“Non correre,” mi dico sottovoce. “Non mostrare paura.”

Il passaggio a livello è chiuso. Le sbarre si abbassano lentamente, il campanello suona insistente.

“Perfetto,” mormoro tra i denti. “Proprio quello che mi serviva.”

Una donna con la spesa si ferma accanto a me.

“Brutta giornata, eh?”

“Come lo sa?”

“Hai quella faccia. La faccia di chi vorrebbe essere ovunque tranne che qui.”

Il treno passa rombando, una bestia d’acciaio che fa tremare la terra. Conto i vagoni, come faccio sempre.

“Ventitré,” dico quando l’ultimo vagone scompare.

“Anche tu li conti?” chiede la donna sorpresa.

“Sempre. È… è come un rituale.”

“Per tenere sotto controllo la paura?”

La guardo stupito. “Come fa a…”

“Anch’io lo facevo alla tua età. Questo passaggio a livello… mette sempre un po’ d’ansia.”

Mi gira intorno, cercando di nascondere il mio disagio.

Le sbarre si alzano e riprendiamo a camminare. Mi sento meno solo.

Arrivo alla latteria. Il profumo del latte fresco cancella per un momento gli odori della Farmitalia.

“Il solito?” chiede il lattaio.

“Sì, tre bottiglie.”

Mentre riempie le bottiglie riciclate, osservo il latte che scende, bianco e denso. È uno dei pochi momenti di pace della giornata.

“Sa una cosa?” dico improvvisamente. “Lei è l’unico che non mi chiede mai perché uso la mano sinistra.”

Si ferma un momento, mi guarda. “E perché dovrei? Il latte è buono con entrambe le mani.”

Rido. È una battuta sciocca, ma mi fa sentire normale.

Uscendo dalla latteria, le bottiglie tintinnano nella borsa. È un suono familiare, rassicurante.

“Ehi, tu!”

Mi giro. È uno dei ragazzi di prima.

“Ti ho visto che ci guardavi.”

“Io… stavo solo passando.”

“Già, come no. Sei sempre qui intorno, che guardi.”

Il cuore mi batte forte. Le bottiglie nella borsa sembrano improvvisamente pesantissime.

“Lascialo stare,” interviene una voce. È la donna del passaggio a livello.

Il ragazzo esita, poi se ne va borbottando qualcosa.

“Grazie,” sussurro.

“Di nulla. Sai, dovresti prendere davvero il percorso più lungo.”

“Lo so. Ma a volte… a volte voglio affrontare le mie paure.”

Mi guarda con un misto di preoccupazione e ammirazione. “Essere coraggiosi non significa essere imprudenti.”

“No,” rispondo, “ma significa non lasciare che la paura decida per te.”

Riprendo il cammino verso casa, le bottiglie che tintinnano al ritmo dei miei passi. Ogni giorno lo stesso percorso, le stesse paure, le stesse piccole vittorie. È così che si cresce, penso. Un passo alla volta, una strada alla volta, un giorno alla volta.


9. I Luoghi del Commercio

Entro nella Standa cercando di sembrare il più naturale possibile. Il cuore mi batte forte, le mani mi sudano.

“Ehi tu, ragazzino!” chiama una commessa. “Cosa cerchi?”

“Niente… solo guardo,” rispondo, la voce che trema leggermente.

“Come ti chiami?”

“Marco,” rispondo senza esitazione. È il mio nome segreto, quello che uso quando voglio essere qualcun altro.

Mi aggiro tra gli scaffali, fingendo di guardare i prezzi. C’è una piccola rivista che mi ha attirato l’attenzione. La infilo velocemente sotto il maglione.

“Marco! Di nuovo qui?”

Mi giro di scatto. È il custode, mi riconosce.

“Fammi vedere cosa hai sotto il maglione.”

“Niente, io…”

“Ascolta, ‘Marco’, se è questo il tuo vero nome… ti ho visto altre volte. Sempre da solo, sempre che ti aggiri…”

Mi sento arrossire. “Mi dispiace,” sussurro, tirando fuori la rivista.

“Perché non chiedi ai tuoi genitori di comprartela?”

Non rispondo. Come potrei spiegare che alcune cose non si possono chiedere?

“Va bene, per questa volta passa. Ma non farti più vedere qui.”

Esco dalla Standa con le guance in fiamme. Mi fermo davanti alla vetrina del negozio di giocattoli, il mio rifugio abituale.

“Ancora qui a sognare?” chiede il proprietario, uscendo a spazzare il marciapiede.

“Mi piace guardare,” rispondo.

“Non entri mai però.”

“È meglio così. Se entrassi, vorrei tutto.”

Ride. “Sei un tipo strano tu.”

“Me lo dicono spesso.”

L’edicola è la tappa successiva. Qui almeno posso sfogliare i fumetti senza sembrare sospetto.

“Ehi, piccolo,” mi chiama l’edicolante. “Tieni, è uscito il nuovo Alan Ford.”

“Non ho soldi oggi…”

“Guardalo e poi rimettilo a posto. So che lo fai sempre con cura.”

Mi siedo sul gradino dell’edicola, immerso nella lettura. Il Gruppo TNT mi fa sempre ridere, sono perdenti come me.

“Guarda,” dice l’edicolante mostrandomi un miniassegno, “questi stanno diventando più preziosi dei soldi veri.”

“Perché li fanno?”

“Perché mancano le monete. È come… come giocare a fare i banchieri.”

Osservo il piccolo rettangolo di carta. “È come le storie che invento,” dico all’improvviso.

“In che senso?”

“Qualcosa di finto che diventa vero se ci credi abbastanza.”

Mi guarda con curiosità. “Sai, non sei stupido come vuoi far credere quando rubi le riviste alla Standa.”

Sobbalzo. “Come fa a…”

“Le voci girano. Ma non ti preoccupare, il tuo segreto è al sicuro con me. Anche se preferirei che leggessi qui invece di rubare.”

“Non rubo più,” prometto. “È solo che… a volte voglio essere qualcun altro. Qualcuno chiamato Marco.”

“E questo Marco, com’è?”

“Coraggioso. Normale. Non ha paura di niente.”

“Suona noioso,” sorride. “Preferisco il ragazzino che vede la magia nei miniassegni.”

Quella sera, tornando a casa, penso a tutti i luoghi che ho visitato oggi. La Standa dove fingo di essere Marco, il negozio di giocattoli dove sogno ad occhi aperti, l’edicola dove posso essere me stesso.

“Chi sei davvero?” mi chiedo guardando il mio riflesso in una vetrina.

Il riflesso non risponde, ma sorride. Forse non c’è bisogno di una risposta. Forse essere se stessi è già abbastanza difficile senza dover decidere chi si è.


10. La Raccolta della Carta

Il sudore mi cola sulla fronte mentre spingo la leva dell’imballatrice. Su e giù, su e giù. Non è automatica – ogni movimento richiede forza, ogni balla è una battaglia.

“Piano,” dice mio fratello. “Devi trovare il ritmo giusto.”

“È pesante,” ansimo, le braccia che tremano.

“Lo so. Ma papà non può farlo ora, con l’ernia. Tocca a noi.”

Guardo la montagna di carta da comprimere. Ogni foglio, ogni scatola ha un valore: “Questo cartone… dovrebbe essere almeno mezzo chilo,” mormoro. “Cinquecento lire…”

“Sempre a fare i conti, eh?” ride mio fratello.

“Papà ha detto che posso tenere i soldi che guadagniamo.”

“А это что такое?” [E questo cos’è?] dico all’improvviso, notando un libro in cirillico tra la carta.

“Parli di nuovo in quella lingua strana?”

“È russo. L’ho imparato dai libri che troviamo qui.”

Mi chino per raccogliere il libro, ma qualcosa di nero si muove tra le pagine.

“RAGNO!” urlo, saltando indietro.

Mio fratello scoppia a ridere. “Il grande studioso di russo ha paura dei ragni!”

“Non è divertente,” borbotto, ancora tremante. “Sono ovunque in questa dannata carta.”

“Come i tuoi libri segreti,” dice, ammiccando. “Pensi che non li abbia visti? Quelli che nascondi in cima alle balle?”

Arrossisco. “Non sono affari tuoi.”

“Ehi, tranquillo. Non dirò niente a papà. Ma dovresti essere più attento. Se trova certe riviste…”

“AIUTO!” urlo improvvisamente. “Un altro ragno!”

Lui si volta di scatto e ne approfitto per cambiare argomento.

La leva dell’imballatrice scende ancora. Su e giù, su e giù. Il ritmo diventa quasi ipnotico.

“Знаешь,” [Sai,] dico mentre lavoriamo, “questa carta racconta storie.”

“In russo?”

“In tutte le lingue. Guarda qui…” Mi chino a raccogliere un foglio. “Questa è una lettera d’amore mai spedita.”

“Come fai a saperlo?”

“‘Mio caro’,” leggo, “‘non ho mai trovato il coraggio di dirti…’ Vedi? È una storia incompiuta. Come tutte quelle che troviamo qui.”

“E tu le collezioni tutte?”

“Solo quelle speciali. Quelle che parlano di cose che capisco.”

La leva continua a muoversi. Le mie mani sono sporche d’inchiostro e polvere, ma la mente viaggia tra le parole trovate, le lingue imparate, i segreti scoperti tra una balla e l’altra.

“A volte,” sussurro, “penso che questa carta sappia più cose di me di quante ne sappia io stesso.”

Mio fratello mi guarda con un misto di preoccupazione e affetto. “Sei proprio strano, lo sai?”

“Lo so,” sorrido. “Ma almeno sono in buona compagnia. Ho tutti questi libri, tutte queste storie…”

“E tutti questi ragni,” aggiunge lui ridendo.

La giornata continua così, tra risate e fatica, tra scoperte e paure, tra russo e ragni. L’imballatrice divora carta e sputa balle compatte, e io continuo a calcolare: mezzo chilo, mille lire, una nuova parola in russo, un altro segreto da custodire.


11. Le Scoperte tra i Rifiuti

“Che cos’hai trovato questa volta?” chiede mia sorella, trovandomi seduto tra le balle di carta con un manuale consumato in mano.

“Un corso di dattilografia,” rispondo eccitato. “Guarda, spiega tutto: la posizione delle dita, il ritmo…”

“E a cosa ti serve? Abbiamo già la Lettera 32 che prende polvere.”

“Non prende polvere. La uso di nascosto, la notte.”

Si siede accanto a me. “Di nascosto? Perché?”

“Perché…” esito, “perché è come parlare con qualcuno senza dover davvero parlare.”

Tac-tac-tac. Il suono dei tasti nella notte è come una musica segreta. Le lettere appaiono sul foglio, una dopo l’altra, formando parole che non oserei mai dire ad alta voce.

“Caro diario,” batto sui tasti, cercando di fare meno rumore possibile, “oggi ho trovato delle riviste…”

Mi fermo, pensando alle riviste nascoste in cima alla balla più alta. Quelle che nessuno deve vedere, quelle che parlano di cose che ancora non capisco ma che mi attraggono in modo inspiegabile.

“Cosa stai scrivendo?” la voce di mia madre mi fa sobbalzare.

“Niente!” cerco di coprire il foglio, ma lei è più veloce.

“‘Caro diario’…” legge, poi sorride. “Hai una bella battuta. Regolare, precisa. Chi ti ha insegnato?”

“Il manuale… l’ho trovato tra la carta.”

Si siede sul letto accanto a me. “Sai, anch’io scrivevo un diario alla tua età.”

“Davvero? E cosa ci scrivevi?”

“Le cose che non potevo dire ad alta voce.”

Ci guardiamo nel buio della stanza, una comprensione silenziosa che passa tra noi.

“Mamma,” sussurro, “se trovassi… cose… tra la carta…”

“Alcune scoperte è meglio tenerle per sé,” dice dolcemente. “Almeno finché non siamo pronti a parlarne.”

Il giorno dopo, tra le balle, trovo un vecchio diario. Le pagine sono ingiallite, alcune strappate, ma le parole sono ancora leggibili.

“‘Non so come dirlo,’” leggo, “‘ma dentro di me c’è qualcosa di diverso…’”

Le parole mi colpiscono come un pugno allo stomaco. Sembra che qualcun altro, anni fa, abbia scritto esattamente quello che sento io.

“Che hai trovato?” chiede mio fratello.

Chiudo velocemente il diario. “Niente di importante.”

“Ancora con i tuoi tesori segreti?”

“Non sono segreti,” mento. “Sono solo… pezzi di vita. Pezzi che qualcuno ha buttato via perché non sapeva cosa farsene.”

“E tu invece lo sai?”

“Io… io li colleziono. Come se fossero pezzi di un puzzle che un giorno avrà senso.”

Quella notte, torno alla Lettera 32.

Tac-tac-tac.

“Caro diario, oggi ho trovato qualcuno come me tra le pagine buttate…”

Mi fermo, ascolto il silenzio della casa addormentata. Da qualche parte, in una balla di carta, ci sono altre parole che aspettano di essere trovate, altri segreti che aspettano di essere compresi. E io sono qui, a mezzanotte, battendo sui tasti della Olivetti, cercando di dare un senso a tutto questo.

“Un giorno,” scrivo, “tutte queste scoperte avranno un significato. Un giorno, tutti questi pezzi formeranno un’immagine completa.”

La Lettera 32 continua a battere nella notte, trasformando pensieri in parole, paure in frasi, segreti in storie.


12. Gli Studi e le Passioni

“Gli Aztechi?” La maestra mi guarda perplessa. “Sei sicuro di voler fare la tesina su questo argomento?”

“Sì,” rispondo con più sicurezza di quanta ne provi. “E poi ne vorrei fare un’altra sull’atomo.”

“Non sono argomenti un po’… ambiziosi per la quinta elementare?”

“Ho trovato dei libri,” dico, evitando di specificare dove li ho trovati. Tra la carta da macero, ovviamente.

A casa, il vicino mi aspetta per la solita lezione sulle valvole termoioniche.

“Vedi,” dice indicando uno schema, “quando il filamento si scalda…”

La mia mente vaga altrove. Sul libro di russo nascosto sotto il letto, sugli Aztechi e i loro templi, sugli atomi che danzano nell’universo.

“Mi stai ascoltando?” la sua voce mi riporta al presente.

“Sì, certo. Il filamento…”

Sospira. “Non ti interessa proprio, vero?”

“Non è questo… è che…”

“Che cosa?”

“Vorrei studiare le lingue. Come mia sorella.”

“Anna studia per diventare segretaria, non linguista.”

“Lo so, ma almeno lei…”

Mi interrompo. Come spiegare che vorrei studiare al liceo linguistico? Che sogno di parlare quattro lingue diverse? Che il russo imparato tra le balle di carta mi fa sentire vivo come nessuna valvola termionica potrà mai fare?

“Senti,” dice il vicino con gentilezza inaspettata, “perché non mi parli un po’ in russo? So che lo studi di nascosto.”

Lo guardo sorpreso. “Come fa a saperlo?”

“Ti sento mormorare parole strane mentre lavori con l’imballatrice.”

“Я хочу учить языки,” [Voglio studiare le lingue,] dico timidamente.

“Non ho capito una parola,” sorride, “ma ho capito il sentimento. Sai cosa? Lasciamo perdere le valvole per oggi.”

Quella sera, nella mia stanza, lavoro alla tesina sugli Aztechi. Ho disposto tutti i libri trovati in cerchio attorno a me.

“Che stai facendo?” chiede mia madre dalla porta.

“Studio come costruivano i templi. È affascinante, mamma. Erano come scale verso il cielo…”

“Come il tuo castello dalle cento stanze?”

“Più o meno. Ma questi esistevano davvero.”

Si siede sul letto. “Sai, tuo padre è preoccupato. Dice che passi troppo tempo sui libri.”

“Ho preso tutti dieci in pagella.”

“Non è questo che lo preoccupa.”

“E cosa allora?”

Mi guarda a lungo prima di rispondere. “Ha paura che tu stia costruendo un mondo troppo distante dal nostro.”

“Ma io…” Mi fermo, cercando le parole giuste. “Io non sto scappando, mamma. Sto cercando di capire.”

“Capire cosa?”

“Tutto. Gli Aztechi, gli atomi, il russo… sono tutti pezzi dello stesso puzzle. Come se… come se studiando tutto questo potessi capire meglio me stesso.”

Lei prende uno dei miei libri, lo sfoglia distrattamente. “A volte penso che tu sia nato nel secolo sbagliato.”

“O nel paese sbagliato,” aggiungo sottovoce. “O nel corpo sbagliato.”

“Non esistono posti o corpi sbagliati,” dice dolcemente. “Esistono solo persone che devono trovare la loro strada. Anche se questa strada passa per templi aztechi e alfabeti cirillici.”

Mi stringo nelle spalle, tornando ai miei libri. Le parole si mescolano sulla pagina: geroglifici aztechi, formule atomiche, caratteri cirillici. Ogni lingua, ogni conoscenza è un mattone nella costruzione di chi sono.

“Un giorno,” sussurro tra me e me, “tutto questo avrà un senso.”

E continuo a studiare, mentre fuori la Farmitalia emette i suoi odori e le sue sirene, mentre l’imballatrice aspetta nuova carta da comprimere, mentre il mondo gira ignaro dei templi aztechi e dei miei sogni in russo.


13. I Fumetti e l’Immaginazione

“È arrivato il nuovo Intrepido!” grido, correndo dall’edicola a casa. Mi chiudo in camera, il cuore che batte forte per l’anticipazione.

“Ancora con quei fumetti?” La voce di mio padre dalla cucina suona disapprovante.

“Lascialo stare,” sento mia madre rispondere. “Almeno legge.”

Mi immergo nelle pagine. L’Intrepido e il Monello sono più di semplici fumetti: sono finestre su mondi possibili, vite alternative dove essere diversi non è un problema.

“Guarda questo!” dico a mio fratello, mostrandogli una vignetta di Jacovitti. “Vedi i salamini nascosti? E i vermi?”

“Sei l’unico che li trova sempre tutti,” risponde lui, scuotendo la testa.

“Perché guardo le cose diversamente. Come questo…” indico un dettaglio surreale. “Non è solo un disegno folle, è… è come vedere il mondo attraverso uno specchio storto.”

Mi perdo nei dettagli di Jacovitti, cercando ogni piccolo particolare nascosto. È come un gioco segreto tra me e il disegnatore – lui nasconde, io trovo. Come se capisse che alcuni di noi hanno bisogno di guardare più attentamente per trovare il proprio posto nel mondo.

“Ehi, hai visto l’ultimo Alan Ford?” chiede Marco, il mio compagno di banco.

“Il Gruppo TNT è incredibile,” rispondo entusiasta. “Sono dei perdenti totali, ma…”

“Ma?”

“Ma sono perdenti che salvano il mondo. Non è fantastico? Non devi essere perfetto per fare la differenza.”

Marco mi guarda stranito. “È solo un fumetto.”

“No, non capisci…” Mi fermo. Come spiegare che in quei personaggi sgangherati vedo un riflesso di me stesso? Che il loro modo di essere diversi, di fallire ma di continuare a provarci, mi dà speranza?

Più tardi, sul Giornalino, trovo i Puffi. “Guarda,” dico a mia sorella, “ognuno ha il suo ruolo. C’è il Puffo Quattrocchi, il Puffo Golosone, persino il Puffo Brontolone…”

“E tu quale saresti?”

Esito. “Non lo so. Forse… il Puffo che cerca ancora di capire chi è.”

Lei sorride. “Mi sembra un ruolo importante.”

La sera, sotto le coperte con la torcia, rileggo i miei fumetti preferiti. Ogni personaggio, ogni storia mi parla in modo diverso ora. Non sono più solo avventure su carta – sono lezioni di vita nascoste in nuvolette e disegni.

“Perché ti piacciono tanto?” chiede mia madre, trovandomi ancora sveglio.

“Perché qui,” rispondo indicando le pagine, “tutto è possibile. Anche essere diversi. Soprattutto essere diversi.”

Lei si siede sul bordo del letto. “Sai, quando ero giovane anch’io leggevo fumetti di nascosto.”

“Davvero? Quali?”

“Oh, quelli romantici. Mi facevano sognare un mondo diverso.”

“Come me,” sussurro.

“Sì, come te. Ma ricorda: i sogni sono importanti, ma non dimenticare di vivere anche nel mondo reale.”

“Il mondo reale fa paura a volte.”

“Lo so. Ma forse è per questo che abbiamo i fumetti. Per ricordarci che anche i supereroi hanno le loro paure, che anche i perdenti possono essere eroi.”

Mi stringo al mio Alan Ford, pensando a quanto sia vero. In queste pagine, trovo il coraggio che mi manca nella vita reale. Trovo esempi di come la diversità può essere una forza, non una debolezza.

“Un giorno,” prometto a me stesso, “scriverò anch’io storie così. Storie per chi ha bisogno di sapere che non è solo.”


14. La Televisione e la Radio

“Dopo Carosello tutti a nanna!” La voce di mamma risuona dal corridoio.

“Solo un altro minuto,” imploro. “Sta per iniziare il Pulcino Nero!”

“Calimero non è tutto sporco, è solo nero!” canto insieme alla TV. Mi identifico così tanto con quel pulcino incompreso. “È un’ingiustizia, però!”

“Ti vedo così preso,” dice mia sorella, sedendosi accanto a me sul divano. “Ti piace tanto Calimero?”

“È diverso dagli altri,” rispondo senza staccare gli occhi dallo schermo. “Tutti pensano che sia sporco, ma non lo è. È solo… nato così.”

Lei mi guarda con una comprensione che mi fa quasi arrossire.

Più tardi quella sera, quando dovrei già essere a letto, sento la sigla di Belfagor. Mi nascondo dietro la porta del salotto.

“Lo sai che dovresti dormire,” dice papà senza voltarsi.

“Ho paura,” ammetto, “ma voglio guardarlo lo stesso.”

“Vieni qui,” sospira, facendomi posto sul divano.

Il fantasma mascherato che si aggira per il Louvre mi terrorizza e mi affascina allo stesso tempo. È come me: nascosto, mascherato, che si muove nell’ombra.

“Perché ti piace così tanto se ti fa paura?” chiede papà.

“Perché… perché anche la paura fa parte di chi siamo, no?”

La sera dopo è il turno di “A Come Andromeda”.

“Un essere alieno che sembra umano,” sussurro affascinato. “Diverso dentro ma uguale fuori…”

“Stai parlando della TV o di te stesso?” chiede mia madre, cogliendo come sempre il doppio significato delle mie parole.

Il monoscopio della RAI segna la fine delle trasmissioni. Resto a guardarlo finché non scompare, sostituito dal rumore bianco.

“Perché guardi ancora?” chiede mio fratello. “Non c’è più niente.”

“C’è sempre qualcosa da vedere,” rispondo. “Anche nel nulla.”

Ma è la radio il mio vero amore segreto. Di notte, quando tutti dormono, la accendo pianissimo. Le voci che ne escono popolano la mia solitudine.

“Che musica è?” chiede mia madre, trovandomi una mattina con l’orecchio incollato alla radio.

“Non lo so. Ma mi fa sentire… diverso. Come se ci fosse un altro mondo là fuori. Un mondo dove forse c’è posto anche per me.”

Lei si siede accanto a me, ascoltando in silenzio. La musica riempie la stanza, creando uno spazio sicuro tra noi.

“Sai,” dice dopo un po’, “a volte le parole non servono.”

“No,” concordo. “A volte basta… sentire.”

Quella notte, mentre il monoscopio svanisce nel buio, penso a tutti i personaggi che ho incontrato attraverso lo schermo: Calimero, Belfagor, Andromeda. Tutti diversi, tutti in cerca del loro posto nel mondo. Come me.

“Non siamo soli,” sussurro nel buio. “Ci sono altri come noi. Reali o immaginari che siano.”

La radio emette un sottofondo di musica jazz. È tardi, dovrei dormire, ma questi sono i momenti in cui mi sento più vivo. Quando il mondo dorme e io sono sveglio a esplorare universi sonori e visivi che solo io posso vedere.


15. I Giochi e i Passatempi

“Dai, prova tu!” Marco mi spinge verso il flipper al bar. Le luci colorate lampeggiano, invitanti e minacciose allo stesso tempo.

“Non sono capace,” mormoro, ma lui insiste.

Inserisco la moneta con mani tremanti. La pallina scatta, metallica e lucente.

“Devi essere deciso,” dice un ragazzo più grande. “Non puoi avere paura della pallina.”

“Non ho paura della pallina,” penso. “Ho paura di me stesso.”

TILT! La partita finisce in pochi secondi.

“Visto?” dico amaramente. “Non sono portato.”

“È solo questione di pratica,” dice il ragazzo grande. Ma nei suoi occhi vedo che ha capito: non è questione di pratica, è questione di essere fatti in un certo modo.

Nel cortile, invece, sono nel mio elemento. Ho creato un gioco tutto mio.

“Allora,” spiego a mia sorella minore, “questa balla di carta è la porta del castello. Per entrare devi dire la parola magica in russo.”

“Ma io non so il russo!”

“Appunto! Devi inventartela. Nel castello delle cento stanze non esistono regole normali.”

Lei ci pensa un momento. “Пожалуйста?” [Per favore?]

La guardo sorpreso. “Dove l’hai imparata?”

“Ti sento sempre mentre studi. È l’unica parola che ho capito.”

Sorrido. Il mio mondo segreto sta contagiando anche gli altri.

Le collezioni sono un altro dei miei rifugi. Ho scatole piene di bottoni, figurine, piccoli tesori trovati tra la carta da macero.

“Ma perché conservi tutte queste cose?” chiede mamma, trovando l’ennesima scatola sotto il letto.

“Ogni oggetto ha una storia,” rispondo. “Guarda questo bottone: era su una giacca militare. E questa figurina è rarissima, anche se è rovinata.”

“E questa?” chiede, tirando fuori una cartolina ingiallita.

Mi blocco. È una delle mie “collezioni speciali”, quelle che tengo nascoste più accuratamente.

“Quella… quella è privata.”

Lei la rimette a posto senza dire niente, ma vedo nei suoi occhi che ha capito.

Le piccole trasgressioni sono parte dei miei giochi solitari. Come quando resto sveglio oltre l’orario consentito per ascoltare la radio, o quando invento scuse per non andare a messa.

“Non ti ho visto in chiesa domenica,” dice il parroco incontrandomi.

“Non mi sentivo bene,” mento, pensando ai fumetti che ho letto invece di andare a messa.

La sera, nel letto, faccio il bilancio delle mie piccole ribellioni. Non sono grandi trasgressioni, ma sono mie. Sono il mio modo di definire chi sono in un mondo che vorrebbe definirmi diversamente.

“Sei troppo solo,” dice spesso mia madre. “Dovresti giocare di più con gli altri bambini.”

Ma come spiegarle che nei miei giochi solitari trovo una libertà che nessun gioco di gruppo può darmi? Come dirle che nelle mie collezioni segrete, nei miei rituali privati, sto costruendo un mondo dove posso essere me stesso?

“Non sono solo,” sussurro al buio. “Ho tutto un universo dentro di me.”


16. Le Amicizie e gli Incontri

“Oggi studieremo le valvole termoioniche,” annuncia Filippo, mentre il sole del pomeriggio gioca con la polvere nella sua stanza.

“Mmh-mmh,” mormoro distrattamente, osservando un raggio di luce che taglia l’aria.

“Mi stai ascoltando?”

“Sì… cioè, no. Scusi. È che…”

“È che cosa?”

“Mi chiedevo come si dice ‘valvola termionica’ in russo.”

Filippo sospira, ma vedo un accenno di sorriso. “Sei proprio un caso perso.”

Sul pullman verso scuola, Federico si siede accanto a me, come ogni mattina.

“Hai fatto i compiti di matematica?” chiede.

“Sì, ma non sono sicuro siano giusti.”

“Non importa. Li copiamo insieme e sbagliamo insieme.”

Ridiamo, e per un momento tutto sembra perfetto. Ma poi sento i sussurri dietro di noi.

“Guardali quei due…”

“Sempre insieme…”

“Secondo me sono…”

Federico si irrigidisce accanto a me. Vorrei dirgli che non importa, che non devono capire, ma le parole mi muoiono in gola.

A scuola, durante l’intervallo, osservo di nascosto Paolo della terza B. Ha un modo di muoversi che mi incanta.

“Chi guardi?” chiede Federico, seguendo il mio sguardo.

“Nessuno!” rispondo troppo velocemente, arrossendo.

“Ah…” dice lui, e in quel “ah” c’è una comprensione che mi spaventa e mi conforta allo stesso tempo.

Le lezioni con Filippo continuano, ma la mia mente vaga sempre altrove.

“Sai,” dice un giorno, posando il libro delle valvole, “non devi fingere di essere interessato.”

“Ma papà vuole che impari…”

“Tuo padre vuole che tu sia felice. Solo che non sa come aiutarti ad esserlo.”

Lo guardo sorpreso. “Come fa a…”

“Ho occhi per vedere,” sorride. “E una vita per capire che ognuno deve trovare la sua strada. Anche se questa strada passa per il russo invece che per l’elettronica.”

A casa, quella sera, trovo Federico che mi aspetta in cortile.

“Ho sentito cosa dicono di noi,” dice senza preamboli.

“Mi dispiace,” sussurro.

“Non è colpa tua.”

“No?”

“No. È colpa loro che non capiscono che l’amicizia può essere… diversa.”

“Diversa come?”

“Come noi. Né questo né quello. Semplicemente nostra.”

Ci sediamo in silenzio, guardando il sole che tramonta oltre la Farmitalia. Le sue parole mi rimbalzano nella testa: “né questo né quello”. Forse è così che sono io: né completamente una cosa né completamente un’altra. E forse va bene così.

“Sai cosa penso?” dice all’improvviso Federico.

“Cosa?”

“Penso che un giorno guarderemo indietro a questi momenti e capiremo che erano importanti. Che ci stavano insegnando qualcosa.”

“Cosa?”

“Ad essere noi stessi. Anche quando il mondo non capisce.”


17. I Viaggi e le Avventure

La bicicletta cigola sotto di me mentre pedalo sulla strada per Volpiano. Il vento mi scompiglia i capelli, e per un momento mi sento libero.

“Aspettami!” grida Marco, che mi segue ansimando. “Vai troppo veloce!”

“È questo il bello!” rispondo ridendo. “Quando vai veloce, nessuno può prenderti!”

I cugini Luciano e Luciana ci aspettano nel cortile della loro casa. Sono come creature di un altro mondo, con le loro vite così diverse dalla mia.

“Raccontaci di Settimo,” dice Luciana. “Com’è vivere in città?”

“Grigia,” rispondo. “Piena di odori della Farmitalia. Ma ha i suoi momenti magici.”

“Magici come?”

“Come quando guardi il tramonto dalla Torre del 1200, o quando trovi un libro in russo tra la carta da macero…”

Mi guardano come se parlassi una lingua aliena. Forse è così.

Poi c’è il viaggio a Bottrighe nella 500 di Mauro. L’auto è piccola, stipata di bagagli e aspettative.

“Stringiti,” dice mamma. “C’è posto per tutti.”

Il mondo fuori dal finestrino scorre come un film. Vedo paesi, città, vite diverse dalla mia. Per un momento, immagino di essere qualcun altro, di vivere una di quelle vite che intravedo dai finestrini.

“A cosa pensi?” chiede Mauro, guardandomi dallo specchietto retrovisore.

“Mi chiedo come sarebbe vivere in uno di questi posti.”

“E come sarebbe?”

“Diverso. Forse più facile. Forse più difficile. Ma diverso.”

Le piccole fughe sono le mie preferite. Come quando scappo sul tetto della fabbrica abbandonata per leggere.

“Ti ho trovato!” La voce di mia sorella mi fa sobbalzare. “Mamma ti cerca da un’ora.”

“Qui sopra… qui sopra posso essere chi voglio,” dico, mostrando il libro che sto leggendo.

Si siede accanto a me. “E chi vuoi essere?”

“Non lo so ancora. Ma qui sopra ho il tempo di scoprirlo.”

A volte le fughe sono più brevi. Come quando mi perdo apposta per le strade di Settimo, prendendo vicoli che non conosco.

“Mi sono perso di nuovo,” dico a un passante.

“Di nuovo? Succede spesso?”

“Solo quando ho bisogno di trovare qualcosa.”

“E cosa cerchi?”

“Me stesso, credo.”

Mi guarda strano, ma sorride. “A volte ci si deve perdere per ritrovarsi.”

La sera, tornando a casa, porto con me tutti questi piccoli viaggi. Ogni fuga, ogni esplorazione è un pezzo del puzzle che sto cercando di completare.

“Sei stato di nuovo in giro?” chiede mamma.

“Sì. Ho scoperto un nuovo angolo di città.”

“E hai trovato quello che cercavi?”

“Non ancora. Ma ogni viaggio mi porta un po’ più vicino.”

Mi stringo nel letto, pensando a tutte le strade che ho percorso, a tutte quelle che devo ancora percorrere. Forse il vero viaggio non è nei luoghi, ma dentro di me.


18. L’Adolescenza che Avanza

“Stai attento andando a scuola,” dice mamma ogni mattina. Non sa che le mie paure sono diverse da quelle che immagina.

Cammino sulla strada verso la scuola, e i pensieri mi travolgono. Fantasie oscure si mescolano a desideri che non oso nominare.

“Ehi, bello!” Un ragazzo più grande mi urla dal marciapiede opposto. Il cuore mi batte forte, ma non so se per paura o per altro.

“Perché cammini sempre da solo?” chiede una compagna di classe.

“Mi piace pensare,” rispondo vagamente.

“A cosa?”

“A…” esito. Come spiegare che immagino scenari di violenza e tenerezza insieme? Che sogno di essere sopraffatto e salvato allo stesso tempo?

“A niente di importante,” mento.

La sera, nel bagno, mi guardo allo specchio. Il corpo sta cambiando, e ogni cambiamento porta nuove domande, nuove paure.

“Sei diventato così silenzioso,” dice papà durante cena.

“Ho tanto a cui pensare.”

“Come cosa?”

“Come…” cerco le parole giuste. “Come essere me stesso quando non so ancora chi sono.”

I desideri inespressi pesano come piombo. Vorrei studiare le lingue, correre via, essere qualcun altro. O forse solo essere me stesso, ma in un mondo diverso.

“Ho visto come guardi Paolo,” sussurra Federico un giorno.

“Non so di cosa parli,” rispondo, il panico che sale.

“Va bene, sai? Non devi… non devi nasconderti con me.”

Le fantasie durante il cammino verso scuola diventano più intense. Immagino incontri, violenze, salvataggi. Mi vergogno di questi pensieri, ma non riesco a fermarli.

“A volte,” confesso a mia madre una sera, “ho paura di quello che penso.”

“Tutti abbiamo pensieri che ci spaventano,” risponde dolcemente. “L’importante è non perderci dentro.”

Il senso di diversità cresce ogni giorno. Non è più solo essere mancino o preferire il russo all’elettronica. È qualcosa di più profondo, di più fondamentale.

“Mi sento come se fossi fatto di due persone,” dico al mio riflesso nello specchio. “Una che tutti vedono, e una che tengo nascosta.”

“È normale alla tua età,” dice il dottore durante una visita.

“No,” penso ma non dico, “non è normale. È diverso. Io sono diverso.”

La notte, nel letto, le paure e i desideri si mescolano in sogni confusi. Mi sveglio spesso, il cuore che batte forte, il corpo che risponde a stimoli che non capisco completamente.

“Passerà,” dice mio fratello, trovandomi sveglio. “Tutto passa.”

“E se non voglio che passi?” sussurro. “E se questa diversità è parte di chi sono?”

Lui rimane in silenzio per un momento. “Allora imparerai a viverci. Come hai imparato a scrivere con la sinistra.”

Mi stringo nel letto, pensando a quanto sia appropriato quel paragone. Essere diversi non è una scelta, è un modo di essere. Come essere mancini in un mondo di destrorsi.

L’adolescenza avanza, inesorabile come una marea, portando con sé nuove consapevolezze, nuove paure, nuovi desideri. E io sono qui, cercando di navigare queste acque turbolente, cercando di capire chi sono veramente.


19. Epilogo: Il Tempo della Comprensione

Il sole sta tramontando su Settimo Torinese mentre spingo la leva dell’imballatrice. Su e giù, su e giù. Il ritmo è ipnotico.

“Sai una cosa?” dico al nulla. “Forse è proprio come questa macchina. Prendi tutto quello che sei, lo comprimi, e ne fai qualcosa di utile.”

“Parli di nuovo da solo?” mia madre è apparsa sulla porta del cortile.

“Pensavo ad alta voce.”

“E cosa pensavi?”

Mi fermo, appoggiandomi alla leva. “Pensavo che essere diversi è come questa carta. Alcuni la vedono come scarto, altri ci trovano tesori.”

Mia madre si avvicina, osservando le balle compresse. “Come i tuoi libri in russo?”

“Come tutto. La mancina, le fantasie, i desideri…” Esito. “L’essere… diverso.”

“Diverso come?”

“Come… come qualcuno che non è né una cosa né l’altra. Come un libro scritto in una lingua che pochi capiscono.”

Si siede su una balla di carta. “Sai cosa penso? Penso che non sei né diverso né uguale. Sei semplicemente tu.”

“E se essere me significa essere… gay?”

La parola esce quasi da sola, e per un momento l’aria si ferma.

“Allora è quello che sei,” dice semplicemente. “Come essere mancino. Come amare il russo. Come vedere magia nell’oblò della lavatrice.”

Una sirena della Farmitalia squilla in lontananza. Tre suoni lunghi – l’allarme vero questa volta.

“A volte,” dico, “mi sento come quella sirena. Come un avvertimento di qualcosa che sta per succedere.”

“O forse,” sorride lei, “come un annuncio di qualcosa che è già successo. Di qualcuno che sta diventando se stesso.”

Torno alla leva dell’imballatrice. Su e giù, su e giù. Ogni movimento comprime non solo carta, ma anche ricordi, paure, speranze.

“Non sarà facile,” dico.

“No,” conferma lei. “Ma niente di importante lo è.”

“Come fare le balle di carta?”

“Come essere autentici in un mondo che preferisce le copie.”

Il sole è quasi completamente tramontato ora. La Farmitalia emette il suo ultimo odore della giornata, un miscuglio di tutti i farmaci prodotti.

“È strano,” dico. “Mi sento come se tutto – la carta, i libri trovati, il russo, le fantasie, persino gli odori della Farmitalia – mi stesse preparando per questo momento.”

“Quale momento?”

“Il momento di dire ad alta voce chi sono. Di accettare che essere speciale significa essere sia benedetti che maledetti.”

Mia madre mi guarda con occhi lucidi. “Sei sempre stato speciale. Solo che ora hai il coraggio di ammetterlo.”

L’ultima luce del giorno colora il cielo di rosa. Da qualche parte, un treno passa sul passaggio a livello. La vita continua, normale e straordinaria allo stesso tempo.

“Sai una cosa?” dico, spingendo l’ultima balla nella macchina. “Forse non devo capire tutto. Forse devo solo… essere.”

“Come la carta che diventa qualcos’altro?”

“Come tutto ciò che è diverso e trova il suo posto nel mondo.”

La notte cala su Settimo Torinese, avvolgendo nelle sue ombre la Farmitalia, le balle di carta, i segreti e le scoperte. Ma per la prima volta, quelle ombre non fanno più paura.

“Sono chi sono, con tutte le mie contraddizioni, le mie paure, i miei desideri. E forse, alla fine, è proprio questo il regalo più grande: la libertà di essere autenticamente me stesso, in un mondo che preferisce le etichette alle sfumature.”


Fine

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  1. […] L’Oblò delle Meraviglie (Parte I: Infanzia) L’Oblò delle meraviglie. Parte 2, Adolescenza L’oblò delle meraviglie parte III: Il Mulino L’oblò delle meraviglie. Parte IV, Il Viaggio L’Oblò delle Meraviglie. Parte V, Dietro Le Quinte, Anatomia dell’Esperimento […]

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